sabato, Aprile 17

Giappone, l’adozione è business image

0

suzuki osamu

Non è un Paese per bambini, verrebbe da dire. In Giappone sono circa 40.000 i minori, prevalentemente tra i 5 e i 6 anni, che vivono in una delle centinaia di  case d’accoglienza impropriamente definite orfanotrofi, dal momento che si tratta, per la maggior parte, di bambini abbandonati dalle rispettive famiglie, o allontanati da queste in quanto vittime di abusi.

Il Paese del Sol Levante presenta delle statistiche record quanto a numero di adozioni all’anno. Solo nel 2011 sarebbero state più di 80,000 le adozioni andate a buon fine. Eppure, il 90% di queste non riguarda bambini, ma uomini adulti di età compresa tra i 20 e i 30 anni.

Se da una parte, infatti, l’adozione di minori è scoraggiata da complesse procedure legali e convenzioni culturali (come il fatto che i genitori naturali continuino ad essere riconosciuti come i tutori legali del bambino); molto più comune è, invece, la singolare pratica, legata al mondo del business e della finanza, che prevede la possibilità di adottare giovani maschi adulti, designati come veri e propri eredi effettivi dal capofamiglia (che non di rado ricopre anche la carica di Presidente e amministratore delegato dell’azienda stessa), a cui viene affidato il futuro dell’attività familiare.

Secondo il Guinness dei primati, il più antico di questi business familiari risalirebbe addirittura alla metà del VI secolo d.C, quando Garyo Hoshi (da cui prende il nome la rinomata catena alberghiera), discepolo di un monaco buddhista, istituì nella Prefettura di Ishikawa la prima ‘guest house’ del Giappone , affidandone in seguito la gestione al proprio successore ‘designato’, Zengoro Hoshi, nome che da allora i proprietari dell’albergo si sono trasmessi pressoché ininterrottamente di padre in figlio (adottivo) per quasi 1300 anni.

Toyota e Suzuki, due colossi del mercato automobilistico, entrambe nate nella prima metà del Novecento come imprese familiari legate all’industria tessile, rappresentano un altro esempio eclatante di business dinastico di successo; così come il gigante dell’elettronica Canon (fondata nel 1937) e il famoso marchio nipponico di produzione e distribuzione di bevande alcoliche, la Suntory Holdings Limited, fondata nel 1899.

La pratica dell’adozione di adulti era fortemente diffusa in Giappone all’epoca dello shogunato Tokugawa (1603-1868), periodo in cui nacquero le realtà imprenditoriali conosciute come ‘zaibatsu’, gruppi finanziari, industriali e commerciali a conduzione familiare e di stampo gerarchico, il cui modello verrà in seguito ripreso dai ‘chaebol’ coreani. Anche il ‘passaggio’ del cognome di famiglia rappresenta una tradizione culturale tutt’altro che inusuale, in quanto fino a poco più di un secolo fa, in Giappone, il cognome rappresentava per lo più una sorta di onorificenza, legata al conseguimento di meriti particolari, e possederne uno era un raro privilegio dell’aristocrazia e di alcune famiglie samurai di rango elevato.

Tradizionalmente, in Giappone la continuazione della linea di sangue è affidata al figlio maschio primogenito. In mancanza di un erede maschio che prenda in mano le redini dell’attività familiare (come nel caso del fondatore dell’azienda automobilistica Suzuki, che ebbe tre figlie e ben cinque nipoti femmine), il capofamiglia può dunque ricorrere alla pratica dell’adozione di un giovane e promettente uomo adulto che possa portare avanti con successo l’eredità imprenditoriale e familiare.

La prassi più comune, in questi casi, è quella di ricorrere alla pratica conosciuta come mukoyoshi‘ (sposo adottato), facendo sì che il giovane ‘prescelto’ sposi in matrimonio combinato una delle donne della famiglia (generalmente una figlia o una nipote), dalla quale acquisisce automaticamente il cognome (rinunciando così al proprio), ottenendo legalmente diritti e doveri che spetterebbero a un figlio naturale. Il fatto che il potenziale figlio adottivo possa essere già sposato non costituisce un ostacolo: in quel caso sarà l’intera coppia ad essere ‘adottata’.

Importante è il background del futuro erede acquisito‘: migliore è il proprio ‘curriculum’ personale (che può includere il provenire da un’università di prestigio, così come il possedere intraprendenza e forte attitudine verso il business), maggiori sono le possibilità di ‘candidarsi’ come sposo e figlio adottivo. Tant’è che non sono rari i casi in cui, al momento di cedere la guida dell’attività di famiglia, un estraneo talentuoso venga spesso preferito a un figlio biologico scarsamente dotato di abilità imprenditoriali, che viene messo da parte senza troppi complimenti.

L’adozione di adulti rappresenta quindi un’ottima possibilità di guadagno per le compagnie che, pur fortemente legate alla tradizione familiare, sono ben consapevoli che intelligenza e talento per gli affari non sono necessariamente qualità ereditarie. Ma non solo. Essa ha finito per stimolare anche altri singolari business. Come quello di Chieko Date, una delle decine di ‘consulenti matrimoniali’, il cui scopo è agevolare la realizzazione dei ‘mukoyoshi’ combinando incontri tra giovani uomini promettenti e ambiziosi e donne in cerca di marito, per lo più provenienti da piccole-medie famiglie imprenditoriali.
In un’intervista del 2012, la signora Date si dichiarava fiera delle circa 600 ‘adozioni’ realizzate e delle centinaia di matrimoni andati a buon fine, senza che in decenni risultasse un solo episodio di divorzio; specificando inoltre che «non deve trattarsi di una mera transazione commerciale» poiché se la coppia non dovesse funzionare, «sono destinati a fallire tanto il matrimonio che l’azienda».

Quello delle adozioni nel mondo delle famiglie imprenditoriali giapponesi rappresenta un fenomeno talmente peculiare da esser divenuto oggetto di studi sociologici ed economici. In un paper intitolato ‘Adoptive expectations: Rising sons in Japanese family firms’, apparso sul ‘Journal of Financial Economics’, gli autori evidenziano tale peculiarità citando in proposito il magnate del XIX secolo Andrew Carnegie, famoso per la sua affermazione secondo cui la ricchezza ereditata «mortifica i talenti e le energie», riferendosi al fatto che le società guidate da eredi diretti spesso presentano una produttività minore rispetto a quelle guidate da manager professionali. Non così nel caso del Giappone, dove al contrario la possibilità di essere adocchiato come potenziale figlio adottivo stimola lo spirito di dedizione verso il lavoro (e dunque la produttività) non solo da parte degli eventuali eredi di sangue (che devono costantemente far fronte al rischio di essere messi da parte), ma anche all’interno della stessa realtà aziendale, diventando così causa diretta di performace professionali elevate che hanno ripercussioni estremamente positive sulla competitività economica delle grandi firme nipponiche.
Uno degli autori del paper, Vikas Mehrotra, docente all’Alberta School of Business, sostiene che: “L’idea centrale del ‘figlio adottivo’ è che la pratica dell’adozione di giovani adulti di talento all’interno di una famiglia di imprenditori produca un effetto attenuante su due questioni chiave della successione dell’impresa familiare. La prima e più ovvia, riguarda il fatto che l’adozione di adulti allarga il ‘pool’ di talenti da cui il fondatore della società può scegliere il suo successore. Ciò è particolarmente utile qualora il figlio biologico del fondatore si riveli poco adatto per ricoprire questa posizione. In secondo luogo, la possibilità che un estraneo possa essere adottato all’interno della famiglia può rivelarsi un’ottima sfida motivazionale per l’erede di sangue. In parole povere, se fossi il figlio del fondatore di una compagnia, non potrei starmene con le mani in mano e rilassarmi per timore di ritrovarmi un nuovo ‘fratello’ con pari diritti di successione“.

Da sempre matrimoni e rapporti di parentela, nel quadro culturale giapponese, hanno dunque a che fare con qualcosa che va ben oltre la sola sfera delle relazioni umane. Rappresentano una sorta di garanzia di prosperità e di prestigio da perpetrare a prezzo dei propri stessi legami di sangue. Come ebbe a dire il ‘patriarca’ e fondatore di un’altra famosa e antica realtà imprenditoriale nipponica, la Mitsui Group: meglio avere figlie femmine che figli maschi. Poiché i figli maschi potrò sceglierli in seguito.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->