lunedì, Settembre 20

Giappone: porte aperte ai migranti (qualificati) La disoccupazione giovanile e l'anzianità della popolazione costringono il Governo ad una nuova politica migratoria. Parla Silvana De Maio, docente di Lingue e Culture del Giappone presso l'Università Orientale di Napoli

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Esiste una strategia comune per l’integrazione?

Esiste ed è legata al sistema produttivo del Paese perché, come avviene in Europa, anche in Giappone c’è mancanza di manodopera, non fortemente specializzata. Allora in questo senso il Governo ha avviato dei programmi per far arrivare da Paesi vicini, come la Cina, la Corea e il Sud-Est Asiatico, dei giovani con il doppio programma di formarli e di farli lavorare per un periodo determinato. Questo programma esiste già da diversi anni e che ha sta dando i suoi frutti, soprattutto per il settore dell’edilizia, in quanto la percentuale dei giovani locali disposti a lavorare in questo determinato settore è piuttosto bassa. Si sono raggiunti degli ottimi livelli in merito a formazione e conseguente entrata nel mondo del lavoro per i giovani venuti da fuori, anche se si è raggiunto un punto ‘critico’, nel senso che le aziende che hanno aderito a programmi di formazione ed integrazione, si trovano dopo 5 anni a dover rimandare i ragazzi nel Paese d’origine a causa della scadenza del programma di formazione che prevede il rientro nello Stato di provenienza al fine di utilizzare le conoscenze acquisite in Giappone per aiutare lo sviluppo del proprio Paese. Questo si sta rivelando un boomerang, perché molti degli stranieri che si sono integrati nel mondo del lavoro giapponese, non hanno piacere a tornare nel Paese d’origine e molto spesso si tratta di trainee che hanno collaborato in aziende medio-piccole, le quali dopo un lungo periodo di formazione si vedono togliere la risorsa che avevano formato. Non solo, ma le aziende non né il potere di prolungare il periodo di permanenza in Giappone, né rinnovare il permesso per far tornare il lavoratore in Giappone. Le politiche che si stanno attuando ora, stanno cercando di attenuare questo impasse del settore delle costruzioni.

Quali sono i settori dove la domande di lavoro è più alta?

Il mercato del lavoro è in crisi per alcuni settori, tra cui il settore dell’infrastrutture e della sanità pubblica. Il primo, è legato alle Olimpiadi del 2020 e le infrastrutture da costruire sono moltissime, tra cui strutture ospitanti, stadi, ma sopratutto vie di comunicazione e nuovi mezzi di trasporto. All’interno di questo settore, la manutenzione occupa un aspetto importante, in quanto molte costruzioni, risalenti agli anni 60′-70′, hanno creato problemi di sicurezza in varie parti del Paese e questo ha accelerato l’intervento di politiche governative in questo senso. Per quanto riguarda la sanità pubblica, un fenomeno legato al progressivo invecchiamento della popolazione riguarda il settore infermieristico. La popolazione che supera i 65anni sono più del 40% del totale, e le persone  disponibili sono sempre meno. Il Governo, già da una decina d’anni, ha aperto all’arrivo di lavoratori qualificati, da Indonesia, Filippine e altri Paesi vicini, per permettere un’adeguata assistenza sanitaria. Purtroppo però, hanno posto un vincolo linguistico, non solo verbale, che poteva benissimo essere superato con lo studio anche della terminologia specifica, ma anche scritto. Questo ha creato dei buchi occupazionali importanti, in quanto in molti non hanno superato l’esame scritto necessario per la permanenza lavorativa. Ore stanno cercando di ovviare questo scoglio con la sostituzione dell’esame in sillabe e non con ideogrammi, però sono realtà che spesso si scontrano con problematiche spesso non così ovvie.

Quanto incide l’immigrazione sulla demografia del Paese?

Siamo nell’ordine di 2 milioni su oltre 120 milioni di abitanti. Quindi la percezione dell’immigrazione è molto diversa da quella europea, e gli stessi giapponesi la vivono come un fenomeno marginale e no determinante per la vita sociale. A livello demografico non incide sulla totalità della popolazione giapponese. Gli immigrati più numerosi sono quelli provenienti dalla vicina Cina, ma non superano il milione.

In merito all’economia?

Dal momento che il Giappone non ha mai avuto problematiche  in merito a disoccupazione e giovani fino a circa 5 anni fa, ed ora si trovano ad affrontare questo fenomeno, l’immigrazione potrà occupare una parte più rilevante per l’economia statale. Per esempio, in merito alle prossime Olimpiadi giapponesi, si è registrato un incremento dell’immigrazione altamente qualificata con picchi mai raggiunti in passato. In futuro, anche se ora è difficile calcolarlo dal punto di vista strettamente economico, il Giappone potrà risentire positivamente della nuova ‘ondata’ migratoria, anche dal punto di vista culturale. I giovani, avendo più possibilità di contatto con le culture estere, hanno un’apertura molto diversa dalle generazioni precedenti, e questo creerà dei ponti culturali con l’estero che faciliteranno lo scambio culturale ed economico.

Esiste un aspetto legato all’immigrazione clandestina?

Uno degli aspetti del progetto di traineeship riguardava proprio l’immigrazione clandestina. Molte delle persone che sono state accolte dal Giappone per essere inseriti nei vari praticantati con le aziende, una volta scaduto il permesso lavorativo, hanno preferito rimanere nel territorio senza alcun permesso, e quindi clandestinamente, hanno trovato altri posti di lavoro in nero senza lasciare traccia dei propri spostamenti. Il fenomeno è diverso dal suo rispettivo in Europa e altre parti del mondo, dove la clandestinità avviene nel momento in cui si entra in un territorio senza documenti. In Giappone non esistono i cosiddetti sbarchi, ma succede il contrario. Una volta scaduto il permesso e l’obbligo di tornare in terra natia, molti preferiscono restare in Giappone senza permesso né documenti e quindi sotto la lente dello Stato diventano automaticamente clandestini anche se hanno lavorato 5 anni in quel Paese.

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