venerdì, Agosto 6

Gilet gialli, niente incontro col governo. E sale la tensione G20, Usa già ai ferri corti. Siria, protesta formale all'Onu per gli attacchi missilistici di Israele a Damasco

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Sale la tensione in Francia. Alcuni dei portavoce dei gilet gialli erano attesi alle 14 dal primo ministro francese, Edouard Philippe, tra i più ostili a una trattativa sulle richieste del movimento anti tasse sul carburante. Jason Herbert, unico rappresentante dei gilet gialli presente alla riunione, ha abbandonato palazzo Matignon perché non è stata accettata la richiesta dei portavoce della protesta di ritrasmettere l’incontro in streaming.

Intanto ieri il presidente Emmanuel Macron aveva qualsiasi dietrofront sulle riforme, compreso l’aumento delle tasse sul carburante. Nella maggioranza di governo però diversi esponenti si sono espressi per la necessità di aprire un dialogo con i gilet gialli, appoggiato da almeno l’84% della popolazione, secondo gli ultimi sondaggi. Intanto tensione a Bruxelles alla manifestazione organizzata proprio dai gilet gialli con una sessantina di fermi, tra cui quattro arresti. La polizia ha usato lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

A Buenos Aires partito il G20. Foto di gruppo, tanti sorrisi ma anche molta tensione. A partire da quella tra Usa e Russia per la questione ucraina, con Donald Trump che per il momento ha negato colloqui con Vladimir Putin. Intanto su Twitter il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha annunciato: «L’Europa è unita nel sostenere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Questo è il motivo per cui sono certo che l’Europa rinnoverà le sanzioni alla Russia a dicembre».

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova invece ha detto: «L’Ucraina potrebbe sprofondare nella guerra civile. Alle forze dell’ordine ucraine sono stati concessi poteri straordinari, incluso l’uso della forza senza l’autorizzazione dei tribunali o dei pm, e questo pone seri rischi». Mentre oggi Kiev ha vietato a tutti gli uomini russi tra i 16 e i 60 anni l’ingresso nel Paese per impedire di formare distaccamenti di ‘eserciti privati’ che rispondano alle forze armate di Mosca.

E intanto è già braccio di ferro per il comunicato finale del G20, con la delegazione di negoziatori Usa guidata da John Bolton che avrebbe lanciato un chiaro ultimatum: «O accettate il nostro linguaggio o noi non aderiremo alla dichiarazione. Siamo impegnati a lavorare per un consenso sul comunicato ma ci opporremo con forza a un linguaggio che pregiudichi le nostre posizioni e siamo pronti a tirarci fuori se necessario».

Al G20 nel mirino anche l’Italia. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha però ribadito: «Non si deve drammatizzare la questione dell’ipotesi di infrazione all’Italia sulla manovra. Stiamo facendo progressi. Ho incontrato il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte a Bruxelles, e lo incontrerò ancora qui. Non siamo in guerra con l’Italia, l’atmosfera è buona».

«Sono ottimista, vedo segnali che mi fanno pensare che ora sia possibile, dove c’è la volontà c’è la soluzione», ha invece detto il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici. «I toni sono cambiati, il clima è cambiato ma ora abbiamo bisogno di azioni decisive», ha ribadito, «la palla è all’Italia, abbiamo bisogno di vedere una riduzione del deficit concepita in modo credibile. Non voglio fare numeri, quello che le regole chiedono è noto».

In Siria, il governo ha presentato una protesta formale alle Nazioni Unite contro attacchi missilistici compiuti nella notte nei pressi di Damasco e attribuiti a Israele. In una nota del ministero degli Esteri siriano, si definisce l’attacco un’aggressione che finirà per prolungare la crisi nel Paese.

In Australia, migliaia di studenti delle scuole medie nelle maggiori città sono andati davanti ai parlamenti statali e agli uffici elettorali dei parlamentari nel ‘Big School Walkout for Climate Action’, per chiedere ai politici di mettere fine all’inerzia davanti al cambiamento climatico.

Chiudiamo con la Repubblica Centrafricana, perché secondo l’Unicef a 5 anni dall’inizio della crisi un bambino su quattro è sfollato o rifugiato. A fine settembre, circa 643.000 persone, almeno la metà delle quali bambini, erano sfollate nel Paese e oltre 573.000 avevano trovato rifugio nei Paesi vicini. Probabilmente, nel 2019, più di 43.000 bambini sotto i 5 anni affronteranno un rischio molto elevato di morire a causa di malnutrizione acuta grave.

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