lunedì, Settembre 27

Gianna Fratta: le note non hanno genere

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L’8 marzo 1917, a San Pietroburgo, un corteo di donne sfilò per le strade chiedendo la fine di quella guerra che stava insanguinando l’Europa già da tre anni. La reazione delle truppe zariste, che normalmente sarebbe stata violenta, fu molto poco convinta e il fatto incoraggiò gli oppositori del regime dei Romanov: era l’inizio della Rivoluzione di Febbraio (nel 1917, l’Impero Russo adottava ancora il calendario giuliano nel quale l’8 marzo era il 23 febbraio).

Quella data, oltre a segnare l’inizio della rivoluzione russa, fu anche assunta come data ufficiale per la Giornata Internazionale della Donna: fin dal 1908, infatti, le organizzazioni delle donne socialiste dei vari Paesi, avevano istituito giornate di mobilitazione per rivendicare parità salariale e diritto di voto.

È passato un secolo da quell’8 marzo di San Pietroburgo e, nei Paesi più industrializzati, la situazione della donna è cambiata molto: il diritto di voto è stato raggiunto ma, per quanto riguarda la parità salariale e non solo, non si può dire altrettanto. Ci sono posizioni, soprattutto in ruoli ‘di potere’, in cui è raro trovare figure femminili. In molti casi si tratta di un’abitudine culturale a ritenere alcuni ruoli prettamente maschili. Uno di questi ruoli è quello del direttore d’orchestra: ad oggi il numero di donne che ricoprono questo ruolo in orchestre stabili è percentualmente molto inferiore a quello dei colleghi uomini.

Abbiamo affrontato la questione con il M° Gianna Fratta, una delle poche donne in Italia che lavora normalmente con orchestre di alto alto livello: ha lavorato con la Royal Academy of London, con i Berliner Symphoniker, con l’Orchestra della Fondazione Toscanini di Parma e ha diretto in teatri d’opera importanti come il Petruzzelli di Bari e il Teatro dell’Opera di Roma, solo per citarne alcuni. In molti casi è stata la prima donna ad aver diretto quelle orchestre.

Tradizionalmente, nel mondo della musica classica, esistono strumenti considerati più prettamente maschili e strumenti considerati più prettamente femminili. Questo luogo comune si sta lentamente sfaldando: a che punto siamo attualmente?

Con gli strumenti siamo ad un ottimo punto: possiamo dire che adesso strumenti come pianoforte, violino, violoncello, flauto, oboe e così via non abbiano più una prevalenza maschile o femminile. Forse c’è ancora un po’ il retaggio sull’arpa e sono di più i professori di arpa donne rispetto ai professori uomini però, dal punto di vista degli strumenti, si è quasi alla parità: non c’è più uno strumento considerato maschile o femminile.

La direzione d’orchestra è proprio una di quelle discipline che è tradizionalmente considerate più maschili: per lei è stata dura arrivare a fare questo mestiere? Per una donna esiste una difficoltà specifica da affrontare per diventare direttore d’orchestra?

Per la direzione d’orchestra questo luogo comune c’è ancora: è un ruolo considerato ancora maschile, sia in Italia che nel resto del mondo.

La difficoltà fondamentale per una donna è innanzi tutto quella di superare la mancanza di abitudine: sembra una sciocchezza ma non lo è. Manca l’abitudine ad avere una donna in quel metro quadro che è il podio e le abitudini non sono una cosa così facile da smantellare: anche se razionalmente si può capire che il ruolo non è influenzato dalle caratteristiche di genere, anche se teoricamente siamo tutti d’accordo che per dirigere non ci vogliano caratteristiche più o meno maschili o femminili, l’abitudine crea un retaggio mentale.

Faccio sempre un esempio che mi sembra emblematico: noi italiani siamo abituati, la mattina, a bere latte e caffè. Io ho vissuto per un po’ di tempo in oriente, perché ho lavorato in Corea del Sud, e lì, la mattina, si mangia il pesce fritto o cose piccantissime: all’inizio, quando sono arrivata, essendo abituata a bere il cappuccino, mi sembrava assurdo. Per superare questa abitudine ci è voluto del tempo: ci ho messo due anni ma, dopo, mi sembrava normalissimo mangiare la mattina appena sveglia il pesce o tipici piatti coreani molto piccanti; anzi, mi sembrava meglio del cappuccino.

Tutte le abitudini, per essere smantellate, hanno bisogno di tempo, di un processo che può essere più o meno lento. Nel caso della direzione questo processo sta avvenendo, anche se abbastanza lentamente: purtroppo, in Italia la presenza femminile sul podio è percentualmente molto più bassa rispetto a quella degli uomini. In alcuni ruoli apicali le donne sono addirittura totalmente assenti: per esempio, nessuna donna è mai stata direttore stabile di uno dei tredici enti lirici italiani; nei ruoli di sovrintendente alla direzione artistica, invece, comincia ad esserci qualche donna, ma parliamo di qualcosa come il 3%… siamo ancora lontani da qualcosa di simile alla parità.

È chiaro che nel mondo artistico non ha grande senso parlare di parità perché dovrebbe valere il merito e non si possono fare le “quote rosa”, però queste percentuali sono sintomatiche, da un punto di vista statistico, e fanno pensare.

Quale è stata la prova più dura che ha dovuto affrontare?

Ci sono state tante prove difficili. La cosa più difficile, per un direttore d’orchestra, è avere la possibilità di mostrare il proprio valore perché spesso non si ha proprio la possibilità di arrivare a dirigere. La cosa più difficile è stata convincere le orchestre, i direttori artistici e i sovrintendenti, a farmi dirigere; poi, devo dire, che in questo sono stata abbastanza brava e forse anche abbastanza furba: quasi tutte le orchestre dove sono andata a dirigere una volta, l’anno successivo mi hanno richiamato. Ho fatto un percorso molto lento ma molto costruttivo nel senso che il primo anno sono riuscita a dirigere tre orchestre, l’anno dopo erano sei perché quelle dell’anno precedente mi avevano richiamato; poi dodici e così via. Quindi è stato un processo lungo, durato oramai quasi vent’anni.

Penso che una grande furbizia, all’inizio, sia stata quella di non puntare sul fatto di essere donna: ho puntato, più che altro, sul proporre progetti interessanti. Adesso, nelle orchestre, posso dire io cosa voglio dirigere: se voglio dirigere la Quinta Sinfonia di Mahler, ho questo potere contrattuale; all’inizio non ce l’avevo e, quindi, ho puntato molto sul proporre cose molto strane, molto particolari dove, in alcuni casi, curavo anche le parti per l’orchestra, facevo gli arrangiamenti. In questo modo non venivo chiamata perché ero io ma perché piaceva il progetto: poiché io avevo proposto il progetto, i direttori artistici mi chiamavano. È chiaro che, se fossi andata da un direttore artistico quando avevo venticinque anni a dire che volevo dirigere la Quinta Sinfonia di Beethoven, lui mi avrebbe detto: “scusi, io perché non dovrei chiamare Metha, Muti, Mazel e tutti gli altri? Perché dovrei chiamare lei?”… non sarebbe stata una buona strategia, invece la forza delle idee è vincente. Quindi non ho puntato sull’essere donna ma sulle idee.

Ora che è riuscita ad avere il riconoscimento del pubblico, come è per lei, da donna, la carriera del direttore d’orchestra? Quale è l’atteggiamento di chi la vede salire sul podio?

Innanzi tutto, io non amo molto parlare di carriera. Affronto il podio come lo affrontavo quando avevo ventitré anni: con grandissimo rispetto ed umiltà, vado sempre molto preparata. Penso che quello sia un posto difficile: il podio è un metro quadro di responsabilità, non di potere. Quindi io mo pongo sempre con molto rispetto per la musica.

Naturalmente questo l’orchestra lo avverte immediatamente e quindi i musicisti si dimenticano che sono una donna: nei primi cinque minuti c’è un po’ di curiosità (alcune orchestre che ho diretto vedevano un direttore donna per la prima volta) però, sia per il mio modo di pormi che di vestirmi e così via, ci si dimentica rapidamente che sono una donna perché punto tutto sulla musica.

Lo stesso vale per il pubblico: nei primi minuti si avverte che è in atto lo “studio del genere femminile”, poi basta. Penso che la mia forza sia stata quella di non aver mai puntato sulle “quote rosa”.

Ci sono differenze nelle reazioni degli orchestrali e delle orchestrali?

Ci sono delle differenze all’inizio. Mi ricordo che quando ero molto giovane qualche professore d’orchestra si era permesso qualche azione non proprio gradevole: mi ricordo, tra i tromboni, durante le pause, facevano finta di passarsi dei giornali con delle donne in copertina, oppure qualcuno non mi ha risposto molto bene, oppure anziché chiamarmi Maestro mi qualcuno mi chiamava Signora. Diciamo che c’è stato qualche atteggiamento di qualche professore d’orchestra che ha provato a sminuire il mio ruolo. Devo dire che il fatto di essere una persona molto ironica e di rispondere in modo sarcastico mi ha aiutato: anche in questo caso, dopo i primi minuti, nessuno si permetteva più di chiamarmi Signora o di rispondere male. Anche qui, dipende da come ci si pone, dal carattere: se c’è un professore d’orchestra che si permette certe cose e, durante la prova tu lo fossi negli occhi tutto il tempo e lui è costretto a guardare per terra per la vergogna, dopo la cosa non si ripeterà. Penso però che anche dei direttori uomini siano stati vittime di atteggiamenti poco eleganti da parte di alcuni professori d’orchestra.

Le orchestrali donne sono più difficili da conquistare: le donne sono più complesse come esseri e, secondo me, hanno meno la capacità di fare gruppo con altre donne; c’è un po’ il senso dell’emulazione e della competizione. Devo dire che penso di essere diventata, con gli anni, abbastanza brava a conquistare egualmente gli uomini e le donne. Questo anche perché io non voglio che loro pensino di avere di fronte una donna e io cerco di non pensare che ho di fronte un uomo o una donna: il genere non dovrebbe essere significativo. Però, in effetti, devo ammettere che l’atteggiamento dei professori d’orchestra uomini e dei professori d’orchestra donne è un po’ diverso. Siamo un po’ diversi e bisogna porsi un po’ diversamente ma, una volta capito, lo si può fare tranquillamente.

Dipende molto da come reagisce il direttore. Il direttore ha un ruolo molto umano, di carisma, di presa, ha bisogno di entrare in empatia con gli altri, deve avere la capacità di convincere un gruppo a lavorare per uno stesso obbiettivo, la capacità di far dare il meglio. La bacchetta non suona, è solo un pezzo di legno, quindi io ho bisogno come l’ossigeno dei professori d’orchestra: ho più bisogno io di loro di quanto loro non ne abbiano di me. In questo mutuo scambio e in questo rapporto di necessità, l’umanità serve molto: siccome ho bisogno di persone, non di macchine, è necessario dialogare. Io sono pianista e, con un pianoforte, è facile dialogare: è uno strumento e mi risponde dandomi esattamente quello che io gli do. Le persone, invece, non sono così: hanno un loro mondo, un loro vissuto, le loro simpatie, le loro antipatie, convinzioni, pregiudizi, tabù, abitudini e così via. Fare in modo che da una moltitudine di diversità esca un prodotto comune, possibilmente condiviso, non è semplice: gli orchestrali devono credere nel direttore. Per far questo, oltre ad una grande capacità tecnica e musicale che do per scontata, serve qualcosa in più: una capacità di far sentire che loro sono importanti per te e che tu hai bisogno di loro e li rispetti. Quando si riesce a fare questo si crea un buon rapporto: si crea qualcosa di magico e, in questi casi, si fa la musica.

Pensa che il fatto di essere donna possa aver aggiunto qualche cosa al suo approccio alle partiture?

No, questo non lo penso perché l’approccio alla partitura è uno studio intellettuale: sarebbe come dire che un ingegnere uomo studia diversamente da un ingegnere donna. Penso che c’entri la quantità di intelligenza intesa nel senso latino di intus ligere, cioè di leggere dentro alle cose: la partitura è un grandissimo rebus dove ci sono delle note scritte da cui devi tirare fuori la musica, la vita e le emozioni. Per fare questo serve una grande musicalità, una grande mente nel senso di cui parlavo prima: la capacità di leggere dentro alla partitura e di scoprire qualcosa: in questo penso che il genere sia totalmente ininfluente.

Come è la situazione italiana rispetto a quella all’estero?

Forse in Italia siamo ancora un po’ sottorappresentate. Facevo prima qualche statistica sugli enti lirici e sulla presenza dei ruoli apicali delle donne: in Italia non sono molto alti, in Germania un pochino di più. Negli Stati Uniti c’è una certa apertura e anche in America Latina: recentemente sono stata a San Paolo del Brasile a dirigere e sono andata a sentire un concerto della Sinfonica di San Paolo, che è un’orchestra bellissima e grandissima, dove il direttore stabile è una donna, Marin Alsop, bravissima; altre donne direttrici di orchestre importanti ci sono in Australia, negli Stati Uniti.

Sì, forse in Italia dovremmo un po’ velocizzare questo processo. Ancora non è avvenuto come in altri Stati: in generale, c’è ancora molta strada da fare. Personalmente io dirigo tanto, però casi come il mio, in Italia, si possono contare sulle dita di una mano ed è questo che non va bene.

Pensa che storie come la sua possano avere peso nell’abito del percorso di emancipazione della donna?

Penso di sì perché, come sempre, sono le persone che cambiano il mondo. Esperienze come la mia e quella di tante altre colleghe rappresentano dei segnali: innanzi tutto possono incentivare altre donne a studiare la direzione d’orchestra, poi a smuovere l’abitudine ad avere un uomo sul podio.

Sono sicura che un’intervista come questa, tra duecento anni, non avrà ragion d’essere come oggi non avrebbe ragion d’essere un’intervista ad una pianista donna in quanto donna: sicuramente alla fine dell’800, invece, quando Clara Schumann suonava, ed era una delle poche donne ad esibirsi, era un caso. Allo stesso modo, io sono parte di un processo di cambiamento e sicuramente sto facendo qualche cosa, innanzi tutto per me, ma anche per chi verrà dopo di me: io non ci sarò, ma sono sicura che tra duecento anni questo tipo di intervista non avrà ragion d’essere… o almeno me lo auguro.

Cosa consiglierebbe ad una giovane musicista che volesse intraprendere la carriera della direzione d’orchestra?

Consiglierei di studiare, innanzi tutto. Poi consiglierei di non usare scorciatoie, perché sembra che portino prima all’obiettivo, invece fanno perdere: quindi non avere fretta, studiare e fare tutti i passi necessari per arrivare sul podio ed essere veramente la persona giusta per stare in quel posto, veramente preparata e con le competenze per stare lì.

Poi ci vuole il talento, l’energia, il carattere, la capacità di concentrazione, un certo spirito di sacrificio, una grande disponibilità… ci vuole tanto, però la prima cosa in assoluto è scegliere dei bravi maestri e studiare bene: prepararsi bene perché le occasioni capitano a tutti nella vita. Il problema è che il 99% delle persone, nel momento in cui l’occasione gli passa sotto gli occhi, non la riesce a prendere: se invece si è veramente pronti, quell’occasione che prima o poi capita a tutti si può trasformare in una potenza da cui si sviluppa qualche cosa di completamente insperato. Il problema è trovarsi pronti in quel momento.

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