sabato, Settembre 18

Giappone: capostipite artificiale L'incredibile caso di Mitsutochi Shigeta, 24enne che affittava uteri a ripetizione

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Mi sembra di stare ad inanellare una collezione di deliri umani: ieri ho analizzato l’efferato delitto di viale Birmania a Roma; oggi tocca ad un fatto avvenuto a migliaia di chilometri dall’Italia, ma che comunque è sintomo d’insania mentale.

Un 24enne giapponese, Mitsutochi Shigeta, figlio di un ricco magnate delle telecomunicazioni nel Paese del Sol Levante, aveva messo in piedi un piano da delirio di onnipotenza, che prevedeva una disseminazione capillare del suo seme in uteri in affitto in Thailandia, Cambogia e chissà dove ancora.

Si legge sul ‘Corsera’: «Mariam Kukunashvili, fondatrice della clinica della fertilità «New Life» di Bangkok, aveva capito subito che c’era qualcosa che non andava in quel 23enne giapponese, Mitsutoki Shigeta. Il ragazzo si era rivolto al centro thailandese nell’estate dell’anno scorso per trovare due madri surrogate ma, appena saputo che le inseminazioni erano andate a buon fine, aveva immediatamente chiesto di poter avere a disposizione altri uteri in affitto. Un comportamento molto strano. Si era anche informato sulla possibilità di congelare il suo sperma per continuare a procreare anche da anziano. «Diceva che la sua intenzione era quella di avere 10-15 figli all’anno».

Oscure le motivazioni che hanno mosso l’elaborazione di un piano che … bislacco è dir poco.

Possiamo solo tentare di tratteggiare delle ipotesi, ma ogni essere umano, sano di mente, è già un mistero per gli altri nella ricostruzione dei suoi itinerari mentali, figuriamoci se riusciamo a indovinare i pensieri di un ragazzo con troppi soldi e un cervello bacato.

Che una simile paternità oceanica fosse ricercata per contribuire a combattere la crescita zero tipica della civiltà industrializzata?

Oppure che il ragazzo, omosessuale di suo, volesse circondarsi di una progenie amplissima? Non prendete questa frase per quello che non è, ovvero un outing omofobo. In realtà, cerco di spiegarmi come mai non fosse ricorso al metodo meno complicato di ‘copula diretta’.

Ma forse era semplicemente per evitarsi tutte le complicazioni derivanti dall’approccio con una partner e la fatica a convincerla a procreare: in questo caso, non se la sarebbe potuta cavare con meno dei diecimila euro con cui remunerava ogni donna che prestava il suo utero al suo delirio di paternità.

Bambini allevati come polli di batteria: a Bangkok l’Interpol locale ha scovato, in un condominio, il ‘covatoio’: in un appartamento semiarredato erano attendate 9 donne e 9 neonati, sei maschi e tre femmine; mobili pochi, tutt’al più un ampio campionario delle attrezzature a servizio della mega nursery, giocattoli compresi.

Nel darsi alla fuga dalla Thailandia verso una meta sconosciuta – nulla è impossibile, se paghi – Shigeta ha portato un altro bimbo e un’altra madre con lui ed al momento non si sa quanto fossero questi poveri piccini procreati per un inconoscibile obiettivo.

Dicevo, i nostri percorsi mentali ‘banali’ non ci consentono di ricostruire gl’intenti di Shigeta.

Nell’articolo del Corsera, si sparano ipotesi, riflesso di ciò che quell’idiota del procreatore seriale andava contrabbandando con gli interlocutori che  rendevano possibili le gravidanze.

A qualcuno, infatti, ha detto che aveva ambizioni politiche e che voleva costruirsi una grande famiglia per moltiplicare i suoi sostenitori.

Peccato che questo pensiero non sia venuto a Mr B. cinquanta e passa anni fa, quando era coetaneo del giovane Mitsutochi! Di una cosa, però, potevamo stare sicuri: non sarebbe ricorso alle inseminazioni artificiali…

Ma, d’altronde, non avrebbe neanche potuto diventare il tycoon delle Tv e dell’edilizia che è, affaccendato come sarebbe stato a… disperdere gli spermatozoi sul territorio nazionale (l’elettorato occorre … spalmarlo per non avere ‘collegi’ meno forti).

Sembra a me stessa una coincidenza imbarazzante che i protagonisti delle storie che sto ricamando in questi giorni siano solo uomini.

Mi sento trasformata in una di quelle suffragette rancorose e viperine che abbaiavano slogan nei tempi andati. Mica è colpa mia, però, se la mente maschile è così soggetta ai deragliamenti.

Per riequilibrare le responsabilità, inserisco anche la storia di Sebastiana Ippolito, la sessantenne che a Carlentini, nel siracusano, ha ucciso con 40 coltellate il marito Alfio, 72 anni.

L’accanimento è indice di un impeto omicida irresistibile: non il raptus – che gli psichiatri, da tutti i giornali possibili e immaginabili, pontificano che non esiste – ma comunque una volontà irosa di uccidere, di cancellare dalla faccia della Terra il suo compagno.

Si ipotizza, però, che il delitto trovi le sue radici nella morte della figlia della coppia, sei anni fa, portata via da un cancro devastante. Ovvero che la donna abbia voluto spazzare via l’intera famiglia perché si ricongiungesse all’amata figliola.

Resta, però, da stabilire se nella coppia non ci fossero episodi di violenza del marito sulla moglie, casi certo non infrequenti.

Stavolta, però, si è trattato di un delitto che, pur nella sua orripilanza, ha una sua consequenzialità in entrambi le ipotesi di movente; nei casi precedenti che vi ho narrato, ieri ed oggi, laddove i protagonisti sono di sesso maschile,  farneticanti in maniera irricostruibile rispetto alle sinapsi tipiche del pensiero umano, per quanto patologico.

Che senso ha quella vita sbandata di Federico Leonelli, quel desiderio di andare a Gaza a combattere per gli israeliani, quella divisa rituale indossata per uccidere Oksana?

Che senso ha il seme disseminato per assicurarsi paternità a ripetizione, secondo una proiezione di Superego che mai si è perseguita nella storia dell’umanità?

Se io fossi l’Interpol thailandese, mi assicurerei che Mitsutochi Shigeta non abbia presentato la documentazione al Guinness dei primati per registrare il suo record.

 

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