giovedì, Aprile 22

Giappone: porte aperte ai migranti (qualificati) La disoccupazione giovanile e l'anzianità della popolazione costringono il Governo ad una nuova politica migratoria. Parla Silvana De Maio, docente di Lingue e Culture del Giappone presso l'Università Orientale di Napoli

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L’immigrazione non è un fenomeno conosciuto in Giappone. O almeno lo è in parte. Se in Italia gli stranieri corrispondono al 12% della popolazione, in Giappone sono circa l’1,6% su un totale di 127 milioni di persone. Ma sebbene la presenza e la domanda straniera non sia mai stata un aspetto integrante della società nipponica, le politiche migratorie delle varie Amministrazioni hanno sempre mantenuto un atteggiamento protezionista nei confronti del fenomeno, cercando di arginare le richieste di permanenza attraverso severe limitazioni sui visti e requisiti di entrata molto difficili da raggiungere.

Gli ultimi dati demografici del Governo mostrano, tuttavia, un trend preoccupante per il futuro nipponico. Nel 2016, gli over 65 hanno segnato un nuovo record per il Paese, arrivando a raggiungere il 27.3% della popolazione, mentre le generazioni cosiddette ‘produttive’ (15-64) corrispondono al 60.3%, che continuano la loro discesa in termini percentuali dal 1993. Inoltre, dal 1997 le generazioni over65 continuano ad essere più numerose di quelle ‘infantili’ (0-14), che ad oggi corrispondono al 12.4% della popolazione.

Il progressivo invecchiamento di quella parte di popolazione ‘produttiva’ e il continuo calo nelle nascite, sta indirizzando il Governo a cambiare le politiche in merito all’immigrazione, sia altamente qualificata, aspetto sui il Giappone ha sempre puntato, sia con basse qualifiche. Dall’aprile dello scorso anno infatti, sono stati fatti dei significativi cambiamenti in merito al permesso di residenza permanente e ai requisiti d’accesso. Le categorie sono state divise in tre sezioni (attività accademiche e di ricerca, attività tecniche specializzate, e attività di business management), alle quali corrispondono determinati requisiti. Tutte le categorie, comunque, devono raggiungere i 70 punti e minimo tre anni di permanenza sul territorio nipponico. Per esempio, in merito alle attività accademiche, si guadagnano 30 punti se si ha un dottorato, 15 punti se si hanno almeno sette anni di esperienza nella ricerca, 15 punti se il candidato non ha ancora compiuto trent’anni. Parametri simili ci sono anche nelle altre due sezioni.

Per quanto riguarda i lavori a bassa qualifica, invece, alcuni sforzi di cambiamento ci sono oggettivamente stati, anche se lavorare senza un diploma o una laurea in Giappone resta molto difficile. Per porre rimedio al calo della manodopera giapponese, il Governo ha avviato un programma di traineeship della durata dai tre ai cinque anni per permettere ai giovani delle Nazioni vicine, come Cina, Corea del Sud e Filippine, di svolgere un periodo di lavoro in Giappone, attraverso la sponsorizzazione e la supervisione di un’azienda locale, di solito medio-piccola. Al termine dei cinque anni però, si è costretti a tornare nel Paese d’origine, fatto, questo, non sempre accettato, vista l’economia da dove proviene la maggior parte dei partecipanti ai progetti di traineeship. Una delle conseguenze, riguarda la permanenza clandestina in terra nipponica.

Se per i lavoratori il Governo ha aperto a delle modifiche per il rinnovamento dei visti, in merito al tema dei rifugiati e delle richieste d’asilo approvate i numeri sono estremamente bassi. Il Ministero della Giustizia giapponese ha pochi giorni fa rilasciato un documento preliminare dove viene mostrato un aumento dell’80% dei richiedenti asilo nel 2017, i quali hanno raggiunto il numero record di 19.628 richieste. Nel 2016 le domande sono state 10.901. Per la seconda volta consecutiva, il Giappone ha ricevuto più di 10 mila richieste

Il Giappone, però, non ha accettato nessun rifugiato proveniente dai 10 Paesi con il più grande numero di istanze. Solamente 20 sono state le richieste d’asilo approvate, tra le quali 5 egiziane, 5 siriane e 2 irachene. Dei richiedenti al diritto d’asilo del 2017, più del’80% proviene dall’Asia e dai territori dell’Oceano Pacifico, mentre solamente l’1% da zone di guerra in Medio Oriente e in Africa. La maggioranza dei richiedenti è costituita da filippini, con 4895 richieste, seguiti dai vietnamiti (3116) , lo Sri Lanka (2226) e l’Indonesia, con 2038 domande d’asilo.

I flussi migratori e l’invecchiamento della popolazione porteranno il Governo ad una maggiore apertura? Come viene gestito il lavoro a bassa qualifica? Ne parliamo con Silvana De Maio, docente di Lingue e Culture del Giappone presso l’Università Orientale di Napoli

 

Quali sono le politiche migratorie del Giappone?

Il Giappone tradizionalmente, essendo un Paese insulare, cerca di mantenersi protetto dal fenomeno migratorio, e questo lo è riuscito a fare tramite politiche severe. Adesso, si trova davanti alla necessità di aprire le frontiere e sta cercando di improntare e di portare avanti dei programmi specifici per permettere a stranieri di poter soggiornare a lungo e poter lavorare con regolari permessi in Giappone. Le cifre disponibili in merito al diritto d’asilo mostrano dei dati ridicoli, che non sono neanche da prendere in considerazione però dal punto di vista dei lavoratori che possono dare un contributo al sistema produttivo ed economico del Paese ci sono oggettivamente degli sforzi per permettere a più persone di stare in Giappone.

Come viene percepito Il tema dell’immigrazione dalla società nipponica?

I giapponesi tendenzialmente sono inclusivi, nel senso che hanno curiosità per le culture diverse, hanno un’apertura fondata su programmi scolastici che spingono all’interculturalità. Va sottolineato però che è un momento in cui lo stesso mercato del lavoro giapponese è in crisi e la disoccupazione giovanile sta crescendo, e a differenza del fenomeno della disoccupazione in Europa, in Giappone è un fenomeno relativamente nuovo e lo Stato è ancora in un certo senso scoperto in questo aspetto e non ha una strategia chiara su come affrontare queste problematiche. In merito a questo aspetto, prima del calo sul mercato del lavoro, la società aveva un tipo di approccio protezionista e tradizionale.

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