domenica, Settembre 19

Gian Paolo Chiti, musicista pirotecnico Un grande maestro della musica italiana ospite de' L'Indro: Gian Paolo Chiti

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 Gian Paolo Chiti

 

Se l’intellettuale, per esprimere concetti anche in settori assolutamente misteriosi ai più, usa le parole (anche in lingue straniere: le traduzioni ci sono lì per questo), comunque c’è il ponte del linguaggio a collegarci.
C’è, invece, chi ha il dono di un linguaggio senza parole che, però, è ancora più universale e comprensibile, trivellando la coscienza fino ai segreti recessi dell’anima: è il musicista.

Musicista è il massimo che puo’ dirsi di chi si occupa di musica, la definizione a lui più gradita“, precisa Gian Paolo Chiti, musicista, compositore, pianista, già per dieci anni vice Direttore del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma.

Caratterialmente, si definisce “un pessimista di belle speranze“, mutuando un’osservazione che ha dato di sé a qualcuno delle centinaia di allievi italiani e stranieri che ha avuto nella sua carriera: molti hanno proseguito sulla strada della musica, prendendo ‘vicoli’ diversi, musica leggera, jazz, insegnamento, composizione di musiche da film o jingle.

Che facesse il compositore e il musicista può dirsi che fosse scritto nelle stelle: Acquari come lui furono Wolfgang Amadeus MozartFranz Peter Schubert e Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy.

Il suo innato understatement e la predisposizione a proiettare la sua musica in arditi accostamenti, in grado di arrivare al più vasto pubblico -ha sempre il cervello in movimento ad elaborare progetti divulgativi… fulminanti-  lo rendono un personaggio unico, che avvince l’interlocutore.

Di origini toscane e vissuto romano, è una cangiante composizione delle due anime … E’ sempre lì, furbo affabulatore, a catturarti con aneddoti e atmosfere: e lo zio quasi omonimo, Paolo Chiti, gesuita, dotto e promotore d’amore per la cultura; e il padre, violoncellista dilettante (ma anche qualcosa in più), che gli ha trasmesso la sensibilità verso gli strumenti ad archi, così simili, nei suoni, alle declinazioni della voce umana; e i viaggi, le composizioni, le masterclass, gl’incontri, gli allievi: insomma, un’intervista con lui potrebbe andare avanti per giorni e ci sarebbe sempre un lato inesplorato e che varrebbe la pena di approfondire. Ma tant’è, bisogna pur sapersi accontentare.

Prima di cominciare la sventagliata di domande, mi delizia con due citazioni proustiane. Una è per prevenire mie indiscrezioni: ‘Non chiedere mai l’età alle signore e agli artisti’ e l’intento è ben scoperto; l’altra è per puro godimento intellettuale: ‘Spesso ci sono delle persone che correggono negli altri i propri difetti’: quant’è vero!

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Maestro Chiti, com’è emerso il suo amore per la musica?
Sono l’unico della mia famiglia ad essere nato a Roma; mio padre era di Montepulciano, mia madre, sua cugina di primo grado, di Prato. Mi sento combattuto fra queste due ‘nazionalità’ e, per tagliare la testa al toro, uso definirmi ‘tosco-romano’. Anzi, confesserò, che, passando il confine di Chiusi, già sorprendo la mia pronuncia mutare e la C approfondirsi e ‘cantare’.
Sono stato un bambino precoce, leggevo a 5 anni, grazie alla mamma maestra elementare, mentre il babbo mi trasmetteva l’amore della musica. Da giovane, nel cinema di Montepulciano, suonava il pianoforte per commentare la proiezione dei film muti.
Aveva fondato con quattro amici il Quartetto d’archi Poliziano; poi la pratica musicale si era diradata, perché il suo lavoro di ispettore nei grandi alberghi non gli consentiva un’assiduità, ma continuavano a incontrarsi ed io assistevo alle loro prove, rinunciando persino a giocare: anche la vista di chi suona, in una mente plasmabile come quella di un bimbo di pochi anni, serve a metabolizzare la musica, a farla entrare nel suo quotidiano.
Mio padre mi ha insegnato i primi rudimenti, del solfeggio, della lettura delle note. Mi rivedo ancora, sulle sue ginocchia, al pianoforte, mentre piccolissimo m’insegna a suonarlo: tasti bianchi, tasti neri. Era per me il gioco più avvincente.’

 Quando passò a studiare musica in prima persona?
Ho avuto la fortuna, fra i 7 e i 10 anni, di essere seguito gratuitamente da due insegnanti di altissimo livello. Il primo fu il Maestro Vincenzo Di Donato, docente al Conservatorio di Santa Cecilia e allievo di Ottorino Respighi, il quale solo tanti anni dopo ho saputo essere riconosciuto come scopritore di talenti. Voci del mondo musicale affermano che, anche se nelle biografie ufficiali di Goffredo Petrassi non risulta, Di Donato dava lezioni serali gratis a questo giovanissimo commesso di un negozio di musica, offrendogli persino la cena. Giunsi al Maestro Di Donato tramite sua sorella Adele, direttrice della scuola elementare romana che frequentavo, la Fratelli Bandiera in zona piazza Bologna (NdR: piazza Ruggero di Sicilia). Con lui studiavo composizione e armonia e mi accolse, dopo aver esaminato le mie composizioni di acerbo settenne … Già a 5 anni avevo dimostrato di possedere quello che, in campo musicale, si chiama ‘orecchio assoluto’, il che mi metteva in grado di individuare immediatamente le note, e, grazie agli studi con Di Donato, anche tutti gli accordi dell’armonia tradizionale. Il pianoforte lo apprendevo, sempre gratuitamente, perché la mia era una famiglia piccolo-borghese numerosa e questi studi, altrimenti, sarebbero stati per me inaccessibili, col Maestro Armando Renzi -no, non parente del Presidente del Consiglio, era romanissimo. Ai tempi era il pianista dell’Orchestra della RAI e suo nonno, Remigio, era stato l’organista di San Pietro. Loro credettero in me e vollero darmi una chance. Nutro verso Di Donato e Renzi un’immensa gratitudine. Giunto, poi, ai 10 anni, fu il momento di accedere a studi ‘istituzionali’, ovvero di partecipare all’esame di ammissione per il Conservatorio di Santa Cecilia.

Ci racconta di questo periodo di studi accademici?
Il mio corso di studi mi ha portato a 17 anni a conseguire il diploma di pianoforte e, parallelamente, studiavo anche al Liceo Classico; insomma, una faticaccia. In definitiva, non ho avuto un’infanzia; mai una partita di pallone o di ping pong. Anzi, per completare la mia formazione di musicista, mi misi anche a studiare il violino. Ricordo il fascino zingaresco e sensuale della mia insegnante di pianoforte in Conservatorio, Ornella Puliti Santoliquido, moglie del compositore Francesco Santoliquido (NdR: fu una grande concertista, componente, giovanissima, del trio con il violinista Arrigo Pelliccia e col violoncellista Massimo Amfiteatrof che, molti anni dopo, divenne il Quartetto di Roma, unendosi a loro il violista Bruno Giuranna, figlio della compositrice Elena Barbàra Giuranna).
Per il pianoforte, fui ammesso direttamente al IV anno, per la Composizione portai semplicemente le mie composizioni essendo anche lì ammesso al IV anno e continuando ad essere allievo del Maestro Di Donato.
Cominciai a 16 anni, ancora studente, a partecipare ad alcuni concerti a Radio Vaticana: sempre col permesso del Direttore  del Conservatorio, il compositore Guido Guerrini, una buona norma che non s’usa più. Ricordo di aver assistito al Teatro dell’Opera, insieme a molti compagni di studi, alla rappresentazione dell’opera di Guerrini ‘Enea’, con Franco Corelli che interpretava Turno. Un’opera ormai andata nel dimenticatoio. Diversamente da ora, per lo più si diventava insegnanti di Conservatorio solo dopo una luminosa carriera di concertisti, compositori, interpreti. Finii in bellezza in Conservatorio, con la media del 10, la lode e la menzione d’onore. Lo scoprii in anteprima perché la mia ultima insegnante di pianoforte, quella che mi aveva portato al diploma, Vera Gobbi Belcredi  -fu la prima esecutrice in Italia del primo Concerto per pianoforte e orchestra di George Gershwin-  mi disse brusca alla fine del mio esame: ‘Per colpa tua, mi tocca pagare caffè e pasticcini a tutti’. Ed io sapevo che era quella la tradizione del Conservatorio per gli insegnanti i cui allievi avessero raggiunto quel traguardo primi nella mattinata.

Subito dopo il diploma, lei ha frequentato ad Arezzo un corso di perfezionamento anche con Arturo Benedetti Michelangeli. Com’era il Maestro?
Un rigoroso bresciano che si era rivelato un enfant prodige, ad appena quattro anni. Se diceva tre parole di seguito, era per un raptus di logorrea … Ma, accanto a Ferruccio Busoni, può essere considerato il più grande pianista italiano del XX secolo, per cui, un diciottenne doveva considerarsi ‘illuminato’ dal poter apprendere da lui. Il suo era un impegno completamente gratuito, figurarsi che noleggiava a sue spese il pianoforte da Ciampi; a noi venivano anche rimborsati dei pasti dall’organizzazione aretina. Quello del corso era un ambiente molto stimolante, perché ci ritrovavamo a studiare gomito a gomito anche con pianisti già avviati nella carriera concertistica. Non ho mai studiato tanto il pianoforte in vita mia … e poiché ero il ‘pischello’, il più giovane, avevo i turni di studio più infami: dalle 6 alle 9 e dalle 14 alle 17, quelli che nessuno voleva fare. Per due estati ho partecipato ai corsi aretini, così come successivamente, ho preso parte a quello che, a Santa Cecilia, teneva Carlo Zecchi; quest’ultimo corso è tenuto in Conservatorio ancor oggi, perché, per regolamento ministeriale, assegna a chi l’ha frequentato e supera l’esame finale, tre punti utilissimi nella graduatoria per la docenza. Fra i due insegnanti di fama mondiale c’era una differenza profonda di maniera di approcciare l’insegnamento; da entrambi ho imparato tanto, anche se in Benedetti Michelangeli c’era una profonda attenzione allo stile che ciascun allievo sapeva esprimere.

Ma poi non seguì la strada di pianista …
Furono quelle estati trascorse ad Arezzo, in compagnia di pianisti apprezzati in Italia e all’estero venuti a perfezionarsi con Benedetti Michelangeli a far maturare in me la decisione di non voler seguire quella carriera. Troppi steccati ‘pratici’ a imprigionare la mia creatività; cose disadorne, come agenti, contratti, programmi di tournée. Capii allora di volermi dedicare alla composizione e all’insegnamento. Non avevo, al pari di Arthur Rubinstein, una mecenate come la Principessa di Polignac …
Il pianista ha una carriera che assomiglia ad una gara di pentathlon: per vincere bisogna avere salute, resistenza psico-fisica, adattabilità. Insomma, non faceva per me.
Non ebbi il cuore di dirlo a mio padre che attendeva il mio ritorno da Arezzo con un dono: lo Steinway a mezza coda che vede qui, di fronte a noi.

Dunque, divenne soprattutto compositore…
E insegnante. Ho avuto centinaia di allievi, con molti dei quali sono tutt’ora in contatto. Mi sono dedicato all’insegnamento in Conservatorio, prima a Pescara, poi al Santa Cecilia. E ho curato l’esecuzione delle mie musiche, ad esempio al Festival di Spoleto, che, ai tempi, Gian Carlo Menotti stava lanciando con grandi nomi. Per due anni mi sono esibito al teatro ‘Gaio Melisso’, fra i ‘Concerti di Mezzogiorno’. Fra le varie opportunità, mi è stato sempre molto a cuore cimentarmi nell’improvvisazione, secondo i canoni dell’antica tradizione, andata avanti fino alla fine dell’800: in questo caso, chi improvvisa non va alla ventura, ma parte da un tema dato dal pubblico, inseguendone le declinazioni innovative possibili. Mi fu chiesto anche in Giappone di applicare questa scelta creativa, nell’ambito di Concerti multipli, così in voga nel Paese del Sol Levante. Non ho saputo cogliere l’attimo.

Insomma, si riveli a noi: chi è Gian Paolo Chiti?
Sono sempre estremamente sincero su me stesso, non so mascherarmi: mi considero un eclettico, e, per la parte creativa, un autodidatta. Il verso degli Amores di Ovidio mi descrive, a mio avviso, abbastanza bene: ‘Quod sequitur fugio, quod fugit ipse sequor’ (traduzione: Sfuggo a ciò che m’insegue e inseguo quello che mi sfugge). Sono autore anche di musiche per film, fra cui quella di un fortunato film di Giuliano Gemma, ‘Troppo rischio per un uomo solo’, che narra la storia di un pilota di Formula 1 argentino, uscendo dai cliché western: lì mi sbizzarrii in un tango rovente. Ho firmato anche le musiche per un po’ di ‘poliziotteschi’ interpretati da Maurizio Merli. Per Carlo Lizzani composi la colonna sonora per il docufilm tv ‘Africa nera, Africa rossa’ ed al mio attivo ho tante musiche da commento ed una ventina di cd. Insomma, se 800 titoli di pezzi depositati alla SIAE vi paion pochi…’

 

La conversazione, che ho ‘potato’ abbondantemente delle nostre elucubrazioni, finisce qui.

Nell’andare verso la porta d’ingresso, scorgo una lettera incorniciata: “Che occhio!“, commenta il padrone di casa, “l’ha donata a mia moglie il portoghese Marchese di Villareal: è la lettera che Padre Giovan Battista Martini, rettore della famosa Filarmonica Bolognese indirizza alla Principessa Barbara del Portogallo, caldeggiando, con parole di grande sottomissione, l’appoggio della nobildonna per la propria Storia della Musica.
Risale al 1770 e, allorché il gentile ospite estrasse il polveroso volume -di cui esistono due esemplari al mondo, uno a Bologna e l’altro era quello mostrato – dagli scaffali della sua biblioteca, scivolò fuori, neanche letta
Povero Padre Martini … e dire che protesse Mozart nell’esame che affrontò, appena quattordicenne, allorché ambiva divenire Accademico della Filarmonica Bolognese, nomina all’epoca considerata di grande prestigio.
Si narra che fece delle piccole correzioni al lavoro del ragazzino, che, col suo ingovernabile anticonformismo, aveva introdotto delle novità musicali forse non gradite alla Commissione d’esame.
Padre Martini, comprendendolo, ci mise la sua ‘manina’ e Mozart superò l’esame … Non meritava il disdegno di Barbara del Portogallo …”

Siamo sulla porta e sfodera l’ultima battuta: “L’ho letta stamattina sull’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters: ‘Ci vuole vita per amare la vita…

La chiusa perfetta per un personaggio così poliedrico e pirotecnico.

 

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