domenica, Settembre 26

Giappone, di lavoro si muore I giapponesi e il rapporto con il lavoro: il fenomeno 'karoshi'

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karoshi

Con il termine giapponese ‘karoshi‘ si intende generalmente la morte causata da eccesso di lavoro. Si tratta di uno di quei fenomeni sociali che, al pari di quello relativo agli hikikomori (i giovani autoreclusi), seppur presente anche altrove nel mondo, finisce per assumere connotazioni peculiari all’interno della cultura nipponica, a causa della diffusione capillare che tale fenomeno ha assunto nel Paese del Sol Levante.

Il primo caso documentato di karoshi risale al 1969, quando un giovane uomo di 29 anni, addetto al reparto spedizioni di una grande testata giornalistica giapponese, venne colto da ictus sul posto di lavoro. Fu solo dopo cinque anni che alla famiglia della ‘vittima’ venne riconosciuto il diritto di beneficiare di un risarcimento. Con il boom economico degli anni ’80 la produttività crebbe a dismisura; con il successivo lo scoppio della cosiddetta ‘bolla economica’ (anni ’90) e la conseguente crisi finanziaria, molte ditte giapponesi scelsero di ridurre il numero degli impiegati, senza però diminuire l’orario lavorativo per non inficiare gli standard di produzione. Ma già nel 1978, durante il meeting annuale della Japan Association of Industrial Health, vennero documentati 17 casi di karoshi. Nel 1980, karoshi fu legalmente riconosciuta come causa di morte da eccesso di lavoro, e da quel momento i casi di decesso e suicidio connessi al superlavoro, sottoposti all’attenzione delle autorità governative, sono cresciuti esponenzialmente.

Le vittime di karoshi risultano principalmente individui di sesso maschile, di età compresa tra i 30 e i 40 anni, generalmente impiegati. Dai dati raccolti dalla International Labour Organization nel 2004, si stimava che circa 6 milioni di giapponesi lavorassero per più di 60 ore a settimana, a cui spesso si aggiungevano fino a 100 ore di lavoro extra in un singolo mese. Quello del karoshi non è un fenomeno esclusivamente giapponese. Numerosi casi sono stati riscontrati anche in altre grandi realtà industrializzate dell’Estremo Oriente, come Cina e Corea del Sud; nonché in alcuni Paesi europei e in America che, sorprendentemente, stando alle statistiche, risulta l’unico altro Paese in cui gli impiegati lavorano per un numero di ore ancor maggiore rispetto ai ‘colleghi’ nipponici.

A tal proposito abbiamo ascoltato il parere di Richard E. Wokutch, professore presso il Pamplin College of Business della Virginia Polytechnic Institute & State University e autore di un report speciale sul karoshi, pubblicato nel Medical And Health Annual (edito da Encyclopedia Britannica) del 1993. “Le specifiche modalità di lavoro eccessivo che possono portare alla morte sono molteplici e si verificano in misura diversa nei vari Paesi. Alcuni esempi che ricorrono più o meno universalmente sono: attacchi di cuore o ictus da eccesso di lavoro; persone che incorrono in incidenti stradali mortali perché si addormentano al volante della propria auto a causa di orari di lavoro eccessivamente lunghi, e in casi estremi persino suicidi, come abbiamo sentito in merito a ciò che è accaduto alla Foxconn, in Cina“.

Le statistiche non tengono però conto degli straordinari, non retribuiti, che i lavoratori giapponesi sono, non propriamente costretti, ma ‘fortemente incoraggiati’ a svolgere. Sono spesso proprio le ore di lavoro extra a condurre all’esacerbazione di una condizione psicofisica di per sé già compromessa, favorendo il sorgere di complicazioni cardiovascolari, ictus e altre problematiche minori legate a forti condizioni di stress, come ulcere, carenza di sonno, mal di schiena, impotenza (senza contare disagi psicologici come ansia e depressione, dovuti alla frequente lontananza dalla famiglia e dall’impossibilità di creare relazioni stabili); sino ai più gravi casi di suicidio, il cosiddetto karojisatsu, una ‘variazione’, altrettanto diffusa, del fenomeno karoshi.

Il karoshi non viene considerato in un’accezione puramente clinica. Il termine, connesso piuttosto a un ambito definibile come ‘sociomedico’, sta a indicare, nella definizione fornita da Tetsunojo Uehata, un’autorità dell’Istituto Nazionale della Pubblica Sanità del Giappone, una condizione «in cui viene consentita la perpetrazione di processi di lavoro psicologicamente debilitanti, in modo da sconvolgere i normali ritmi di vita del lavoratore, che portano a un accumulo di fatica fisica e che sono accompagnati da un peggioramento di una preesistente ipertensione e indurimento delle arterie; conducendo infine a un collasso che risulta fatale».

La difficoltà nello stabilire chiaramente le cause e le modalità effettive di un decesso di questo tipo, e di poter collegare chiaramente tali modalità a una condizione lavorativa ‘disumana’, è una delle questioni più controverse in Giappone, non solo dal punto di vista clinico, ma anche legale. Così come negli ultimi anni sono cresciute esponenzialmente le richieste di risarcimento da parte delle famiglie di vittime di karoshi (che possono ricevere un indennizzo dai 20,000 fino a 1 milione di dollari, se la causa della morte viene effettivamente riconosciuta come connessa all’eccesso di lavoro); così sono aumentati anche i casi in cui le compagnie tentano di difendersi, facendo in modo che la causa della morte non risulti legata a condizioni di forte stress lavorativo. Come nel caso di Kenichi Uchino, impiegato della Toyota, deceduto nel 2002 all’età di 30 anni mentre si trovava sul posto di lavoro, alle 4 del mattino. La compagnia asserì che queste ore di lavoro extra (80 al mese, per sei mesi consecutivi) fossero ‘volontarie’, e la corte stabilì infine che l’orario prolungato fosse «parte integrante del lavoro dell’impiegato». Fu solo cinque anni dopo che alla vedova Uchino venne riconosciuto il diritto a un risarcimento.

Vi sono forti motivazioni economiche perchè le famiglie delle vittime abbiano interesse nell’ottenere che una morte sia classificata come correlata al lavoro, come previsto dalle modalità del karoshi“, prosegue il professor Wokutch. “Se il decesso avviene durante l’orario di lavoro, dovrebbero esserci prove evidenti che esso sia correlato ad esso; allora sarebbe ammissibile un risarcimento alla famiglia delle vittime dei lavoratori e un’ammissione di responsabilità da parte della ditta per quella morte. Tuttavia, se la morte avviene lontano dal posto di lavoro, la connessione della morte alle condizioni di lavoro potrebbe non essere così evidente e la famiglia potrebbe dover intraprendere un’azione legale per perseguire la richiesta di risarcimento. Ad esempio, se un camionista che lavora per una società si addormenta al volante perché ha guidato troppo a lungo per rispettare una scadenza di consegna, questa è ovviamente una fatalità correlata al lavoro. Tuttavia, se un impiegato di un ufficio è rimasto fino a tardi a completare una relazione e ha un incidente stradale mortale del tutto simile (supponiamo che non sia pendolarismo, perché la copertura degli infortuni mortali per il pendolarismo varia da paese a paese), è improbabile che la sua famiglia riceva automaticamente un indennizzo o un’ammissione di responsabilità da parte della società, senza presentare un appello speciale o intraprendere un’azione legale“.

A complicare ulteriormente le cose, vi è il fatto che la ‘vittima’ può, in alcuni casi, rivelarsi allo stesso tempo il carnefice inconsapevole di se stesso. Non è raro che alcuni lavoratori giapponesi decidano di usufruire della metà dei giorni di ferie pagate a loro concessi (o di non usufruirne affatto); o di decidere spontaneamente di rimanere oltre l’orario previsto, dal momento che è considerato inappropriato lasciare il posto di lavoro prima dei superiori o dei colleghi più anziani e che molti sentono la necessità di mostrare la massima abnegazione nei confronti della propria occupazione. Questa attitudine è da ricercarsi all’interno di un fattore culturale profondamente radicato, un ideale sociale di stampo confuciano che infonde nell’individuo un senso di priorità per il rispetto verso la gerarchia e per il benessere del gruppo, anteponendoli alle proprie necessità individuali. Oltre a questo, è certamente presente anche una necessità ‘competitiva’ individuale, che porta il lavoratore a voler far più del necessario, nella speranza che ciò porti a un rapido avanzamento di carriera.

Realtà come la Japan Karoshi Foundation, o come il National Defense Counsel for Victims of Karoshi, si sono impegnati nella raccolta delle casistiche riferibili al fenomeno karoshi, attraverso la diffusione di informazioni e la promozione di attività di supporto. Solamente tra il 1988 e il 1990, la hotline del National Defense Counsel for Victims of Karoshi registrò circa 1806 ‘denunce’ di morti da eccesso di lavoro, di cui più del 50% provenienti da donne i cui mariti erano deceduti a causa di infarto o ictus.

Verso la fine degli anni ’80, inizi anni ’90, su pressione da parte degli altri Paesi e data la crescente ‘pubblicità’ negativa che il fenomeno karoshi, attraverso le denunce da parte dei familiari delle vittime, iniziava ad avere su alcune grandi aziende, il governo iniziò a incentivare la nascita di centri che promuovessero la salute dei lavoratori che non potessero usufruire di adeguata assistenza medica da parte delle rispettive ditte. Un’iniziativa criticata da più parti, in quanto è stata letta come una mossa puramente di facciata, piuttosto che un reale tentativo di migliorare le condizioni dei lavoratori.

Secondo un report della International Labour Organization, al fine di prevenire i casi legati alla morte da eccesso di lavoro, è necessaria innanzitutto una riduzione dell’orario e del carico lavorativo; la garanzia di un adeguato supporto sanitario e la possibilità di accesso a strutture mediche e di consulenza; infine, l’incentivazione di un dialogo attivo ed efficace tra impiegati e datori, per far sì che venga attuata una valutazione congiunta dei rischi correlati allo stress da superlavoro, mirando a creare un ambiente lavorativo più sano ed efficiente.

 

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