domenica, Giugno 13

Gibuti, la caserma dell'Africa

0
1 2


Conakry – Gibuti si trova al centro del Corno d’Africa. E’ un piccolo Paese per lo più sconosciuto, incastonato tra la Somalia perennemente in guerra con se stessa, tra l’Eritrea soggiogata da una sanguinosa dittatura orweliana e dall’Etiopia. La sua costa divide in due il mare su cui si affaccia, il Mar Rosso e il Golfo di Aden, e la sua vicinanza con le coste dello Yemen ne fanno uno degli snodi navali più importanti del continente africano. Da qui transita il 40% del traffico marittimo mondiale che dall’Asia si dirige verso l’Europa. Nei porti di Gibuti si trovano i più grandi bastimenti di questo decennio, ma il Golfo di Aden è tutt’altro che un oasi di pace. Per molti anni queste acque sono state solcate da pericolosi pirati, che hanno fatto della Somalia la loro nuova Tortuga. Il Paese è diventato un importantissimo Hub contro la minaccia terroristica che si sta sviluppando in tutta l’Africa e che da decenni imperversa in Somalia e si sta allargando verso il Kenya, un’importante all’alleato dell’Occidente. Dalle sue basi non partono solo le missioni anti-pirateria ma partono anche i droni spia americani che controllano la penisola araba che si trova a poche miglia di distanza e soprattutto in questo momento possono controllare senza troppi problemi l’evoluzione della guerra nello Yemen, un importante Hub terroristico.

Gli americani dal 2002 possiedono la loro unica base nel continente africano: Camp Lemonnier. Qui risiedono  quattromila americani di cui duemila militari delle forze speciali anti-terrorismo. Hanno costruito uno degli  aeroporti  militari più grandi del continente da cui si alzano in volo i bombardieri e i droni diretti in Somalia e Yemen.  Nel 2006 Barack Obama, ancora prima di diventare presidente, dichiarò che il Camp Lemonnier era una delle basi più importanti degli Stati Uniti e durante il suo primo mandato presidenziale ha stanziato un miliardo di dollari per i prossimi venticinque anni per ampliare la struttura e per farne uno dei capisaldi della lotta contro il terrorismo. Questo ha causato delle frizioni con la Francia, sempre molto attenta alle proprie ex colonie. In un rapporto parlamentare del 2014 la Francia ha deciso di aumentare la propria presenza nel Paese per non rischiare di perdere il controllo di questo importante snodo. La base francese ora conta millenovecento militari, dei Mirage, diversi elicotteri da guerra anche loro dediti alla lotta contro la pirateria per una spesa annua che gira intorno ai trenta milioni di euro.

Sempre a Gibuti si trova anche l’unica base militare giapponese che dopo la Seconda Guerra Mondiale non si era più affacciata sullo scacchiere geopolitico. Hanno inviato seicento uomini a combattere la pirateria e a proteggere le loro rotte commerciali. L’Italia ha fornito trecento uomini per la lotta, ma ha costruito soprattutto una base logistica e dal 2012 anche la Russia ha incominciato a costruire la propria base.

Oggi il Paese conta settemila militari stranieri, uno per ogni cento abitanti, in nessun altro paese al Mondo si trova una così alta concentrazioni di militari, neanche in paesi in guerra da decenni come l’Iraq o l’Afghanistan. Queste basi sono diventate una fonte di ricchezza per la popolazione e intorno alle base ormai sorgono ristoranti, hotel e piscine che stanno diventando sempre più importanti per il Pil del Paese che non possiede industrie e materie prime e le ormai numerose visite dei vari primi ministri europei, americani e asiatici stanno trasformando il Paese in un importante centro congressi e in un importante perno politico per l’Unione africana, che qui possiede diverse contingenti militari, impegnati nella guerra al terrorismo in Somalia. Inoltre il suo ingresso nella coalizione araba per la guerra in Yemen ha fatto diventare il Paese un perno importante anche per la politica dei Paesi arabi che stanno costruendo basi  logistiche per la loro guerra contro i terroristi yemeniti e usano i loro porti per aprire il mercato africano ai prodotti arabi.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->