lunedì, Ottobre 18

Gianni Alemanno .1

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Se sia più arrogante o più imbecille è questione, a proposito di Gianni Alemanno, tuttora oggetto di dibattito. Probabilmente, ed è questo ormai l’orientamento prevalente di studiosi ed appassionati, l’arroganza è così intrecciata con l’incapacità che una fa da moltiplicatrice dell’altra. Sindaco di Roma dal 28 aprile 2008 all’11 giugno 2013, è stato la dimostrazione più eclatante che Destra di Governo in Italia non è data. Purtroppo. E che la presunta alterità rispetto alla partitocrazia, termine proposto prima da Giorgio Almirante e poi portato al successo da Marco Pannella, era molto eventuale. Spesso dettata più da estraneità per mancanza d’occasioni che da reale moralità.

Cresciuto tra le fila dei giovani missini, legato da sempre al leader della Destra movimentista Giuseppe Pino Rauti, tanto da sposarne la figlia, Isabella, con cui si è prima separato e poi riaccoppiato, Alemanno è stato ritenuto, per un certo periodo “l’esempio di Destra sana con cui possiamo dialogare”, come dicevano in molti a sinistra. Destra sociale, come il nome della componente fondata con Francesco Storace, da cui ha poi brutalmente divorziato. Lo si valorizzava specie per la sua esperienza come Ministro delle Politiche Agricole e Forestali, dall’11 Giugno 2001 al 17 Maggio 2006, nei Governi Berlusconi II e III. Sarebbe bene fare una piccola inchiesta anche su quel periodo. E magari, diciamo pure con apprezzabile certezza, anche lì da qualche parte potremmo trovare lo sporco zampetto di Alemanno. Che, oltretutto, dà pure l’impressione che certe cose, certe oscenità diciamo pure, le faccia più che altro per debolezza, perché non sapendo bene cosa combinare, si butta ndò cojo cojo.  Con gli esiti visti. Fosse davvero così sarebbe pure peggio. Un cattivo può redimersi. Un incapace è quasi sempre anche capace di tutto.

Primo Cittadino della Capitale che definire da barzelletta sarebbe generoso, era sinora riuscito comunque ancora a riciclarsi. Tanto che quegli sciagurati di Fratelli d’Italia, i suoi ex camerati Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, forse più per umana pietà che per scelta politica, l’hanno candidato alle ultime Europee. Con una trovata straordinaria, più umiliante di un rifiuto: l’ex Sindaco messo come capolista nella Circoscrizione Sud, dalla Campania in giù. Ché a  riproporlo  all’ombra del Campidoglio i voti li faceva fuggire, non arrivare. L’anno precedente era stato asfaltato da Ignazio Marino. Ma se invece del marziano lo avesse sfidato il Gobbo del Quarticciolo, avrebbe perso pure con lui, tanto ormai squalificato agli occhi dei cittadini. E non era ancora uscito il peggio, le tante inchieste che lo vedono via via coinvolto. Ultima questa di Mafia Capitale, del cameratuccio della parrocchietta, Massimo Carminati, già esponente dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari di estrema destra, che dallo stesso milieu alemanniano traevano fondamento.

Quanto avvenuto a Roma nei suoi anni da Sindaco era sotto gli occhi di tutti. Ma il pentolone scoperchiato adesso dalla magistratura è addirittura di livello superiore. «La prima organizzazione latu sensu mafiosa, vale a dire di criminalità organizzata, insediatasi nella Capitale autonomamente, cioè per autogerminazione e non per emanazione da altre» denuncia il Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone. E a guidarla c’erano vecchi arnesi della destra più violenta, riciclatasi con il loro Sindaco, non a caso lui pure indagato. E l’originalità è l’unico primato di cui può essere orgoglioso chi, facendo ricicciare antichi camerati, ha in realtà anche dato spazio a criminali, piccoli o grandi che, di fatto, si sono costituiti, ricostituiti, come nuova Banda della Magliana. Che, tra l’altro, della sola Magliana mai fu, ma era organizzazione radicata sul territorio e nei diversi quartieri. E che aveva un unico, vero collante. Essere il braccio destro operativo, utilissimo, per certe operazioni politiche, che i politici non potevano fare in proprio. Come, probabilmente, l’omicidio dell’avvocatogiornalistaricattatore Mino Pecorelli, per cui furono condannati in primo grado Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, poi prosciolti in Appello. Per quel delitto fu incriminato anche Carminati, senza seguito.

Il legame criminalità, affari, politica ha la stessa sostanza, allora ed ora. E Alemanno c’è finito in mezzo, facendosene stritolare. Per dolo e per ignavia.

 

Continua…

 

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