lunedì, Settembre 27

Giappone, fuori casta nel XXI secolo

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Una delle cose che più salta all’occhio ad un turista straniero in visita per la prima volta in Giappone è l’assoluta omogeneità della sua popolazione. La società giapponese è infatti incredibilmente compatta, composta per più del 98% da discendenti del popolo Yamato, giapponesi doc.

Nonostante questa omogeneità anche qui sono presenti minoranze etniche. Si tratta per lo più di coreani, cinesi e brasiliani spesso nati e cresciuti in Giappone. In alcuni casi come quello degli Ainu, antica popolazione autoctona ancora esistente nell’estremo nord del paese, il loro stanziamento è addirittura precedente a quello giapponese.

Secondo un rapporto del 2006 a cura delle Nazioni Unite è emerso che, nonostante dei significativi miglioramenti nel corso degli ultimi anni, persiste ancora una forte discriminazione nei confronti delle minoranze etniche del paese. Questo è dovuto in larga parte alla convinzione che solamente i giapponesi stessi possono capire a fondo la propria cultura e che gli stranieri, siano essi americani o discendenti di coreani che vivono in Giappone da tre generazioni, saranno sempre considerati “esterni” a questa cultura.

Ma c’è una discriminazione che per certi versi è ancora più odiosa ed è quella che riguarda i  ”burakumin”, letteralmente gli ”abitanti dei villaggi”. Si tratta di circa due milioni di persone (le stime sono molto altalenanti), giapponesi a tutti gli effetti che vengono discriminati solo per il tipo di lavoro fatto dai loro antenati, spesso più di cento anni fa.

Questa discriminazione è presente sin dai tempi più remoti del paese, legata a credenze religiose dello Shintoismo e in parte del Buddismo stesso ma si radicalizzò solamente in epoca Tokugawa (1603-1868), quel lungo periodo di pace e di isolamento totale che precedette la scoperta dell’Occidente. In una società divisa in quattro caste principali, samurai, contadini, artigiani e mercanti, tutti coloro che avevano a che fare con la ‘morte’ e tutto quello che vi era associato – becchini, macellai, conciatori – erano considerati ”eta” ovvero persone fuori dalle caste,  indegne di essere considerate esseri umani. Il sistema delle caste giapponese non prevedeva nessuna mobilità sociale e i figli degli ”eta” erano destinati allo stesso trattamento dei genitori senza possibilità di cambiare il proprio destino. Fu in questo periodo che presero ad organizzarsi in piccole comunità, dei veri e propri ghetti e ad essere marginalizzati dalla società. 

Con l’arrivo dell’era moderna, nel 1871 fu promulgato l’editto d’emancipazione che mise definitivamente la parola fine al sistema delle caste. Ma molto tempo ancora è dovuto passare prima che le condizioni degli abitanti dei buraku potessero realmente migliorare. Negli anni la condizione sociale, economica e l’accesso all’educazione è stata infatti nettamente al di sotto degli standard nazionali e si stima che ancora oggi oltre il 60% degli affiliati alla Yakuza, la potente mafia giapponese, provenga da abitanti dei buraku, segno tangibile di quanto sia difficile scrollarsi di dosso la ‘macchia’ di essere un ‘burakumin’.

 Ma com’è la situazione oggi? L’abbiamo chiesto a Kazuhiro Kawamoto che si occupa dell’argomento per conto dell’Asia-Pacific Human Rights.

 Qual è la situazione dei ‘burakumin’ oggi? Vivono ancora confinati in ghetti?

I programmi governativi (1969-2002) per diminuire il gap tra burakumin e non hanno migliorato enormemente le condizioni ambientali dei distretti buraku che tuttavia ancora esistono. In ogni modo oggi è quasi impossibile distinguerli dalle altre parti della città. Ciononostante vivere nelle aree buraku rimane sempre molto difficile sotto diversi aspetti incluso lo status economico, l’accesso all’educazione, la ricerca di un lavoro ecc. La situazione poi cambia da distretto a distretto. Può essere d’aiuto per capire la situazione attuale un sondaggio effettuato ad Osaka secondo il quale le persone del buraku senza un’educazione scolastica sono il 4,8% (la media è lo 0,2%) mentre il tasso di disoccupazione è del 9,7% per gli uomini e del 8,2 per le donne (la media è del 6,6% e 5,6%. Infine le persone che hanno accesso ad internet sono la metà rispetto le persone che non vivono in aree buraku.

 Sono frequenti i matrimoni tra burakumin e persone non buraku?

E’ difficile da dire, sicuramente c’è un trend positivo. Ma alla domanda ”saresti felice se tuo figlio sposasse una persona di origine buraku?” solo il 20% ha risposto positivamente. Da questo è facile dedurre che per un ‘burakumin’ ci saranno sicuramente molte più probabilità di non essere accettati da genitori o amici del proprio partner. In questo senso si, esistono ancora forti barriere nei matrimoni.

 Nel 1975 ci fu lo scandalo ”Tokushu buraku chimei sokan”. Fu scoperto che più di duecento grandi aziende, tra cui Toyota, Nissan e Honda, per decidere se assumere o meno un dipendente consultavano abitualmente un libro nel quale erano elencati i nomi di tutti gli abitanti dei buraku. Quelle liste furono vietate all’epoca perché discriminanti ma ancora oggi vi sono copie che girano illegalmente su internet. C’è ancora discriminazione sul posto di lavoro?

Quella lista dei buraku ebbe un grande impatto su tutta la società, dando una enorme visibilità al problema della discriminazione dei burakumin. Dopo quel evento tutte i settori dell’economia hanno fatto un grande sforzo per eliminare ogni tipo di discriminazione che riguardasse l’origine delle persone. Questi sforzi, inclusi la sensibilizzazione e il sostegno alla ricerca del lavoro, ci hanno portato oggi in una situazione in cui è molto raro assistere ad incidenti del genere.  Se una compagnia subisse uno scandalo del genere oggi, sarebbe travolta da una critica feroce da parte della intera società.

 Nel 2002 il governo ha interrotto il programma trentennale di aiuto a favore dell’assimilazione della comunità buraku, considerando il problema ‘sostanzialmente risolto’. Nonostante questo il problema sembra essere invece ancora molto presente. Perché non esiste una legge contro la discriminazione in Giappone, così come richiesto anche dalle Nazioni Unite? Potrebbe essere di aiuto per una maggiore integrazione?

Quella legge ha aiutato molto il processo d’integrazione della comunità buraku migliorandone la qualità di vita sotto tutti i livelli. Tuttavia penso che la maggior parte dei Burakumin oggi non vogliano più essere trattati come persone ”speciali”, bisognosi di una legge che li tuteli. In qualche modo questo trattamento li ha posti come diversi di fronte alle altre persone. Un aspetto negativo di quella legge è stato il rendere i buraku dipendenti da quegli aiuti, mentre le persone non buraku o le altre minoranze meno tutelate diventavano invidiosi o critici rispetto a questo trattamento privilegiato. Ha creato una sorta di frattura. La soluzione potrebbe essere la promulgazione di una legge che aiuti indistintamente tutte le persone con difficoltà o problemi e non solo una singola comunità piuttosto di un’altra.

 I modi per risolvere il problema dei buraku si dividono generalmente in due visione opposte. La prima, seguita dal Ministero dell’Educazione, da alcune delle maggiori organizzazioni per i diritti dei buraku e dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione, è quella di non parlare del problema. Abbracciano l’approccio secondo il quale se non si parla di un problema questo non esiste.  Dall’altra parte c’è l’approccio auspicato dalle Nazioni Unite, quello di dare il maggior risalto possibile alla tematica, essere aperti e non nascondere il problema ma informare e sensibilizzare il più possibile. Quale pensa sia la soluzione migliore per affrontare la cosa?

Quello del Governo è l’approccio che in Giappone chiamiamo ”non svegliare il bambino che dorme”. Spesso le persone credono che vada tutto bene, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma non è così. C’è una lunga storia di discriminazione verso i burakumin che dura da secoli e non vi è nessuno sforzo da parte del governo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo tema. Il risultato è che la situazione buraku esiste ancora oggi ed esisterà sempre fino a quando non cambierà questo atteggiamento. La gente dovrebbe capire che aumentare l’interesse e la sensibilità verso il tema dei buraku è l’unico modo per risolvere la situazione. E’ fondamentale a mio avviso promuovere l’educazione sui diritti umani sin dalla scuola, cosa che viene invece spesso ignorata.

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