sabato, Luglio 24

Giappone, l’energia dal ghiaccio Dopo la crisi nucleare, Tokyo investe in una nuova promettente ma rischiosa fonte energetica

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JOGMEC japan

A distanza di tre anni dai drammatici eventi che hanno investito l’area del Tohoku, (regione nordorientale del Giappone), gli effetti del disastro nucleare di Fukushima continuano a riverberarsi nell’attuale crisi energetica, innescatasi proprio a partire dalla necessità di interrompere il grosso dell’attività dei reattori e dalla forte opposizione dell’opinione pubblica giapponese, secondo i sondaggi per più del 70% favorevole alla chiusura e alla completa dismissione di tutti e 54 gli impianti nucleari presenti sul territorio nipponico.

Come emerge dal quadro antecedente agli eventi del 2011, la percentuale della produzione di energia elettrica derivante dal nucleare civile viene indicata al 25% (fonte: International Energy Agency), di poco inferiore a quella legata al gas naturale (27%). Il quadro successivo al disastro di Fukushima evidenzia invece una drammatica discrepanza tra la produzione elettrica derivante dall’energia nucleare (crollata al 2%) e quella legata ad altre fonti energetiche, soprattutto combustibili fossili, come il gas naturale, che secondo i dati riportati dalla IEA, dopo il 2012 è arrivato da solo a coprire il 48% della produzione nazionale.

La massiccia richiesta di fonti fossili ha inferto un ulteriore colpo all’economia nipponica, già sfibrata da un ventennio di crisi deflattiva. Il Giappone, la cui politica energetica risulta ancora sostanzialmente indifferente alle potenzialità delle energie rinnovabili, rimane infatti fortemente dipendente dalle forniture di carbone e petrolio da parte di Paesi terzi, ed è il primo importatore mondiale dell’ormai fondamentale GNL (Gas Naturale Liquefatto).

In tale scenario, con il nucleare civile giapponese ‘riciclato’ come risorsa legata all’export, il Governo nipponico ha varato un piano di diversificazione delle fonti energetiche (complici anche le tensioni politiche con il vicino cinese; che rimane pur tuttavia un fondamentale partner commerciale) e ingenti investimenti volti a promuovere la ricerca e lo sviluppo di energie alternative.

Un significativo passo avanti in questa direzione è rappresentato dal tentativo, coronato dal successo nel marzo dello scorso anno, da parte di un consorzio che includeva la JOGMEC (Japan Oil, Gas and Metals Corporation) e la JAPEX (Japan Petroleum Exploration Company), di ottenere riserve di gas dagli idrati di metano, anche detti ‘cristalli di ghiaccio’, o ‘ghiaccio infiammabile’. Si è trattato di una prima mondiale assoluta in tal senso.

Queste ‘miniere’ di gas naturali, intrappolati in reticoli cristallini di depositi di ghiaccio, la cui ‘estrazione’ da parte del team giapponese si è rivelata possibile tramite tecniche di depressurizzazione, sono estremamente diffuse nel permafrost artico e nei fondali oceanici alle grandi profondità. Le potenzialità del metano contenuto negli idrati presenti nei fondali marini era già nota ai ricercatori sin dagli anni Novanta. Si ritiene che tali depositi contengano circa il 35% di gas in più di tutte le altre riserve presenti nel mondo.

I blocchi di metano congelato sono il prodotto di sacche di gas che affiorano attraverso spaccature della roccia in zone denominate Cold Seeps” Spiega a ‘L’IndroJacopo Aguzzi, ricercatore presso l’Instituto de Ciencias del Mar (ICM-CSIC) di Barcellona. “Il gas condensa in grandi blocchi che sembrano di ghiaccio per un effetto combinato tra le pressioni elevate e le temperature molto basse, che fanno sì che il gas congeli e l’acqua di mare rimanga nello stato liquido. Questi campi di affioramento del metano sono cosparsi di grandi blocchi che oggi sono oggetto dell’attenzione per l’esplorazione e la raccolta da parte delle grandi industrie. Paesi come la Germania (ma anche Canada, Stati Uniti, Russia e lo stesso Giappone) stanno investendo molto sulla tecnologia per l’estrazione di questi blocchi, che presenta però una difficoltà: una volta sollevati per essere portati in superficie, essi evaporano. Gli idrati di metano rappresentano una risorsa ecologica molto importante e sono quindi studiati dai biologi del Deep-Sea, poiché ritengono che funga da sostentamento per comunità di organismi di tipo chemio-sintetico dove i produttori primari sono dei batteri metanogeni che, riducendo il metano, producono zuccheri in una maniera simile alla fotosintesi, ma in ambienti abissali dove non arriva la luce del sole“.

Una risorsa dalle enormi potenzialità, dunque, ma non priva di rischi e incognite. Durante il processo estrattivo, infatti, questi gas idrati naturali ricchi di metano si rivelano altamente instabili; le sollecitazioni legate all’attività di estrazione, in zone soggette a movimenti tellurici, possono provocare alterazioni dei fondali e frane sottomarine, causando anche enormi e devastanti maremoti. Senza contare poi che le stesse trivellazioni potrebbero determinare una fuga di metano nell’atmosfera, che si stima possa avere un potenziale di effetto sul clima globale di venti volte superiore rispetto al CO2.

La stessa compagnia statale JOGMEC ha espresso cautela nei confronti di questa nuova potenziale risorsa, rendendo chiaro il fatto che il processo di sviluppo degli idrati di metano come fonte energetica rappresenti un programma di lungo respiro, costituito da più fasi, dall’individuazione dei potenziali depositi, sino all’attuazione di test di produzione per arrivare infine alla messa in commercio, un obiettivo quest’ultimo – date le molte problematiche presenti – certamente non realizzabile nel brevissimo periodo.

Toshimitsu Motegi, Ministro giapponese per l’Economia, il Commercio e l’Industria, aveva annunciato con soddisfazione che le trivellazioni condotte nella Fossa di Nankai (un’area altamente sismica situata al largo delle coste sudoccidentali del Giappone) avevano aperto la pista alla possibilità di sfruttamento e di commercializzazione del gas ottenuto dagli idrati di metano; paragonando il ‘ghiaccio di fuoco’ allo shale gas USA, una risorsa dal potenziale inizialmente sottovalutato e considerata difficile da estrarre; che viene invece ora prodotta ed esportata su larga scala (in particolare dagli Stati Uniti), diventando in poco tempo il diretto concorrente del GNL (di cui invece la Russia è il maggiore esportatore). Nonostante le comprovate difficoltà logistiche, la presenza di rischi legati all’impatto ambientale e le incertezze riguardo ai risultati economici di una futura commercializzazione; il Governo giapponese ha già investito nella ricerca sugli idrati di metano una cifra che si aggira intorno ai 700 milioni di dollari, ottenendo però una produzione, in vent’anni di ricerche, di poco più di 4 milioni di metri cubi di gas.

Secondo una stima del National Institute of Advanced Industrial Science and Technology, al di sotto degli stessi fondali giapponesi si troverebbero circa 7 trilioni di metri cubi di idrato di metano, che potrebbero soddisfare il fabbisogno giapponese di gas per i prossimi 100 anni. La possibilità di reperirne grandi quantità nell’area circoscritta dalle acque territoriali giapponesi (e dunque di non dipendere da importazioni straniere), costituisce per il Giappone un ulteriore incoraggiamento a proseguire nei dispendiosi progetti di ricerca su questa promettente e al tempo stesso controversa fonte energetica.

 

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