martedì, Settembre 28

Giappone, addio al pacifismo? field_506ffb1d3dbe2

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Un uomo che si autoimmola con il fuoco in segno di protesta. L’immagine di un gesto certamente eclatante, forse ormai entrata anche fin troppo nell’ ‘immaginario cronachistico’ collettivo; ma che suscita particolare scalpore in un Paese come il Giappone, in cui gesti così estremi (almeno per quanto riguarda la protesta politica) risultano assai rari.

Diversi tweet e filmati fatti circolare su Youtube testimoniano che l’uomo, all’apparenza un normale impiegato sulla cinquantina, dopo essersi arrampicato sui sostegni di un cavalcavia nel trafficatissimo quartiere di Shinjuku e aver arringato la folla con un megafono, si sarebbe infine cosparso di benzina e dato fuoco, in segno di protesta contro l’approvazione   -prevista per l’indomani-   di una modifica costituzionale che consentirebbe alle SDF (le Forze di Autodifesa giapponesi) di operare nella cosiddettaautodifesa collettiva‘, in cui è previsto un intervento attivo in difesa dei Paesi alleati nell’eventualità di un attacco nemico.

È stato un vero e proprio shock per il pacifico Giappone, che disse addio alle armi quasi settant’anni fa e che da allora non ha più sparato un colpo, né subito perdite sul fronte. La mossa del Governo (così come la recente approvazione della legge sul segreto di Stato e l’abolizione del divieto sull’export militare) ha suscitato forti reazioni. Si parla, infatti, di migliaia di persone (alcune delle quali avrebbero addirittura abbandonato il posto di lavoro) che si sarebbero radunate sotto l’ufficio del Primo Ministro per far sentire la propria voce. Le grida di «Non distruggete l’articolo 9», «No alla guerra», «Mai più Abe», non sembrano impensierire Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, e i vertici dell’LDP (Liberal Democratic Party), che accarezzavano da tempo l’idea di un Giappone militarmentenormale‘ e in grado di fornire un «contributo proattivo alla pace internazionale» al fianco dei propri alleati, come affermato dallo stesso Abe.

Una risoluzione, questa, che rappresenta un vero e proprio azzardo per Abe. Stando a recenti sondaggi condotti dall’emittente televisiva giapponese ‘NHK‘, riguardo al supporto da parte della popolazione nei confronti del Governo Abe, quest’ultimo avrebbe perso 4 punti percentuale, scendendo al 52% dal mese di maggio. Lo stesso sondaggio avrebbe rivelato che, tra gli intervistati a cui è stato richiesto di esprimere la propria opinione riguardo all’esercizio del diritto di autodifesa collettiva, la percentuale maggiore (il 41%) non avrebbe saputo esprimere un’opinione netta.

La notizia ha provocato anche le reazioni della stampa cinese, che valuta tale mossa entro il quadro conflittuale che caratterizza i rapporti con il Governo giapponese, con particolare riferimento alla disputa territoriale in corso nel Mar Cinese Orientale per la sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu. Il raggiungimento di una maggiore autonomia e libertà ‘operativa’ da parte del Giappone viene, invece, vista di buon occhio dagli USA, che vedono nella partnership con l’alleato nipponico uno dei pilastri della strategia di containment dell’influenza cinese nella regione.

Ma la questione non riguarda solo lo spettro del ritorno a un’ideologia militarista, che nel secolo scorso insanguinò l’intera Asia Orientale e condusse il Giappone verso il disastro nucleare; ma investe lo stesso ambito giuridico e politico. Abe e i suoi sono, infatti, stati tacciati di aver abilmente aggirato i contenuti dell’articolo 9 della Costituzione nipponica, che costituisce il pilastro di quell’ultrapacifismo giapponese che da sempre rappresenta per tutto il mondo un esempio di virtuosità, tanto da risultare addirittura tra i ‘candidati’ al premio Nobel per la pace. L’articolo in questione prevede che il popolo giapponese «Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine […] rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire, l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto».

Abe non dispone, però, della maggioranza parlamentare sufficiente (i due terzi dei seggi della Camera Alta) per attuare una revisione -o una vera e propria abrogazione- dell’articolo in questione. Dovendo peraltro far fronte alla necessità di passare attraverso un referendum popolare (secondo i sondaggi, più della metà della popolazione risulta contraria a qualsiasi intervento sull’articolo 9) e gestire le spaccature interne alla stessa maggioranza, Abe ha deciso di optare per una ‘interpretazione governativa che gli permetterebbe di ridefinire le condizioni secondo cui le SDF possano essere mobilitate e impiegate, senza intaccare le norme costituzionali vigenti. Un mossa che, nonostante tutto, è stata bollata come incostituzionale persino da alcuni giuristi.

Non è, a dire il vero, la prima volta nella storia del Giappone moderno post-bellico che la Costituzione pacifista subisce tentativi di ‘reinterpretazione’ strumentali alle necessità politiche del momento. Già nel 2003 l’allora Primo Ministro Junichiro Koizumi aveva tentato (con successo) di forzare l’interpretazione costituzionale per far approvare l’invio di truppe in Iraq, come supporto di peacekeeping all’alleato statunitense; mentre risale addirittura al 1959 la vicenda giuridica del cosiddetto ‘caso Sunagawa’, in cui venne messa in discussione la stessa costituzionalità della presenza militare americana nel territorio giapponese. Questione che venne prontamente risolta attraverso un intervento esterno degli ‘occupanti’ americani sulle procedure legali relative al caso in questione.

Il Primo Ministro e i suoi sostenitori devono ,tuttavia, scontrarsi con la concreta difficoltà nell’aggirare alcuni passaggi problematici, che non si prestano a facili manovre di ‘aggiramento’. 

All’interno del documento intitolato ‘Cabinet Decision on Development of Seamless Security Legislation to Ensure Japan’s Survival and Protect its People’, approvato dall’Esecutivo giapponese il 1° luglio, in cui viene espresso il proposito di «mantenere la pace e la sicurezza del Giappone e garantirne la sopravvivenza, così come di preservare la sicurezza del suo popolo», viene, ad esempio, discusso il principio secondo cui il Giappone non possa intervenire in attività di supporto logistico (principalmente rifornimento, trasporto e assistenza medica) nei confronti di Paesi alleati se non all’interno di aree definite come ‘zone grigie’, ovvero non interessate da teatri di combattimento. Tali interventi non devono nemmeno costituire ‘parte integrante dell’utilizzo della forza’ (‘Ittaika with the Use of Force’) da parte di Paesi terzi, ed è inoltre necessario che il conflitto in corso rappresenti un pericolo reale per la sicurezza del Giappone stesso.

Entro tali restrizioni, il Governo Abe sta tentando di espandere le possibilità di intervento in sostegno di un Paese alleato coinvolto in contingenze belliche, attraverso attività come quelle di ispezione e intercettazione di navi, entro le acque territoriali giapponesi, che possano rappresentare una potenziale minaccia per il Paese o per un’altra Nazione alleata. Senza escludere la possibilità di intercettare potenziali lanci di missili provenienti dalla Corea del Nord.

Le concrete possibilità operative del Giappone all’interno diteatri caldi‘, stando ai contenuti del documento (per la verità giudicati da più parti come non del tutto chiari e trasparenti), risultano dunque per il momento, almeno in linea teorica, piuttosto limitate. Stando a ciò, un ‘ritorno alle armi’ da parte del Giappone appare quindi ancora un possibilità remota. Né è possibile parlare di una vera e propria adesione al principio dell’autodifesa collettiva, come riconosciuto dalle Nazioni Unite, secondo cui sarebbe per l’appunto previsto l’invio di truppe al di fuori dei confini nazionali in difesa di alleati sotto attacco, anche nel caso non vi debba essere una minaccia diretta al Giappone stesso. «Non vi sarà alcun cambiamento nel principio secondo cui non possiamo inviare truppe all’estero», ha dichiarato Abe nel corso di un’apparizione televisiva.

È evidente, in ogni caso, che le decisioni del Governo Abe, prese con piglio sempre più autoritario, risultano orientate in maniera graduale ma decisa verso una sempre maggiore autonomia sul fronte della Difesa. Un percorso che dovrà, però, obbligatoriamente tenere in considerazione, oltre che il necessario consenso popolare e il rispetto delle norme costituzionali; anche e soprattutto l’impatto che tale mossa potrà avere sulla sensibilità politica di importanti interlocutori come Cina e Corea del Sud e sul delicato equilibrio dell’intero scenario asiatico.

 

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