lunedì, Settembre 27

Giappone, addio all’atomo? field_506ffb1d3dbe2

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Sono molte le sfide che il Giappone si trova a dover affrontare in questo momento. Prima tra tutte quella per il rilancio della propria economia, bloccata dalla deflazione, a cui si aggiunge ora – a seguito degli eventi dell’11 marzo 2011 – la ricerca di alternative nell’approvvigionamento di fonti energetiche. Nonostante lo spettro di Fukushima aleggi ancora, Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, sembra intenzionato a puntare sulla cosiddetta ‘diplomazia energetica’, promuovendo l’export di tecnologia nucleare nipponica (definita dallo stesso Abe come «la più sicura al mondo») verso il mercato estero; scontrandosi con il dissenso dell’opinione pubblica e con le divisioni all’interno del suo stesso governo. C’è poi chi ritiene che il Giappone abbia già tutti i numeri per potersi lasciare alle spalle l’atomo e intraprendere al più presto la strada della ‘rivoluzione verde’.

Ne abbiamo parlato con Jeff Kingston, direttore degli Studi Asiatici presso la Temple University Japan; autore dei saggi ‘Natural Disaster and Nuclear Crisis in Japan’ (2012) e ‘Critical Issues in Contemporary Japan’ (2014), nonché di diversi articoli sulla politica energetica nucleare in Giappone per le riviste ‘Focus’ e ‘Japan Times’.

 

La questione nucleare sta guadagnando crescente importanza all’interno dell’agenda di Abe Shinzo. Ciò è dimostrato dagli sforzi del Primo Ministro nel portare avanti gli accordi sul nucleare civile con paesi come l’India e la Turchia.

Il gabinetto Abe non è stato in grado di concludere un accordo sul nucleare civile durante la sua recente visita in India, in occasione della Festa della Repubblica. Questo non deve sorprendere, dato che il Giappone è particolarmente sensibile ad argomenti come quello della proliferazione nucleare, così come lo è l’India nei confronti del regime di non proliferazione. Inoltre, l’India si sta avviando verso le elezioni e Abe ritiene che Modi sia un uomo con cui poter trattare, a differenza del più esitante Singh. Abe deve anche tenere in considerazione le preoccupazioni del New Komeito, il partito alleato all’interno della coalizione di governo. Esso è categoricamente contro qualsiasi accordo che possa ammorbidire la posizione del Giappone riguardo la proliferazione nucleare; esso infatti ha generalmente sempre mantenuto una posizione anti-nuclearista. Ci si aspetta in ogni caso che entro la fine dell’anno Abe concluda l’affare, nonostante la diffidenza dell’opinione pubblica e la forte opposizione verso la politica di esportazione del nucleare. I presupposti non sono quindi dei migliori, ma ritengo che Abe abbia i numeri per prevalere. Il rischio è che il 9 febbraio gli elettori di Tokyo possano appoggiare un candidato anti-nuclearista , ovvero l’ex Primo Ministro Hosokawa, e questo potrebbe far deragliare i propositi di Abe. Ma è improbabile che Hosokawa possa vincere.

La politica del PM Abe Shinzo sull’esportazione di tecnologia nucleare sta conducendo a risultati positivi in Medio Oriente (Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti). Il Giappone sta stringendo un rapporto sempre più stretto anche con l’India, come risposta alla crescente espansione della Cina in Asia Orientale. Crede che le politiche divergenti di Giappone e India riguardo al nucleare potrebbero costituire un ostacolo allo sviluppo delle relazioni bilaterali?

Può darsi, ma il Giappone finora non ha mai effettivamente costruito un impianto oltreoceano e il primo che prevede di costruire sarà in Turchia, che come si sa è soggetta a frequenti terremoti e dove i sentimenti anti-nucleari risultano piuttosto forti. I dettagli dell’accordo non sono chiari, ma si può supporre che il governo giapponese sia fortemente intenzionato a procurarsi le sovvenzioni necessarie attraverso il denaro dei contribuenti; perciò ai cittadini giapponesi, molti dei quali si oppongono alla politica di esportazione del nucleare, tale accordo non risulta gradito. Ancora più importante, Abe sarà in grado di fare in modo che la Dieta approvi l’accordo sul nucleare civile con Ankara, tenendo conto della clausola che consente il riprocessamento e l’estrazione di combustibile nucleare? Tale questione è motivo di discordanza all’interno del suo stesso partito e divide la coalizione di governo, dal momento che il New Komeito si oppone fortemente al nucleare. Anche altri potenziali alleati come il Partito per la Restaurazione del Giappone risultano divisi.

Ritiene che la politica di esportazione di tecnologia nucleare avrà un impatto reale positivo sull’economia giapponese?

Non molto. Tali esportazioni sono fortemente sostenute dal governo attraverso prestiti concessionari a basso tasso d’interesse, i quali rappresentano un’àncora di salvezza per un’industria profondamente funestata, che persino la rivista ‘Economist’ definisce ormai non più sostenibile in termini economici, considerati i costi relativi alla sicurezza, allo smaltimento dei rifiuti e alla copertura assicurativa. Non verranno creati molti posti di lavoro, le esportazioni non aumenteranno significativamente; esso risulta più che altro uno sforzo per sostenere un’industria che sembra essersi fermata al Ventesimo secolo, mentre il Ventunesimo secolo appartiene allo sviluppo delle rinnovabili. A mio parere tutto ciò significa uno spreco di soldi e una cattiva gestione delle risorse che sarebbero meglio impiegate nelle energie rinnovabili.

In Giappone si avvicinano le elezioni governative. Il programma di Abe riguardo al nucleare incontra un diffuso dissenso, non solo tra la popolazione e le forze politiche d’opposizione, ma anche all’interno della stessa coalizione di governo. Ritiene che Abe sarà in grado di proseguire il proprio mandato?

Le elezioni di Tokyo potrebbero effettivamente far deragliare l’agenda di Abe, ma ne dubito. È improbabile che Hosokawa esca vincitore, e anche se dovesse, Abe è determinato a mettere in atto l’agenda riguardante il cosiddetto ‘villaggio nucleare’. Gli interessi privati legati all’industria del nucleare influenzano la Dieta e la burocrazia; il fatto che la strategia energetica nazionale possa essere decisa democraticamente costituisce una questione di non poca importanza, dal momento che si ritiene che la popolazione non abbia sufficiente coscienza di tali argomenti. Fondamentalmente l’opinione pubblica esprime timore nei confronti dell’energia nucleare e questo è il motivo per cui il governo ha bloccato il referendum. Il Giappone non vuole rischiare la ‘sindrome italiana’.

Pensa che il Giappone sarà in grado di trovare fonti di energia alternative, o si prospetta un inevitabile ritorno al nucleare?

Dal momento che il Giappone ha introdotto un ‘feed-in-tariff’ nel luglio 2012, è già stato attivato l’equivalente della capacità elettrica di tre reattori nucleari. La chiave è nell’ammodernamento della rete elettrica per renderla una ‘smart grid‘. Il Giappone è leader nel settore delle tecnologie rinnovabili, ed è in una buona posizione per effettuare la transizione piuttosto rapidamente. Se le energie rinnovabili avessero ottenuto anche solo una piccola parte del supporto e delle sovvenzioni che sono state impiegate nell’industria nucleare nel corso dei decenni passati, esse avrebbero la possibilità di prosperare ancora di più. Le innovazioni stanno avvenendo molto rapidamente e così adesso gli imponenti parchi eolici costieri e i parchi fotovoltaici galleggianti stanno diventando una realtà. Il Giappone ha anche un vasto potenziale nel geotermico e nella ‘wave energy’ (ossia lo sfruttamento del moto ondoso come energia rinnovabile) che rimane pressoché inutilizzato. Anche con il forte calo dei prezzi del GNL (Gas naturale liquefatto), dovuto allo Shale Gas USA, il Giappone può contare su questo come fonte energetica ‘transitoria’. È importante anche notare gli enormi progressi nella gestione della distribuzione e del consumo dell’energia attraverso le ICT (Information and communication technologies). I principali progetti pilota in città come Yokohama, Kitakyushu e Sendai, lasciano intendere un vasto potenziale nella possibilità di una riduzione dei consumi sino al 20% o anche più. Grandi aziende giapponesi come Panasonic, Hitachi, Toshiba, etc, stanno supportando questa iniziativa poiché sono consapevoli che c’è un enorme mercato globale ad attenderle. Dunque accelerare la rivoluzione verde in Giappone non costituirà solamente un bene per il Paese – riducendo così i rischi e migliorando la capacità di recupero in caso di catastrofi naturali, attraverso la distribuzione della produzione di energia – ma sarà anche utile nell’aiutare le imprese giapponesi ad assumere un ruolo di rilievo all’interno del vasto mercato straniero delle energie rinnovabili. Specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove l’energia nucleare non ha alcun senso. Si creerebbero posti di lavoro e i ricavi delle esportazioni supererebbero di gran lunga quelli relativi all’esportazione dell’energia nucleare, evitando così anche di opprimere il mondo con enormi quantità di scorie, che risulterebbero nocive per millenni, oltre che costose da stoccare.

 

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