mercoledì, Agosto 4

Gianni Alemanno .2

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All’ombra di Alemanno e dentro l’urne, elettorali e funerarie, è stata dunque scoperchiata la Cupola del Guercio, soprannome di Massimo Carminati per l’occhio squarciato da un’arma da fuoco durante un conflitto. E siamo solo all’inizio di quanto si va scoprendo del drammatico volto della Mafia Capitale. Nata a Destra, cresciuta all’ombra della connivenza della sinistra, con il decisivo input e la complice insipienza dei cinque devastanti anni da Sindaco di Gianni Alemanno, un uomo inadatto a dirigere anche un’Assemblea di Condominio. Sembrava fossero abbastanza Ama, Atac, parentopoli, il riciclaggio da lui effettuato di imbarazzanti esponenti del sottobosco ex missino. Che certi assessori e consiglieri comunali, certi squalificanti testimonial del sindaco nella campagna elettorale vincente, da Mario Mori a Vittorio Sgarbi, al parroco pedofilo, rappresentassero il punto estremo. Invece, nel frattempo, Alemanno aveva permesso che la destra di Carminati costituisse a Roma una autonoma associazione a delinquere. Una banda condizionante la politica più del voto popolare. Per la prima volta era tutta farina del sacco capitolino, nel doppio significato. Non diretta emanazione di mafia, camorra & company. Carminati era il Nero della Banda della Magliana e della sua narrazione, aveva avuto la copertina dell’Espresso con un servizio, assai documentato, di Lirio Abbate. E per questo progettava, o almeno minacciava, la morte atroce del giornalista. Lo conoscevano tutti, ma ha potuto continuare a fare il bello ed il cattivo tempo, avendo tutti come interlocutori. Commercianti, imprenditori, politici di quartiere e di Campidoglio. Risalendo su su sino al Sindaco. Ed oltre.

Arrestato Carminati, l’ultimo Re di Roma, al Romanzo Quirinale, la lunga corsa per la Presidenza della Repubblica, si sostituisce l’attenzione per il Romanzo Comunale, l’ennesimo, ma inedito nelle sue forme, caso di Romanzo Criminale nella Capitale. Con dominio della criminalità organizzata intrecciata alla politica. La holding spaziava dalla corruzione per aggiudicarsi appalti all’estorsione, dall’usura al riciclaggio. Infiltrazioni diffuse tra imprenditori, politici, esponenti istituzionali. Ventotto arresti, trentasette indagati, tra loro anche, per l’appunto, Alemanno. Che ha capito, pure lui, che il peggio deve ancora venire.

Adesso lo scaricano anche gli sciagurati cameraticompari di Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che sostiene che «le eventuali responsabilità politiche le accerterà la magistratura, quelle politiche, purtroppo, sono evidenti». E ancora: «In cinque anni non è riuscito ad infrangere quel sistema di potere che si era consolidato sotto le amministrazioni precedenti». Un po’ poco, ed un po’ ingeneroso, visto che quando lui era Sindaco, lei era Ministro. Entrambi al fianco di Silvio Berlusconi, che con il suo trionfale procedere del 2008 ed i suoi ultimi, grandi, sprazzi di gloria, era riuscito a spingere sul Campidoglio persino Alemanno, che aveva avuto brutalmente la peggio nella precedente sfida con il Sindaco ripresentatosi, Walter Veltroni. E adesso tocca proprio alla Meloni tentare la scalata al Campidoglio, come appena annunciato. Con il supporto del tracimante Matteo Salvini, che ha ormai definitivamente varcato il Rubicone.

Di parole su Alemanno ora tutti ne spendono il meno possibile. Tacciono i vecchi camerati, si defila con una certa dignità Francesco Storace. Ha cercato una sponda in Silvio Berlusconi, ma anche lui tace il più possibile. Come sempre, tendenzialmente, quando qualcuno dei suoi, o comunque a lui vicino, cade. L’ex Sindaco si affanna e tenta di salvare il salvabile. Ma per questo bulletto dal grande avvenire dietro le spalle, i fatti certificano che l’ennesima resurrezione è ormai impossibile. Quel post fata resurgo, tra i motti della sua Destra, sociale con venature esoteriche, questa volta non può più funzionare.

La scalata era cominciata arrivando con i genitori a Roma. Salendo, come si dice in Puglia, della quale è originario. Nato a Bari il 3 Marzo 1958, nome di battesimo Giovanni poi detto Gianni, croce celtica al collo in ricordo di un amico morto, tardiva laurea in Architettura. “Troverò un’occupazione in qualche Studio”, aveva annunciato dopo essere stato sfrattato da Ignazio Marino. Che abbia pensato che la politica è dura, ma è sempre meglio che lavorare, o che nessuno lo abbia voluto, è comunque rimasto sulla scena politica. Sinchè non è arrivato il momento della resa dei conti. Non può più giocare sull’ambiguità, da uomo dagli ideali ballerini come i comportamenti. Iscrizione al Partito Radicale, doppia tessera affiancata a quella di Alleanza Nazionale, e successiva battaglia contro la legalizzazione delle Unioni delle Persone. Dialogante e tetragono. Viriloide e cacasotto. Negli scontri fisici di piazza le dava di brutto, ma anche di brutto scappava vista la malaparata. Senza troppo curarsi della sorte degli altri camerati. Forse non è neanche granché un uomo legato più alle convenienze che alle convinzioni. Forse, semplicemente, non è granché.

Continua…

 

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