venerdì, Luglio 30

Giggino Di Maio: italiota ‘criminogeno’ e accattone cerca di nascondere la ‘manina’ Draghi, TAP e non solo: la perniciosa abitudine del ragazzo irresponsabile e vile: «vuttà ’a petrella e annasconnere ’a manella»

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D’istinto ho deciso di dedicare l’articolo di stamane, invece che ad altro e più importante argomento come la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia, a commentare con disgusto e perfino preoccupazione le dichiarazioni volgari ecriminogenedi Luigi (Giggino) Di Maio (pare che non ami questo nome e inviti ad usarlo per la sorella…altrui: “a soreta”, dice con grande finezza) che l’altro giorno si domandava (e lo riferisco in termini molto edulcorati) perché Mario Draghi non agisse da italiano, tenendo così conto degli interessi italiani, nelle sue azioni e dichiarazioni. Aggiungerò, in fine e sempre ‘d’istinto’, una chiosa sulla vicenda Cucchi, meritevole di un breve commento.

Non è la prima volta che da ‘esponenti’ di questo Governo escano affermazioni del genere, tanto volgari e, sì, criminogene nella mentalità che manifestano. L’idea di costoro, e si può immaginare quindi con quanta attenzione e senso del dovere gestiscano le proprie funzioni di Governo, è che uno che si trova a gestire una funzione importante, e per di più internazionale, come quella, nel caso, di Governatore della Banca Centrale Europea, debba agire mai dimenticando di essere italiano, e cioè favorendo l’Italia. Non è chiaro il ‘come’ (si guardano bene dal dirlo!), ma purché lo facciano: una cosa pietosa! E in genere l’argomento immediatamente usato per giustificare questa pretesa è che ‘in passato hanno fatto così per x, y, o z’, ma senza mai dimostrarlo, solo affermandolo: tutto ciò si chiama propaganda, non argomentazione. Duole, a dire il vero, constatare che in una simile trappola politica (frutto sostanzialmente della esigenza o volontà di ‘difendersi’ dagli attacchi che subiscono per gli effetti poco esaltanti delle proprie ‘politiche’) cada anche una persona seria come il professor Paolo Savona, che afferma che la BCE dovrebbe impedire che lo spread di questo o quel Paese cresca, ma si guarda bene dal dire come dovrebbe farlo (ammesso che sia possibile) senza violare le regole. Tanto più che Draghi lo ha fatto e come, con il (criticatissimo) Quantitative easing (cioè acquistando a piene mani i nostri titoli di Stato sempre meno affidabili) aiutando così l’Italia, e non solo naturalmente, a sopportare meglio i problemi derivanti dalla congiuntura economica: nel nostro caso, i problemi derivanti dalla inconcludenza politica ‘del’, anzi ‘dei’ nostri Governi.
È, diciamocelo francamente, questo modo di pensare e di agire, da un lato, espressione della tipica mentalità italiota un po’ accattona di approfittare delle situazioni a proprio vantaggio (è esattamente ciò che si suggerisce di fare a Draghi, no?), e, dall’altro, dello spirito vittimistico di costoro, che, non sapendo come muoversi, chiedono (arrogantemente) l’aiuto provvidenziale, benché illegittimo, dipapà Draghi’. Che, infatti, ha risposto a muso duro, dicendo la cosa più ovvia e rigorosa: di essere un funzionario della UE, di agire nell’interesse della intera Europa e non in quello di un singolo Paese, o peggio di una singola maggioranza governativa di un singolo Paese. Solo per questo ho usato il termine ‘criminogeno’: si vuole che Draghi commetta se non un reato, certamente un atto politicamente e umanamente vergognoso.
Sarebbe l’‘ABC’ del comportamento politico, del dovere di svolgere la propria funzione secondo le regole e secondo gli impegni assunti, nell’interesse di tutti e non solo di alcuni.

Costoro, e questo turba assai, non si rendono conto che, al di là dell’infantilismo delle loro pretese, danneggiano in maniera gravissima l’immagine del nostro Paese, che, ancora di più di quanto già non sia, viene visto come un Paese di approfittatori, menzogneri e, specialmente, inaffidabili: una cosa mortale.
Che poi tutto ciò sia una ‘tecnica di ribaltamento’, suggerita al Giggino nazionale da quel gentiluomo da linguaggio forbito ed elegante di Rocco Casalino, destinata anasconderegli insuccessi e le lotte interne al movimento, rende ancora più plateale e devastante la evidenza di mancanza di senso di responsabilità. In altre parole, per uscire dall’oscuro linguaggio che sto (involontariamente) usando, il problema è (e lo dicono anche i ‘giornaloni’, mica solo io, che non conto nulla ma lo sto ripetendo da un paio di settimane) che ormai Di Maio ha difficoltà interne al movimento/partito, che sempre meno accetta l’idea che lui decida tutto da solo e che lo faccia in spirito ‘governativo’, cioè ignorando alcuni dei massimalismi di parte del partito (da Fico a altri), ad esempio violentemente contrari al TAP, al TAV, al passante, al terzo valico, al passato, al futuro, ecc. ecc., insomma a tutte le cose che un Governo normale non può non fare, ma che Di Maio, da un lato vuole farle e dall’altro teme la reazione degli altri e quindi cerca di nascondere lamanina’, o meglio (per evitare ironie sulle ‘manine’, ormai un tormento per Gigi, qualora conosca il napoletano): «vuttà ’a petrella e annasconnere ’a manella». Una perniciosa abitudine per il ragazzo, che si accorge solo Domenica che «per distrazione» (parole testuali di Di Maio) nel decreto fiscale è rimasto … lo scudo per i soldi importati dall’estero … quella cosa della ‘sceneggiata’ da Vespa.

Appunto, per esempio il TAP (Trans-Adriatic Pipeline) rispetto al quale, improvviso come un fulmine a ciel sereno, è comparso tal Giuseppe Conte, che se ne è uscito con una dichiarazione inattesa e ferma (almeno all’apparenza) circa la necessità di procedere con il TAP a Meledugno, sia pure mascherata (hai visto mai che uno si assuma una responsabilità in questo Paese) dall’affermazione che «tutto è a posto e non c’è modo o ragione di impedirla» … e vorrei vedere. Al solito ambiguità a gogo: «io vorrei impedirli, ma è tutto a posto, le ‘carte’ sono a posto, le bollinature pure, come faccio?». Logica voleva che invece si dicesse la verità: dall’Azarbaigian è partito un tubo enorme, proprio per portare il gas in Italia e che si può pensare di interromperlo in Albania? Questo è il punto reale, ed è del tutto ovvio, solo che i pasdaran con le stelline vogliono impedirlo, come tutto se non altro in quanto realizzato dai precedenti governi, e sempre più si avvicina il ritorno del minaccioso Dibba, che annuncia sfracelli, pur dichiarandosi amico fraterno di Giggino … lo sappiamo come vanno certe fraternità! E invece Giggino se ne esce con labombadelle penali di 20 miliardi (eh, diamine … e tieniti più basso, no?) e Calenda lo sfotte chiedendogli dove lo ha letto. Non era più semplice ed onesto dire semplicemente che il gas ci serve e se non completiamo il tubo ci sono inadempienze contrattali?

Ciò che continua a colpire è la scarsa serietà dei vari personaggi, di tutti, purtroppo, non solo dei politicanti.
Torno perciò perché evidentemente legato al tema della serietà, sulla vicenda Cucchi, e in particolare sulla affermazione della signora Ilaria Cucchi, della quale si può dire tutto il male che si vuole, ma che abbia avuto e abbia, una costanza, una forza di volontà, un coraggio (sì, proprio così, coraggio … siamo in Italia, mica in Norvegia) ineguagliati, specialmente quando, dopo l’incontro con il generale di tutti i carabinieri possibili, disse chiaramente che quest’ultimo si era affannato a difendere i carabinieri e a minacciare velatamente (se ho ben capito, per carità) i ‘delatori’, per usare un linguaggio sprezzante usato tempo fa ad altro proposito. Il Ministro della Difesa, presente, almeno fisicamente, al colloquio prese le … difese del generalissimo, affermando che non era vero nulla.

Feci notare, sommessamente, che in ogni e qualunque caso, il generale attuale e i suoi predecessori, avevano e hanno il dovere di sapere: non possono trincerarsi dietro il ‘non sapevo’, ‘non c’erano indizi’, ‘non c’erano prove’ e cose simili. Il generale dei carabinieri deve sapere, per definizione per principio per mestiere, e se non sa o finge di non sapere è un cattivo generale dei carabinieri. Del resto sono nove anni che va avanti questa storia ed era dovere, dovere sacrosanto di tutti i carabinieri di Italia di accertare, cercare, indagare e, specialmente risolvere e, se del caso punire i colpevoli, ivi compresi se stessi. È la stessa identica logica di cui sopra a proposito di Draghi: i carabinieri lavorano e sono pagati dai cittadini italiani in quanto dipendenti dello Stato, non in quanto dipendenti o anche solo ‘fedeli’ a qualche comandante, ufficiale, amico, politico, ecc. Se in uno Stato che si definisce civile non ci si può fidare nemmeno delle forze dell’ordine, la cosa è molto grave; non sarà stata la prima volta, ma non cambia nulla.

La cosa, al solito, sembrò fermarsi lì. Ma, come spesso accade, ‘chi troppo vuole … ‘.
E infatti, il predetto generalissimo, in una cerimonia dei Carabinieri ha avuto a dire pubblicamente questa volta (questa volta, cioè, non si poteva non sentire o dire di non avere sentito) che su 110.000 carabinieri non è poi un dramma se qualcuno sbaglia un po’, testualmente: «L’Arma si deve ricordare che è nella virtù dei 110 mila uomini che ogni giorno lavorano per i cittadini che abbiamo tratto, traiamo e trarremo sempre la forza per continuare a servire le istituzioni; 110 mila uomini che sono molti ma molti di più dei pochi che possono dimenticare la strada della virtù». Frase, detto fra di noi, molto ambigua e vagamente minacciosa: che vuol dire che la forza si trae dal fatto che in tanti lavorano ogni giorno mentre pochi non sono virtuosi e allora? Ma poi, il massacro di un essere umano, nascosto deliberatamente per anni, è questione di virtù, ma scherziamo, generale?!

La Ministro Elisabetta Trenta, stavolta, non ha potuto non sentire e, probabilmente perché una certa ‘base’ del suo partito sembra più ‘dalla parte’ dei Cucchi che dei carabinieri (sì, Ministro, lo ammetto, sono un cinico, io), ha dovuto reagire, con una frase edulcorata, ma abbastanza chiara: «punto di riferimento, esempio di rettitudine, integrità e senso del dovere: ma nel caso in cui si accerti l’avvenuta negazione di questi valori si deve agire e accertare la verità isolando i responsabili allo scopo di ristabilire la fiducia dei cittadini nell’Arma». Ma, signora Ministro, il punto, mi permetta, non è diaccertare l’avvenuta violazione’ o, peggio, di agire dopo avere accertato, ma di non violare, non vorrei che le sfuggisse questa banalità. E i responsabili non vannoisolati’, signora Ministro, ma vanno puniti, non so se percepisce la sottile differenza. E puniti, vanno tutti, compresi quelli che non hanno indagato adeguatamente a tempo debito. Ancora una volta: nessuno di loro poteva e può dire legittimamente ‘non sapevo’. Non amo fare illazioni, ma ‘amo’ credere che sia anche opera della Ministro la lettera del Generale dei Carabinieri alla Repubblica in cui dice, tra l’altro «non si vuole e non si può credere che i carabinieri siano ciò che emerge dalla dolorosa vicenda umana di Stefano Cucchi e dai suoi sviluppi giudiziari. Non è così, infatti, e lo dimostreremo, appena saranno chiare le precise responsabilità, che sono sempre personali, attraverso ogni provvedimento consentito dalla legge: a seconda dell’entità, le punizioni, i trasferimenti, finanche le rimozioni».
Ebbene, signor Generale e signora Ministro, va benissimo la lettera, ma non ci si può limitare a ciò: è vero, la responsabilità è sempre personale, ma qui c’è la responsabilità di avere fatto finta di non vedere e quindi di non avere fatto’, almeno fino a quando il Ministro non ha detto quello che ha detto, che poteva e doveva dire prima.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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