sabato, Maggio 8

Giada tossica tra Cina e Birmania Nella Rpc un giro d'affari di 5 miliardi USD annui. Oltre la metà dalla Birmania

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La leggenda vuole che la nascita di Confucio sia stata preannunciata alla madre in una tavoletta di giada portatale da un unicorno. Tutt’oggi, nell’immaginario cinese, la pietra continua a possedere ‘proprietà magiche’; allontana il malocchio e conserva il corpo in salute. Ma per la neonata classe media è sopratutto sinonimo di lusso, un investimento alternativo al mattone quando non una tangente ‘mascherata’ con cui adulare i funzionari governativi. Quest’anno, nella cornice dello Shanghai World Jewellery Expo, i banditori d’asta hanno valutato il prezzo iniziale per i pezzi migliori a più di 160 dollari il grammo, quattro volte il prezzo dell’oro. «L’oro è di valore, ma la giada è senza prezzo», recita un vecchio detto cinese.

Secondo il Gems & Jewelry Trade Association of China, ogni anno nel Regno di Mezzo il commercio della giada ammonta a 5 miliardi di dollari, di cui oltre metà proveniente dalla Birmania (ribattezzata Myanmar dopo il golpe del 1988). Lo Stato Kachin, nel montagnoso nord del Paese, a ridosso della regione cinese dello Yunnan, è l’epicentro dell’attività mineraria birmana. Qui si dice siano nascoste le più grandi e preziose riserve di giada al mondo, con il capoluogo Myitkyina ultima frontiera per gli stranieri curiosi. Oltre i checkpoint sono ammessi soltanto i cinesi. Ufficialmente, la volatilità dell’area, che dal 1948 è scenario di tensioni tra l’esercito birmano e i ribelli indipendentisti kachin, dovrebbe giustificare le misure di sicurezza imposte dalle autorità. In realtà, il velo di segretezza serve ad occultare un commercio illegale che ha come principale acquirente la Repubblica popolare cinese. Secondo la Reuters, quasi la metà della giada estratta nel Paese dei pavoni va a finire nel mercato nero. Le stime ufficiali sulle esportazioni birmane per il periodo 2011-2014 parlano di guadagni per 1,3 miliardi di dollari, ma stando all’Ash Center dell’Università di Harvard le vendite totali (incluse quelle effettuate attraverso canali ufficiosi) hanno raggiunto gli 8 miliardi nel solo 2011. Oltre il doppio di quanto incassato attraverso la vendita di gas naturale e circa un sesto del Pil per quell’anno. Una discrepanza che rivela come molti degli introiti non vanno nei forzieri dello Stato (‘civile’ da quando nel 2011 il Presidente Thein Sein ha dismesso la divisa), bensì si perdono nelle tasche dei militari, degli imprenditori cinesi e dei ribelli locali che chiedono il pizzo alle compagnie minerarie per operare nei territori di loro dominio. Invece che andare a sostenere la ripresa di uno dei Paese tra i più arretrati al mondo, finiscono per finanziarie il conflitto etnico che lacera la Birmania dalla fine del colonialismo britannico.

Sebbene la transizione democratica stia portando aiuti e investimenti esteri, molti economisti ritengono che lo sviluppo e l’unità del Myanmar dipendano interamente dalla capacità del Governo di mettere a frutto le sue risorse naturali; legname, metalli e pietre preziose. Questo dovrebbe avvenire nella piena legalità, ma a rivelarsi più remunerativo è il contrabbando di eroina, metanfetamina e oppio di cui il Paese asiatico è il primo produttore al mondo dopo l’Afghanistan. Nelle aree periferiche della Birmania settentrionale, droga e giada compongono un mix tossico con il beneplacito dei funzionari birmani e dei faccendieri cinesi. Le estenuanti condizioni di lavoro nei giacimenti (documentate dal ‘New York Times’) spingono i minatori a fare uso di stupefacenti per alleggerire la fatica. Addirittura -secondo fonti raccolte da Al Jazeera’ in un centro di recupero nello Stato Kachin – spesso i boss delle miniere pagano i lavoratori con l’eroina in modo da spingerli a lavorare più duramente per ricevere un’altra dose. La prima è gratis.

Stando all’emittente araba, ormai la tossicodipendenza affligge il 75% dei minatori (le morti per overdose vengono occultate nei boschetti di bambù vicino alle miniere); per la World Health Organization il 30% di chi assume droghe da iniettare a Myitkyina ha ormai contratto il virus dell’HIV. Tra i locali c’è la convinzione che le autorità non soltanto chiudano un occhio davanti alla diffusione degli stupefacenti, ma la incoraggino addirittura per infiacchire e sedare le istanze separatiste dei kachin. Merce rara per decenni, con il contrabbando della giada l’eroina è diventata facilmente reperibile per 4-8 dollari a dose intorno a Hpakant, città mineraria a 111 chilometri da Myitkyina nota come «the wild wild east» per le sue dissolute attrazioni (oltre alla droga imperversano anche prostituzione e gioco d’azzardo); in alcuni casi, gli spacciatori accettano di essere pagati direttamente con la preziosa pietra.

L’apogeo dell’industria della giada birmana è legata a doppio filo alle riforme economiche della Cina anni ’80, quando la nascente imprenditoria cinese annusò le potenzialità del mercato aldilà del confine sud-occidentale, trasformando l’insurrezione Kachin per l’indipendenza in una guerra per le risorse naturali. Nel 2012, la ripresa del conflitto tra la KIA (Kachin Indipendence Army) e il Governo birmano dopo 17 anni di cessate il fuoco, ha portato alla sospensione delle attività estrattive, poi riprese nonostante lo stallo dei colloqui di pace.

La Cina non riporta i dati sulla giada in arrivo dal Myanmar, ma, nel 2012, il novero delle importazioni ufficiali di metalli e pietre preziose -tra i quali rientra la giada- ammontava a 293 milioni di dollari; numeri che non giustificano la produzione da miliardi di dollari del vicino asiatico. Il fatto è che la gemma non è soltanto preziosa ma anche molto facile da trasportare. «Solo le pietre che non si riescono a nascondere vanno negli empori», spiega alla Reuters Tin Soe, commerciante di Hpakant, riferendosi alle aste ufficiali tenute nella capitale Naypyitaw. Il resto viene contrabbandato in camion fino in Cina dai cosiddetti ‘jockeys‘ attraverso territori dominati dai militari birmani o dalla KIA, in cambio di un pedaggio. Molte delle miniere sono gestite o finanziate da cittadini cinesi nonostante la legge birmana vieti l’intervento straniero nel settore estrattivo.

In una rara ammissione di colpa l’Ambasciatore cinese in Myanmar, Yang Houlan, ha confermato al ‘New York Times’ la ripetuta infrazione delle leggi birmane da parte di alcuni uomini d’affari cinesi che «oltrepassano il confine per estrarre o contrabbandare la giada». Ma ha anche sottolineato che le due Nazioni hanno intensificato la cooperazione e i controlli di frontiera. Mentre il commercio illegale di giada si prefigura come un banco di prova per il Governo del riformista Thein Sein, il nesso che lega la gemma alle violenze etniche, nel 2003, ha spinto Washington a emettere un divieto sulle importazioni di rubini e giadeite dal Myanmar. Una posizione riconfermata nel 2013 nonostante la sospensione di quasi tutte le sanzioni americane imposte al Paese dei pavoni nel 1996.

 

 

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