lunedì, Novembre 29

Gibuti: Guelleh, un Presidente, una garanzia Il Presidente uscente ottiene la riconferma. Le più importanti potenze mondiali, Cina in testa, possono tirare un sospiro di sollievo

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“Grazie per la vostra fiducia, grazie per Gibuti! Continuiamo insieme!”, ha esultato su Twitter il Presidente uscente Ismael Omar Guelleh rieletto per il quinto mandato alla guida di Gibuti con il 98,58% dei voti. “Il Presidente Ismael Omar Guelleh ha ottenuto 167.535 voti, pari al 98,58%. Sono i risultati provvisori degli scrutini delle elezioni presidenziali del 9 aprile 2021”. È quanto dichiarato dal ministro dell’Interno Moumin Ahmed Cheick. A Gibuti il presidente è eletto direttamente a maggioranza assoluta popolare, votato in 2 turni se necessario per un mandato di 5 anni.

Confermato per un quinto mandato, il 73enne Ismail Omar Guelleh è il leader del partito People’s Rally for Progress (RPP), alla testa della coalizione Union for a Presidential Majority (UMP), composta, oltre che dall’RPP, dal Front pour la Restauration de l’Unite Democratique (FRUD), dal National Democratic Party (PND) e dal Peoples Social Democratic Party (PPSD).

Guelleh è al potere dal 1999, grazie al sostegno militare al suo regime e alla repressione del dissenso che, secondo Human Rights Watch, ha portato ad un aumento esponenziale delle restrizioni sia sulla libertà di stampa che sulla libertà di associazione, soprattutto dopo le elezioni del 2011. Nel 2020 il Presidente ha  dovuto affrontare un’insolita ondata di proteste dell’opposizione, tutte brutalmente represse, dopo l’arresto di un pilota dell’aeronautica militare che aveva denunciato la discriminazione e la corruzione basate sui clan. Come se non bastasse, la polizia ha interrotto diverse proteste spontanee contro il quinto mandato di Guelleh nel periodo precedente le elezioni.

Eppure la sua longevità al potere gli è stata garantita anche alla man forte delle potenze straniere che hanno appoggiato nel 2010 la sua riforma della costituzione per rimuovere i limiti di due mandati, in cambio della possibilità di vedersi aperte le porte del piccolo, ma strategico Paese, ottenendo le concessioni d’affitto per terreni su cui installare le proprie basi militari. Ciò nonostante, quello appena iniziato dovrebbe essere l’ultimo mandato visto che la Costituzione impone il limite massimo dei 75 anni di età per il Presidente.

A contendere l’elezione di Guelleh, il 56enne Zakaria Ismail Farah, imprenditore e portavoce dell’antipolitica che avrebbe conquistato solo l’1,59%. Farah ha rivelato di essere stato perseguitato e di aver subìto un trattamento ingiusto durante la campagna elettorale: per esempio, ha detto che durante i suoi comizi non gli era stato garantito il servizio di sicurezza. In segno di protesta, lo sfidante, definitosi il “portabandiera dei poveri”, è apparso con i polsi legati e la bocca fasciata il mese scorso in una delle sue manifestazioni.

Tra gli altri candidati, Mohammed Warsama, ex Presidente della Corte costituzionale e alleato del Presidente Guelleh, e Abdourahman Boreh, un noto businessman di Gibuti in esilio, che aveva annunciato il suo desiderio di candidarsi alle elezioni di aprile, ma aveva poi reso noto di aver ritirato la sua candidatura prima della scadenza dell’8 marzo.

I partiti di opposizione devono essere riconosciuti dalla Commissione elettorale. Nel settembre 2020 diversi partiti di opposizione si sono uniti sotto la bandiera della Coalizione USN (Union pour le Salut National) con l’obiettivo di bloccare un quinto mandato di Guelleh. Ma la principale coalizione di opposizione di Gibuti è l’UAD (Union for Democratic Change), che ha fortemente protestato contro l’emendamento costituzionale dello scorso anno che ha permesso al Presidente Guelleh di cercare un terzo mandato, aveva organizzato proteste di massa contro il regime di Guelleh sollecitandolo a dimettersi.

Altri partiti di opposizione di Gibuti hanno seguito l’appello al boicottaggio, chiedendo modifiche al codice elettorale e il ritiro della candidatura del presidente Guelleh. Il Presidente dell’UAD, Ismael Guedi Hared, è stato una figura di spicco delle proteste di massa, ha guidato le chiamate di boicottaggio elettorale e non ha presentato la sua candidatura alla presidenza.

Gibuti, colonia francese dal 1894, insieme a parte dell’attuale Somalia (il Somaliland francese),  rimane tale – nonostante ben due referendum, uno nel 1958 e uno del 1967, in  popolazione ha rifiutato di unirsi alla Somalia – fino all’8 maggio 1977, quando gran parte della popolazione votò al referendum per l’indipendenza, che il 27 giugno 1977 l’avrebbe fatta diventare una Repubblica. Eppure, fino al 2011 a Gibuti era dislocato uno dei tre reggimenti della Legione Straniera fuori dalla Francia (che si è trasferito ad ad Abu Dhabi), ma tra i due Paesi rimane un rapporto speciale, rappresentato da un trattato di amicizia e di cooperazione, in cui Parigi fornisce assistenza e garanzia economica e militare, e Gibuti adotta una forma repubblicana, assimilabile a quella francese.

Motore della conquista dell’indipendenza fu quello che sarebbe divenuto il primo Presidente, Hassan Gouled Aptidon, lo zio di Guelleh, che governò per 22 anni, con il pugno di ferro, il micro-Stato fino al 1999. Fino al 1992 era  considerato legale solo il suo partito, il RPP (Rassemblement Populaire pour le Progres), rappresentante della componente somala del Paese (circa il 60%) e, in precedenza, promotore dei due referendum per unirsi a Mogadiscio. 

Nel 1991, il Nord di Gibuti fu sconvolto da una guerra civile che vedeva contrapposti il governo gibutino, appoggiato dalle truppe francesi, è il Frud (Fronte pour la Restoration de l’Unité et la Démocratie), gruppo armato di etnia Afar, il 35% della popolazione. Gli scontri si protrassero fino al 2000, quando, dopo una serie di trattati, le tensioni saranno ridimensionate. 

Dal 1993, un apparente democratizzazione parve iniziare a respirarsi nel piccolo Stato africano: sarà possibile correre alle elezioni per altri quattro partiti, tra cui anche la propagine del FRUD. Tuttavia, alle elezioni del 1999, vinse Ismail Omar Guelleh, di etnia somala, che è il nipote dell’ex Presidente Hassan Gouled e continua a governare ancor oggi, certificando la conservazione del potere.

Gibuti è un minuscolo Paese di 23mila chilometri quadrati e circa 900mila abitanti, quasi tutti concentrati nella capitale, che ne arriva a contare circa 600mila. A differenza di altri Stati africani che detengono enormi giacimenti di idrocarburi o miniere di materie prime, Gibuti ha meno di 1000 chilometri quadrati di terreno coltivabile, o 0,04% della superficie totale e precipitazioni medie di 130 millimetri all’anno, un PIL nazionale di 2 miliardi di dollari e un Pil pro-capite è di circa 3.500 dollari. Secondo il World Human Development Report 2018, Gibuti è classificato 172esimo su 189 paesi, con un indice di sviluppo umano di 0,48: le stime della Banca Mondiale certificano che il 25% degli abitanti vivono al di sotto della soglia della povertà con non più di 2 dollari al giorno. 

Come aveva capito perfino Napoleone Bonaparte, la vera potenza della piccolissima repubblica africana è la geografia: incastonato tra Etiopia, Eritrea e Somalia, al confine tra Mar Rosso ed Oceano Indiano, presenta un lungomare lungo 370 km che si affaccia sul Mar Rosso e poi sul Golfo di Aden a 150 km. Si trova incistato sullo stretto di Bab al Mandab, uno stretto marittimo di 32 chilometri da cui passa, inoltrandosi verso Suez e il Mediterraneo, una delle rotte commerciali più trafficate del mondo che, percorsa da una mega-nave ogni 25 minuti, porta dall’Asia all’Europa attraverso il Mar Rosso l’8 per cento del commercio mondiale, il 20 per cento di quello marittimo mondiale e il 40 per cento di quello petrolifero mondiale (4.10 milioni di barili di petrolio al giorno).

Acque, peraltro, piuttosto ‘calde’ negli ultimi giorni dove alle 6 del mattino del 5 aprile è stato attaccato il mercantile iraniano MV Saviz, probabilmente colpito, sotto la linea di galleggiamento, forse da un missile o da una mina magnetica (forse israeliana) mentre si trovava all’altezza delle coste del Gibuti. Il cargo avrebbe riportato lievi danni, ma sarebbe stato preso di mira perché ritenuto una base operativa dei Guardiani della Rivoluzione o una nave spia in missione a largo dello Yemen, visto che, ufficialmente, il MV Saviz ha come compito, in coordinamento con l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), quello di garantire la sicurezza marittima lungo le rotte di navigazione internazionale che attraversano il Mar Rosso e il Golfo di Aden. 

L’attacco – come, secondo il New York Times, lo Stato Ebraico si sarebbe giustificato con gli Stati Uniti – sarebbe stata una “rappresaglia per le aggressioni iraniane alle proprie navi”. Infatti, a fine marzo, una nave di proprietà israeliana, la MV Lori, era stata colpita da un ordigno nel Mar Arabico così come il cargo battente bandiera delle Bahamas, MV Helios Ray, anch’esso di proprietà israeliana, era stato attaccato a febbraio mentre navigava nel Golfo di Oman. Ma un incidente, a marzo, aveva riguardato anche una nave da carico iraniana, la MV Shahr-e Kord, colpita mentre navigava verso l’Europa nel Mar Mediterraneo. 

È inevitabile, dunque, che, il governo di Gibuti tenti di massimizzare i risultati facendo leva sulla sua unica ricchezza, la posizione geografica che fa gola alle più importanti potenze mondiali. Ecco spiegato perché in tutto il Paese sono stanziati più di 10.000 militari provenienti da vari Paesi del mondo, rendendo Gibuti un ‘condominio ipermilitarizzato’.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti, all’epoca guidati da George W. Bush, decisero di impiantare proprio lì la prima base americana sul continente africano per combattere la «guerra globale contro il terrorismo» e condurre missioni in Africa e Medio Oriente. La scelta ricadde su Camp Lemonnier, la caserma della Legione Entragere – che fu costretta a cederla ai Marines e a ridurre le sue truppe – da utilizzare come base navale, per il cui affitto Washington iniziò a pagare 63 milioni di dollari all’anno, ottenendo anche il diritto di utilizzare i porti e gli aeroporti della città di Gibuti. 

A Camp Lemonnier sono dislocati circa 4mila soldati e unità della CIA, cacciabombardieri F15E e con droni armati Predator, impegnati in Somalia e Yemen, che decollano dall’aeroporto militare di Chabelley. Nella stessa enorme base, peraltro, è ospitato anche il personale militare inglese, oltre che la sede della CJTF-HOA (Combined Joint Task Force-Horn of Africa) e della task force congiunta AFRICOM (U.S. Africa Command), da cui partono operazioni antiterrorismo nel continente africano. 

A questo proposito, a differenza della vicina Somalia, Gibuti è sempre rimasto stabile e impermeabile alle infiltrazioni terroristiche, tranne in sporadici casi come quello del ​​24 maggio 2014, quando una doppia esplosione suicida in un ristorante frequentato da occidentali provocò la morte di tre persone. L’attentato fu rivendicato dal gruppo jihadista somalo al Shabaab che proprio di recente, in vista delle elezioni, è tornato a minacciare Gibuti lanciando un appello a condurre attacchi contro gli “obiettivi militari occidentali” nel Paese. In un audio diffuso sui canali di propaganda del gruppo, il leader di al Shabaab, Ahmed Omar Abu Ubaydah, ha criticato  le autorità di Gibuti accusandole di voler trasformare il Paese in una base militare “da dove pianificare la guerra contro i musulmani in Africa orientale” e ha invitato i suoi militanti a “portare a termine singole operazioni di martirio del lupo solitario per espellere i francesi e gli americani”. “Rendete gli interessi americani e francesi a Gibuti la massima priorità dei vostri obiettivi”, si sente l’audio, secondo quanto riporta il sito somalo “Garowe Online”. Abu Ubaidah ha quindi aggiunto che al Shabaab è pronto a offrire “rifugio sicuro” e a “preparare e addestrare” coloro che desiderano migrare da Gibuti se non possono adempiere al loro “obbligo individuale del jihad”.

Le minacce sono state prese sul serio dal Comando Usa per l’Africa, il cui portavoce Christopher Karns ha dichiarato che al Shabaab “rimane una minaccia persistente agli interessi degli Stati Uniti in Africa orientale” e che “questo è il motivo per cui resta importante applicare una continua la pressione sulla rete di al Shabaab e isolare la minaccia che presenta alla regione e non solo”.

Nel 2008, a fronte di una pirateria sempre più minacciosa per i traffici marittimi, si compose la coalizione internazionale anti-pirateria che opera nella regione e la cui base operativa è ospitata a Gibuti. Nel dicembre dello stesso anno, l’Unione Europea lanciò l’operazione ATALANTA dell’EU NAVFOR (European Union Naval Force Somalia). Ma anche i singoli Paesi membri hanno deciso di impegnarsi a riguardo, aprendo addirittura delle basi sul territorio del piccolo Stato. Tra questi, inevitabilmente, anche per il suo passato coloniale e nonostante la cessione di Camp Lemonnier, la Francia la quale ha schierato ben 1400 soldati della Forces Françaises Stationnées à Djibouti (Ffdj) nella sua che è divenuta la più grande base francese d’oltremare – in stretto legame con le tre basi francesi negli Emirati Arabi Uniti e nella zona sud dell’Oceano Indiano – e che ospita anche truppe tedesche e spagnole.

La base francese a Gibuti, inoltre, presenta un distaccamento dell’aviazione dell’Esercito con annessa una base navale, un centro per l’addestramento al combattimento nel deserto (Centro d’Entraînement au Combat et d’Aguerrissement), un centro di spionaggio elettronico gestito dalla Intelligence francese, ma soprattutto una base aerea.

A questo riguardo, nel dicembre scorso, il comando strategico dell’Armée de l’Air ha addirittura dato avvio ad un’esercitazione militare, la ‘Minotaure’, che è durata oltre 10 ore e ha coperto ben 8000 chilometri di superficie, coinvolgendo cinque caccia Rafale decollati dall’aeroporto di Saint-Dizier, nell’Alta Marna, per simulare un attacco a Gibuti: due jet C dovevano simulare la copertura mentre i restanti tre B dovevano ipotizzare la penetrazione delle difese nemiche piazzate nella Base (francese) 188. I cinque Rafale erano scortati da un Airbus A330 MRTT e due Stratotsnker KC-135 per le operazioni di rifornimento in volo e da un Boeing E3-F Awacs, ponte di comunicazione tra la base e i componenti della missione.

Parigi, però, nel nome di una ‘collaborazione rispettosa’, si sta muovendo anche nell’ambito economico: neanche tre settimane dopo la visita del presidente Ismaïl Omar Guelleh all’Eliseo, l’Agenzia francese di sviluppo, Afd, ha concesso un finanziamento di 12 milioni di dollari per l’estensione della rete fognaria nella capitale gibutina. L’accordo è stato sottoscritto il 4 marzo 2021 tra Ilyas Moussa Dawaleh, Ministro dell’Economia e delle finanze di Gibuti incaricato dell’industria e Philippe Collignon, Direttore dell’Afd a Gibuti, in presenza di Mohamed Ahmed Awaleh, Ministro dell’Agricoltura, dell’acqua, della pesca, del bestiame e delle risorse ittiche di Gibuti, Arnaud Guillois, Ambasciatore di Francia presso la Repubblica di Gibuti e Mohamed Fouad Abdo, Direttore generale dell’Ufficio nazionale dell’acqua e del risanamento di Gibuti, Onead.

Tale sovvenzione non sarebbe altro che la seconda ‘rata’ di un finanziamento iniziale assegnato nel 2019 in partnership con l’Unione europea per la realizzazione di strutture che permetteranno di convogliare le acque reflue verso l’impianto di trattamento delle acque reflue di Douda, che ha una capacità di 3.700 metri cubi al giorno e che è stato costruito nel 2014 da Stereau che ha gestito anche l’impianto fino al 2015 prima di trasferire le competenze a Onead. 

Secondo quest’ultima, il progetto di estensione della rete fognaria collettiva della città di Gibuti «completa altri progetti già completati e in corso. L’obiettivo è di raggiungere un tasso di allacciamento del 60% a medio termine e dell’80% a lungo termine dopo il completamento di tutti i progetti previsti dal piano regolatore di risanamento, e di permettere il riutilizzo delle acque trattate per l’agricoltura». Infatti, le acque reflue, dopo essere state trattate con il cloro,  vengono convogliate nelle piantagioni, negli spazi verdi e negli orti di proprietà di Onead, impedendo lo scarico nel fiume Douda, che sfocia direttamente nel Golfo di Aden. Il che porterebbe ad un aumento del volume d’acqua a disposizione delle famiglie.

Nel marzo 2019 il Presidente francese, Emmanuel Macron, era volato a Gibuti per consolidare la partnership del piccolo Stato africano con la Francia, ma, soprattutto, per farsi garante dell’Etiopia di Abiy Ahmed, ansiosa di ritrovare, dopo l’indipendenza dell’Eritrea nel 1991, uno sbocco al mare: per questo Macron ha convinto Guelleh ad ospitare una struttura per una componente navale etiope, sotto la supervisione della Francia che fornirà mezzi e addestramento.

Presente, oltre a Germania e Spagna, un altro Paese europeo, l’Italia che, dal 2013, ha una base intitolata ad Amedeo Guillet, l’eroe della defunta AOI, e ha stabilmente dislocato un contingente di circa 100 soldati interforze. “L’impegno italiano in Africa è un unicum: nel Sahel, nel Corno d’Africa, nel Golfo di Guinea e in Libia si decide la nostra sicurezza e per questo è necessario far convergere gli sforzi attuali verso una visione sistemica sotto l’egida dell’Unione europea” ha dichiarato il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a Marzo, nel corso della visita a Gibuti – dove ha incontrato il Presidente della Repubblica Isamail Omar Guelleh e l’omologo Hassan Omar Mohamed Bourhan – sottolineando che  “le conseguenze della crisi di questa grande area e la forte ripresa della minaccia terroristica jihadista si riflettono nel Mediterraneo e in Europa”.

Secondo Guerini, Gibuti è una realtà “piccola ma cruciale per la sua posizione nevralgica nella regione”, “agendo da facilitatore e da promotore del dialogo e della cooperazione tra i paesi dell’area e voglio esprimere il mio plauso per gli sforzi del Paese nel contrasto al terrorismo internazionale”. Questo spiega la presenza dell’Italia, con la base di supporto della Missione in Gibuti e della missione bilaterale di addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutiane, rispettivamente guidate dal Colonnello Luigi Bigi e dal Colonnello Giuseppe Corso. “La cooperazione internazionale rappresenta da sempre il pilastro dell’azione della Difesa per contribuire a rafforzare la stabilità e garantire la pace; è nostra intenzione continuare a partecipare in maniera significativa alle iniziative dell’Unione europea per il Corno d’Africa”.

“La presenza militare italiana è anche a tutela degli interessi nazionali” e “l’Italia intende continuare a supportare lo sviluppo delle forze di sicurezza locali attraverso i nostri programmi di addestramento”. “Garantire la sicurezza marittima” – ha aggiunto il Ministro – “è la ragione che ci porta ad essere presenti anche in mari lontani dalle nostre coste, per contrastare il fenomeno della pirateria, che continua a destare grande preoccupazione e a rappresentare una minaccia grave per la libertà di navigazione del traffico mercantile e anche per il trasporto degli aiuti umanitari”. L’Italia, tra l’altro, ha assunto di nuovo il Comando della Forza navale di Atalanta, imbarcato su Nave Carabiniere, su cui è salito il Ministro Guerini, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia in Etiopia, Arturo Luzzi

La visita di Guerini non ha però messo a tacere i dubbi sulla strategia italiana in Africa, croce e delizia per il Belpaese se vuole gestire i diversi dossier che ruotano attorno al Mediterraneo. Certo è che la presenza militare italiana in un Paese come Gibuti, al centro di un’area sempre più calda, fanno ben sperare per il futuro, magari nell’ottica di un impegno coordinato con i partner europei e americano.

Ciò detto, parlando di Gibuti, non si può tralasciare che il conflitto in Yemen – che, in sette mesi del 2015, come si legge nelle stime dell’Oim (Organizzazione Mondiale per le immigrazioni), ha portato 30mila rifugiati nel piccolo Stato – ha fatto sì che anche i due amici-nemici, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, si affacciassero nel Corno d’Africa. Gibuti nel 2006 aveva firmato un accordo con Dubai, per la direzione di una parte del porto della capitale, ma che, dopo 10 anni, il Presidente Guelleh ha deciso di annullare dopo aver ricevuto, per la stessa causale, un’offerta dal valore tre volte superiore da parte della Cina che ha messo sul piatto anche la costruzione di una linea ferroviaria tra il piccolo Stato e l’Etiopia. Uno sgarbo terminato con la decisione emiratina di spostarsi in Somalia. Se gli Emirati si sono installati ad Assab, che nell’Ottocento fu la prima stazione coloniale italiana, e sono in procinto di posizionarsi a Berbera, nell’auto-proclamata repubblica del Somaliland, Ryad si è accodata per entrare nel ‘magico mondo’ di Gibuti, formando un’alleanza di sei nazioni come Egitto, Giordania, Somalia, Sudan e Yemen. Il tutto facilitato dal fatto che quasi il 98% della popolazione gibutiana è di fede musulmana sunnita. 

Non poteva mancare la Russia che vorrebbe un base per le sue navi, ma che, soprattutto gli Stati Uniti, avversano da sempre, nonostante le trattative proseguano dietro le quinte. Dietro Mosca, si sono affacciati anche Turchia e India. Quest’ultima, condivide, nelle vicinanze della base ormai americana di Camp Lemonnier, la base che nel 2011 il Giappone ha aperto e dove ha schierato ben 1.200 soldati per contrastare la pirateria, ma che ha anche con lo scopo di rafforzare la propria influenza a discapito di quella cinese.

Sempre con la scusa dell’emergenza pirateria, anche Pechino ha messo insieme più di 70 unità e una task force navale permanente davanti Aden per poi inaugurare, versando 20 milioni di dollari all’anno al governo gibutino per l’affitto, la sua prima installazione militare al di fuori dei confini nazionali, garantendo alla Zhōngguó Rénmín Jiěfàngjūn Hǎijūn (la Marina militare cinese) una porta d’accesso per accedere ad un’arteria di comunicazione marittima cruciale. Una presenza militare nevralgica quella a Gibuti perché aiuta la Cina a proteggere i suoi investimenti nell’Africa orientale lungo la rotta delle Nuove Vie della Seta, a cui fa capo la costruzione civile a Gwadar in Pakistan nella cornice del China-Pakistan Economic Corridor.

Nel 2017 i cinesi hanno inaugurato, proprio di fronte alla loro base, il porto multifunzionale di Doraleh, vicino ad una zona franca di 48 chilometri quadrati, ed hanno aperto la nuova linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti, costruito strade, alberghi, centri commerciali e sono in fase di realizzazione un nuovo porto a Obock, un gasdotto di 700 chilometri verso i giacimenti dell’Ogaden etiopico e un oleodotto per il Sudan del Sud. Per comprendere l’impegno cinese a Gibuti, non si può dimenticare che, in realtà, fin dall’inizio delle relazioni bilaterali tra i due Paesi nel 1979, Pechino ha finanziato direttamente i più importanti progetti gibutini come la costruzione di uno Stadio, della sede del Ministero degli Affari Esteri (costo: 2.41 milioni di dollari) o del Palazzo del Popolo.

il 28 gennaio scorso nella piccola Repubblica africana si è svolto un summit al quale hanno partecipato il Presidente di Ports and Free Zones, Aboubaker Omar Hadi, il direttore generale di Air Djibouti, Abdourahman Ali Abdillahi, il rappresentante di Ethiopian Airlines a Gibuti Yoseph Belay e il rappresentante di China Merchant Group, He Fei. In tale consesso si è dibattuta la creazione di una piattaforma aereo-marittima commerciale per mettere insieme i grandi traffici commerciali dell’area. Una combinazione che farebbe risparmiare in termini economici e di tempo, vista la posizione strategica.

Un progetto faraonico che mette in luce la difficoltà occidentale a penetrante nel piccolo Stato: d’altro canto la diplomazia statunitense a Gibuti, fondata su investimenti in favore della “crescita sostenibile”, è fallita perché incapace di stanziare le stesse somme di Pechino che, invece, sembra giocare il ruolo principale a Gibuti dove investe più di 1 miliardo di dollari all’anno, cifra pari al 50% del PIL gibutiano, detenendo – come nel caso di Zambia e Congo Brazzaville – ormai, più del 60% del debito pubblico secondo le autorità di Gibuti e il 112% secondo il FMI e la Banca mondiale (1,3 miliardi): la cosiddetta ‘trappola del debito’ cinese che, secondo molti esperti, destinando capitali (ormai più di 14 miliardi di dollari) per la costruzione di infrastrutture e vedendosi conferite concessioni, rischia di mettere ko la sovranità politica ed economica del Paese africano. Anche per questo, nel novembre 2017, il Parlamento gibutiano fu costretto ad approvare una legge per rinegoziare unilateralmente i contratti delle infrastrutture strategiche così da da ridurre la morsa del Dragone sul piccolo Stato.

Eppure, gli investimenti cinesi non si sono fermati. La China Exim Bank del Gibuti ha finanziato per il 70% la Ferrovia elettrica di Addis Abeba (la prima del suo genere in Africa) grazie all’opera dell’Ethio-Gibuti Standard Gauge Railway Share Company (EDR) gestita da un consorzio di società cinesi per un periodo di sei anni, con una forza lavoro quasi esclusivamente cinese (nonostante l tasso di disoccupazione a Gibuti sia del 60%) e per un costo di 3,4 miliardi di dollari – rimborsabili in 25 anni – mentre la Export-Import Bank of China ha contribuito con 327 milioni di dollari alla costruzione dell’oleodotto Etiopia-Gibuti. Inoltre, il corpo della guardia repubblicana agli ordini del colonnello Mohamed Djama Doualeh, cugino del Presidente Guelleh, si avvale di attrezzature per le telecomunicazioni solo ed esclusivamente cinesi. Come cinesi sarebbero le apparecchiature installate in una stanza situata nella nuova estensione del palazzo presidenziale di Gibuti per trasmettere alla base militare cinese di Doraleh quanto detto durante gli incontri ufficiali del Presidente.

Del resto, nel 2019, durante una visita a Pechino, il Presidente Guelleh ha espresso al suo omologo cinese Xi Jinping i timori per le pressioni dei Paesi occidentali, Stati Uniti in primis, invidiosi del rapporto speciale tra la Cina e Gibuti. Una richiesta di protezione, quella di Guelleh, in cambio di sostegno, anche militare, al governo di Gibuti. 

A dimostrazione della partnership speciale, il fatto che, poche settimane fa, un primo lotto di vaccini prodotti dall’azienda farmaceutica cinese Sinovac è arrivato a Gibuti per contribuire alla locale campagna nazionale di vaccinazione. Il carico è stato scaricato all’aeroporto internazionale Ambouli, nel corso di una cerimonia a cui ha partecipato l’ambasciatore cinese nel Paese africano, Zhuo Ruisheng, e dei locali ministri degli Esteri, Mahmoud Ali Youssouf, e della Salute, Mohamed Warsama Dirieh. Gibuti, ha ricordato Zhuo Ruisheng, è il primo Paese dell’Africa orientale a ricevere vaccini dalla Cina, il che sottolinea l’elevata importanza attribuita da Pechino ai suoi multiformi rapporti con la nazione del Corno d’Africa. Il ministro Youssouf ha elogiato la solidarietà dimostrata dalla Cina a Gibuti negli sforzi contro la pandemia, anche attraverso la rapida fornitura di vaccini alla nazione del Corno d’Africa: “La Cina ha dimostrato fermezza nella propria solidarietà con Gibuti in un momento difficile, attraverso il rapido sostegno”.

 “L’arrivo del vaccino cinese faciliterà notevolmente il regolare progresso del programma di vaccinazione nazionale del governo di Gibuti e migliorerà ulteriormente la capacità del Paese di combattere la pandemia”, ha rimarcato il Ministro gibutino Youssouf nel momento in cui, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute, dall’inizio della pandemia di COVID-19 nel Paese sono stati effettuati 106.004 test, 5.919 persone sono state diagnosticate positive, 5.837 guarite e 61 decedute a causa del virus. 

La pandemia, però, ha avuto ripercussioni negative anche sul traffico marittimo e quindi sulle finanze gibutine: nel 2020, l’economia si è contratta per la prima volta in 20 anni con una crescita di meno dell’1%, secondo il Fondo monetario internazionale (FMI). Tuttavia, si prevede che rimbalzi nel 2021 con una crescita del 7%. Un tasso simile si legge anche nel rapporto Global Economic Prospects della Banca Mondiale che attribuisce a Gibuti la più forte crescita del PIL in Africa.

Già in epoca coloniale, il micro-Stato, controllato dai francesi, veniva usato anche dagli abissini, a danno degli italiani, che dovettero fare i conti con questa situazione sia durante l’espansione coloniale, conclusasi con la battaglia di Adua del 1896, sia nel corso della guerra d’Etiopia intrapresa dal regime fascista per impedire che Gibuti divenisse un mercato ad uso e consumo di Addis Abeba.

La sua indole ‘mercantile’, tuttavia, è rimasta fino ai giorni nostri: oltre che sull’importazione di potassio, sale e petrolio, infatti, l’economia di Gibuti, transitando nel suo tratto di mare circa 30mila navi merci, sulla logistica, sulle infrastrutture portuali, come lo scalo container Doraleh Container Terminal (DCT), e su quelle ferroviarie come quella, messa in funzione nell’ottobre 2016, che collega la capitale ad Addis Abeba, grazie a cui sono aumentati i traffici del porto, attraverso cui passano tutte le merci da e per l’Etiopia, ma che potrebbe diventare riferimento insostituibile anche per Somalia, Sud Sudan.

Per diventare snodo mercantile, però, lo sforzo non può non essere massiccio: a partire dal 2013, quando è stato attivato il piano di sviluppo Vision 2035, Gibuti ha impostato una modernizzazione della propria legislazione e del sistema finanziario, potenziando le proprie infrastrutture tanto da azionare, nel 2017, i porti minerari di Ghoubet (essenziale per il trasporto del sale della regione del Lago Assal) e Tadjourah, integrati nel corridoio stradale che collega Balho, al confine con l’Etiopia, la costruzione di tre nuovi scali e, nel 2018, l’entrata in servizio della Djibouti International Free Zone (DIFTZ), oltre che la costruzione di un grande centro logistico per massimizzare le potenzialità offerte dai suoi porti. Questo polo, grazie ad investimenti per un valore di 3,5 miliardi di dollari, si estenderà su un’area di 4800 ettari e consentirà non solo di gestire al meglio i traffici di merci in aumento, ma anche di trasformare le merci in prodotti ad alto valore aggiunto da distribuire nei Paesi vicini. Ma Gibuti è fondamentale anche per lo stoccaggio del greggio e le lavorazioni dell’industria pesante. 

Il target è quello di arrivare a movimentare merci per un valore di 7 miliardi di dollari. Si stima, nello specifico, che questo centro logistico potrebbe creare, tra diretti e indiretti, oltre 15mila posti di lavoro. Le operazioni saranno gestite da Djibouti Ports e Free Zone Authority unitamente a China Merchants Holdings, Dalian Port Authority e IZP. 

Come sopra ricordato, nel gennaio 2021, è stato firmato un accordo tra Air Djibouti ed Ethiopian Airlines e il porto di Djibouti (DPFZA) per creare un hub globale per il trasporto aereo-marittimo dall’aeroporto di Gibuti in tutta l’Africa delle merci scaricate dalle navi a Doraleh. Questo hub potrebbe andare incontro alle raccomandazioni della Banca Mondiale a detta della quale: “Il 97% dei volumi gestiti dal porto di Gibuti parte o arriva al porto via camion”. Questo contribuisce ai problemi di congestione nella città di Gibuti […] si presume che la quota di Gibuti del carico etiope diminuirà di circa 10-15 punti percentuali in totale nell’arco di cinque anni, a partire dal 2021″.

Questo dovrebbe avvenire con il progetto Djibouti Damerjog Industrial Development (DDID) e la riqualificazione del porto storico nell’ambito Port, Park and City (PPC). Saranno necessari 15 anni per un investimento totale di 3,8 miliardi di dollari per completare il progetto DDID. 

La riqualificazione del porto storico prevede anche la realizzazione di un cantiere di riparazione navale, in collaborazione con uno dei leader mondiali del settore, la olandese Damen. Un bacino galleggiante consentirà alla struttura di ospitare navi di dimensioni molto grandi, risparmiando così i numerosi armatori che operano nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso da costose tariffe di rimorchio.

Sono previsti progetti infrastrutturali anche per i settori chiave per la sostenibilità: ad esempio, stanno per essere completati i lavori per l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare da parte del Gruppo Eiffage in associazione con la spagnola Tedagua; la società energetica francese, Engie, sarà incaricata di progettare, costruire e gestire il progetto della centrale fotovoltaica nel deserto del Great Barra; la spagnola Siemens Gamesa è stata selezionata per costruire il parco eolico di Ghoubet.

All’inizio di ottobre 2020, per coordinare meglio la sua azione a lungo termine, Gibuti si è dotata del Djibouti Sovereign Fund (DSF), uno strumento finanziario innovativo che aiuterà a mettere insieme la ricchezza del Paese, funzionale per i progetti di investimento internazionali, ma anche e soprattutto per «Vision Gibuti 2035», per rendere il più velocemente possibile «Singapore dell’Africa orientale, un polo economico, finanziario e commerciale regionale e internazionale». Come il modello asiatico, il Presidente Guelleh vorrebbe sfruttare «le nostre numerose opportunità, particolarmente nel settore della pesca, nel turismo, nella logistica, nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione». 

Non a caso, il governo gibutino intende sviluppare ulteriormente i servizi finanziari, settore che, attualmente, rappresenta il 13 per cento del PIL con la presenza di 34 istituzioni finanziarie, 10 banche e 20 agenzie di cambio, per lo più cinesi e islamiche, con l’ambizione di attrarre i grandi gruppi occidentali. Occorre ricordare, poi, che Gibuti è un paradiso fiscale, iscritto in molte black list per la presenza di una “free zone”, creata apposta sia per attirare i capitali nelle banche sia per attirare le società impegnate soprattutto del commercio marittimo. L’esca potrebbe essere l’assenza di tasse (si applicano solo ai salari pagati a lavoratori esterni alla free zone) e di un capitale minimo per aprire una nuova società (tranne che 2.700 euro per aprire la sede o 70mila euro per costituirla sul posto). 

Va detto che, specialmente a fronte delle richieste di ristrutturazioni del debito, la via della Seta cinese in Africa sembra essere in leggera ritirate, complici le difficoltà per le banche statali cinesi, a loro volta gravate dalle insolvenze domestiche di aziende e famiglie, di rientrare dei prestiti erogati. Secondo la Johns Hopkins University, si è passati dai 28 miliardi di dollari di cinque anni fa, a fine 2020 i finanziamenti si sono attestati sui 7 miliardi, contro i 9,9 miliardi di dollari dell’anno precedente. L’India potrebbe, di contro, aumentare il suo impegno se si considera che il commercio bilaterale tra Nuova Delhi e l’Africa è passato da 7,2 miliardi nel 2001 a  63 miliardi nel 2018. 

Gibuti, da questo punto di vista, rimane centrale per qualunque attore voglia mettere piede nel continente africano. La Cina non mollerà quest’osso facilmente. E Guelleh potrebbe fornirle una garanzia. 

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