venerdì, Maggio 7

Giappone al voto: Abe verso la riconferma, ma con quale maggioranza? Sulle ragioni del voto e sugli scenari che potrebbe aprire abbiamo sentito il professor Axel Berkofsky, Senior Associate Research Fellow presso l'ISPI

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Ma se adesso il Giappone spende già cifre ingenti in spese militari pur essendo una nazione pacifista, qualora cessasse di esserlo dovremmo aspettarci una politica di difesa ancora più agguerrita?

Non cambierebbe nulla in concreto, il superamento del principio pacifista contenuto in Costituzione sarebbe un cambiamento perlopiù simbolico, cambiamento su cui incide in maniera determinante la visione nazionalista di Abe e del suo Governo. Secondo tale visione il Giappone è ancora un Paese con una costituzione americana, una nazione priva di dignità e di una sovranità piena, pertanto questa riforma costituzionale sarebbe l’ultimo passo verso l’indipendenza formale. L’aspetto simbolico della riforma è considerato importante in Giappone. Tuttavia, se si eliminano gli elementi esclusivamente simbolici, allora risulta evidente come  una riforma dell’articolo 9 della Costituzione non cambierebbe nulla nella sostanza.

Questo cambiamento, anche se simbolico, qualora avvenisse rischierebbe di mutare i delicati equilibri regionali?

Non dimentichiamo che per cambiare la Costituzione giapponese serve una maggioranza di due terzi nella Camera Bassa, maggioranza che Abe non avrà più dopo questa elezione, una maggioranza di due terzi nella Camera alta e infine l’approvazione finale con un referendum popolare. E quando si esaminano i sondaggi si vede chiaramente che il popolo giapponese non è pronto e forse nemmeno interessato a cambiare la Costituzione solo per assecondare l’ossessione di un Primo Ministro.  Qualora un mutamento della Costituzione dovesse davvero diventare realtà la maggiore tensione potrebbe esserci con la Cina. Qualsiasi cosa che il Giappone fa dal punto di vista della sicurezza e della difesa viene sempre criticato in Cina come un ritorno del vecchio militarismo giapponese. Anche se la Cina sa ovviamente che il Giappone non sta per trasformarsi nel Paese militarista che è stato durante la seconda guerra mondiale, la critica e i commenti sono scontati. Quello che invece il Giappone potrebbe fare, sempre in linea teorica, sarebbe sviluppare un armamento nucleare, per poter fronteggiare le continue minacce della Corea del Nord. Il Giappone, come la Corea del Sud, ha le capacità per diventare una potenza nucleare in un orizzonte temporale di sei mesi. Naturalmente è molto improbabile che ciò accada in quanto i costi sarebbero enormi e in ogni caso si rischierebbe  una violazione del Trattato contro la proliferazione nucleare. Il Giappone è comunque protetto dall’ombrello nucleare statunitense e al limite potrebbe entrare in un sistema di condivisione nucleare simile a quello a cui partecipano i Paesi Nato. Ogni tanto il discorso sul nucleare torna ad essere di attualità, vi è un’ideologia nazionalista che ritiene giusto che il Giappone sviluppi l’arma atomica per rafforzare le proprie capacità di autodifesa. Questo porterebbe ad una situazione paradossale: uno Stato pacifista, che teoricamente non dovrebbe essere una potenza militare, che si trova invece a possedere un armamento nucleare. Ma è un’eventualità che al momento non sembra probabile.

Per quanto riguarda invece la politica economica del Primo Ministro Abe, ribattezzata Abenomics, quale prospettiva avrà dopo questo voto? E’ credibile una sua prosecuzione?

La politica economica del premier Abe finora ha avuto successo, si è trattato di una politica per certi versi simile alla nostra, basata su investimenti e iniezione di liquidità sui mercati. Ma in occasione della sua elezione nel 2012, l’attuale Primo Ministro aveva promesso non solo investimenti e riduzioni di tasse ma anche riforme strutturali. E nonostante qualche timido progresso in materia, queste riforme strutturali non sono ancora decollate. Un progetto importante era per esempio quello di aumentare la presenza delle donne nel mercato del lavoro, sul punto qualcosa si è mosso ma non abbastanza.  Se nel sistema economico giapponese vi è notevole liquidità, i mercati hanno quotazioni eccellenti e  la crescita è positiva, ora la grande sfida è fare qualcosa di più delle semplici riforme fiscali. La società giapponese è infatti una società molto vecchia, nella quale non c’è immigrazione e quindi nel lungo termine potrebbe avere problemi a finanziare il proprio debito pubblico. Pertanto sarebbe auspicabile aumentare la partecipazione delle donne al lavoro, misura idonea a incrementare di quasi due punti percentuali il PIL giapponese, nonché incentivare una maggiore apertura del mercato giapponese, anche se su quest’ultimo punto un aiuto decisivo sarebbe potuto arrivare dall’implementazione del TPP, il cui destino è stato tuttavia segnato dall’uscita degli Stati Uniti all’inizio dell’Amministrazione Trump. Vi sono certamente riforme strutturali che il Governo Abe avrebbe potuto e potrebbe tuttora adottare, ma io credo che la situazione dopo le elezioni rimarrà analoga a quella attuale. La rielezione di Abe difficilmente agevolerà un’accelerazione del percorso di riforme. Il Governo Abe è al potere dal 2012 e finora riforme strutturali con un effetto tangibile sull’economia non ve ne sono state.

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