martedì, Aprile 20

Giappone, il razzismo nasce sul web field_506ffb1d3dbe2

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Zaitokukai

Sono stati paragonati ai gruppi emergenti delle destre nazionaliste, figlie della dilagante instabilità economica e politica, in rapida espansione in tutto il continente europeo. Ma i nuovi nazionalisti del Paese del Sol Levante rifiutano l’etichetta di ‘neonazisti’ e fascisti, affermando di ispirarsi piuttosto ai Tea Party di stampo britannico. Si tratta dei membri del movimento denominato Zainichi tokken wo yurusanai shimin no kai (abbreviato in Zaitokukai), vale a dire ‘Cittadini contro i privilegi speciali dei coreani residenti in Giappone’.

Nato nel dicembre 2006 il gruppo, che inizialmente contava poche centinaia di affiliati, dopo aver conosciuto negli anni fortune alterne, ha finito per diventare il più numeroso tra i cosiddetti ‘hate groups’ attualmente presenti in Giappone dal dopoguerra. Le basi ideologiche che animano il gruppo sono costituite principalmente dall’opposizione alla presenza di comunità straniere in Giappone e all’immigrazione asiatica all’interno del Paese, a cui si unisce una retorica nostalgica e nazionalista, che assume come modello l’epoca del ‘glorioso’ Giappone Imperialista.

Le occasioni di aggregazione tra i militanti, così come il reclutamento delle nuove leve, si realizzano prevalentemente attraverso il web e i suoi canali. Come ad esempio lo stesso sito internet del gruppo (che ad oggi vanta più di 13,000 iscritti), grandi forum online come 2-Channel (in cui è possibile postare messaggi in forma del tutto anonima), o come la piattaforma di video sharing Nico nico douga, il corrispettivo nipponico di Youtube. È da qui che gli utenti possono visionare e condividere i video che documentano le manifestazioni e le altre attività di protesta del gruppo; nonché i discorsi – innaffiati di retorica da periodo bellico – tenuti dal suo leader e fondatore, un uomo di 38 anni dall’apparenza di un modesto impiegato sovrappeso, conosciuto con lo pseudonimo di Makoto Sakurai.

Altra caratteristica peculiare è il fatto che molto raramente i militanti del gruppo siano arrivati al vero e proprio scontro fisico con forze dell’ordine o controparti avversarie. Le azioni del gruppo sembrano infatti limitarsi a rumorose manifestazioni urbane, concentrate prevalentemente in zone strategiche di alcuni quartieri di Tokyo, Osaka e Kyoto, noti per la presenza straniera e la multiculturalità che li caratterizza. Manifestazioni all’insegna dell’invettiva, dell’insulto razzista e dei discorsi incitanti all’odio nei confronti delle varie minoranze etniche presenti in Giappone. Bersaglio principale è la comunità coreana (la seconda più ampia presente sul territorio dopo quella cinese), ma lo Zaitokukai non risparmia altre categorie come la minoranza cinese e filippina, quella degli indigeni Ainu, i partiti politici di sinistra e perfino i burakumin giapponesi (ossia i cosiddetti fuoricasta, gente ai margini della società).

Scarso l’interesse dei membri del movimento (prevalentemente giovani disoccupati o con una situazione lavorativa instabile) nei confronti del reale impegno politico, tant’è che il gruppo non si è mai legato né sembra mai aver sostenuto apertamente alcun partito o personalità politica particolare. I comizi altisonanti, le manifestazioni di protesta anti-coreane (che in ogni caso non raccolgono generalmente più di un centinaio di persone) e l’interazione su internet sembrano essere le uniche forme in cui le attività del gruppo trovano espressione concreta.

Koichi Yasuda, autore del libro Internet e patriottismo, in cui si tratta il rapporto tra il web e la diffusione dei nuovi movimenti di estrema destra in Giappone e Corea, arriva a dire che «se ci fossimo trovati in un’epoca in cui lo streaming video sul web non fosse esistito, l’attività del Zaitokukai sarebbe stata molto più contenuta

Gli esperti che hanno osservato da vicino il fenomeno, legano l’escalation di sentimenti ultranazionalisti a sfondo xenofobo e lo sviluppo dello Zaitokukai (e degli altri vari gruppi della cosiddetta ‘estrema destra del Net’) ai più svariati fattori. Il disagio di alcune categorie sociali, legato alla crisi economica e all’alto tasso di disoccupazione,  insieme alle crescenti tensioni diplomatiche con la Corea (la contesa sulle isole Dokdo, la questione delle ‘comfort women’ e quella dei rapimenti dei cittadini giapponesi da parte degli agenti di Pyongyang) hanno certamente fornito una base fertile.

Alcuni osservatori attribuiscono un ruolo di responsabilità all’ideologia politica dei liberaldemocratici (il partito di centro destra giapponese attualmente al governo) e in particolare all’impostazione ultraconservatrice dell’attuale governo di Abe Shinzo (che pure ha recentemente espresso una formale condanna nei confronti delle azioni dello Zaitokukai); mentre altri studiosi, come Beverley Anne Yamamoto, dell’università di Osaka, ritengono si tratti di un retaggio di quell’idea di omogeneità etnica, attraverso cui il Giappone ha storicamente costruito la propria immagine identitaria, che va oggi a scontrarsi con la prospettiva di una società orientata verso una coesistenza sempre più multiculturale. L’apparente innocuità dello Zaitokukai non ha impedito però ai cittadini e alle stesse autorità di considerare seriamente i rischi legati alla notevole crescita del gruppo nel corso degli ultimi anni e alla costante intimidazione – seppur quasi solo esclusivamente verbale – di cui sono oggetto gli individui appartenenti alle minoranze contro cui si scagliano i militanti.

Negli scorsi mesi, membri di gruppi anti-razzisti come il Reishisuto wo Shibakitai (‘Squadre di resistenza contro i razzisti’), affiancati da non-attivisti appassionati del Korean-pop e da comuni cittadini, hanno dato vita a manifestazioni parallele a quelle dello Zaitokukai, imitandone la retorica e gli slogan denigratori (ripagandoli, per così dire, con la loro stessa moneta), sfociate in più di un’occasione anche in scontri fisici, a cui hanno fatto seguito diversi arresti da entrambe le parti.

Nonostante ciò, Arita Yoshifu, membro della Camera dei Consiglieri del Partito Democratico giapponese e tra gli organizzatori della ‘contro-manifestazione’ dello scorso 31 marzo nel quartiere di Shin-Okubo (la Korean-town di Tokyo), ha affermato, attraverso un Tweet, che «il pubblico giapponese ha una consapevolezza ancora insufficiente del razzismo, dei discorsi incitanti all’odio e delle altre questioni connesse» e che «le manifestazioni anti-razzismo dovrebbero contribuire a ispirare maggiormente il pubblico dibattito».

Esiste infatti un sottile distinguo tra un atto ispirato da odio razziale, considerato crimine a tutti gli effetti (in ossequio alla Convenzione Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, che il Giappone ha sottoscritto) e un’offesa verbale ispirata dal medesimo odio razziale (che rientrerebbe invece nella sfera della piena ‘libertà di espressione’ garantita dalla Costituzione giapponese). Tra il 2009 e il 2010 alcuni militanti dello Zaitokukai avevano preso di mira la Kyoto Chosen Daiichi, una scuola etnica coreana appartenente alla rete dell’Associazione dei Coreani in Giappone (organizzazione dalle posizioni notoriamente pro-Pyongyang), urlando slogan come « Scarafaggi, vermi, tornatevene in Corea», «Fuori le scuole coreane dal Giappone», «Figli di spie». La protesta sarebbe stata giustificata dal fatto che l’istituto avrebbe utilizzato lo spazio pubblico di un parco senza un permesso ufficiale.

Il 7 ottobre 2013 il tribunale di Kyoto, basandosi sulla Convenzione Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale e riconoscendo quindi la matrice razzista – dunque illegale – della manifestazione di fronte alla Kyoto Chosen Daiichi, ha infine imposto agli attivisti dello Zaitokukai il pagamento della cifra di 12 milioni di yen (circa 120 mila dollari) e il divieto di avvicinamento alla struttura scolastica a meno di 200 metri di distanza dall’ingresso.

In tal senso, la sentenza emessa dal Tribunale di Kyoto nei confronti dei membri dello Zaitokukai costituisce una delle prime azioni significative nei confronti dell’allarmante fenomeno della discriminazione razziale, sempre più diffuso in Giappone. Allo stesso tempo, essa apre in maniera ormai ineludibile una questione che investe tanto la sfera giuridica che quella etica: la riconsiderazione dei parametri e dei limiti della ‘libertà di espressione’, un’arma a doppio taglio, capace di garantire – così come allo stesso tempo di destabilizzare – i valori basilari della democrazia e i principi della comune convivenza civile.

 

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