sabato, Agosto 13

Giacomo Matteotti, uomo coraggioso e solo Il 1° giugno del 1924 veniva assassinato a Roma da una squadra fascista colui che è stato il primo vero antagonista del Duce. A colloquio con il sen. Riccardo Nencini, scrittore e saggista, sul libro dedicato a questo eroe della lotta antifascista’. “‘Solo’ perché spesso lottò in solitudine contro Mussolini e il fascismo. La narrazione di un fascismo combattuto immediatamente da tutte le forze politiche non è reale”

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Rapito e assassinato da una squadra fascista, per volontà di Mussolini, il deputato socialista Giacomo Matteotti, finì la sua vita terrena il 10  giugno del 1924. Aveva 39 anni, essendo nato a Fratta Polesine  il 22 maggio del 1885. Tra la fine di maggio e la prima decade di giugno, anche quest’anno, si sono svolte varie celebrazioni in  onore di questo ‘eroe della democrazia’ e nel ricordo di quell’ evento traumatico della storia d’Italia. A Giacomo Matteotti è stata dedicata il 30 maggio scorso una Sala della Camera dei Deputati, nel giorno in cui  Matteotti pronunciò il suo ultimo atto d’accusa contro il regime, contestando la validità delle elezioni del  6 aprile 1924, svoltesi all’insegna della violenza  e delle intimidazioni da parte delle bande fasciste e con l’uccisione di vari oppositori. L’intitolazione è avvenuta accogliendo la richiesta firmata da circa sessanta tra fondazioni e istituti rappresentativi di un largo arco di forze culturali. Segno che la figura di Giacomo Matteotti è ben viva nella mente e nel cuore dell’Italia democratica e antifascista.   Meglio tardi che mai.  

Ma il ricordo più pregnante e sentito è quello che gli ha dedicato il senatore socialista Riccardo Nencini, col suo volume dal  titolo ‘Solo’ (edito da Mondadori) che riporta in copertina oltre all’immagine dell’eroe, una celebre massima dello stesso  Matteotti: ‘Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai’. Nencini, autore di vari saggi e romanzi,  ricostruisce in forma romanzesca la vita di questo grande italiano e socialista, con la precisione dello studioso, la passione  civile e politica dell’ intellettuale e del narratore di razza,  dall’ infanzia del piccolo Giacomo alle prime esperienze politiche,  alla comune militanza nel Partito socialista con Mussolini, fino ai drammatici giorni della durissima opposizione al regime, che costeranno   la vita a colui che è considerato il primo vero antagonista di Mussolini. Prima di seguirne a grandi linee la storia, ci sembra utile porre alcune domande a Riccardo Nencini.

Perchè hai preferito la forma del ‘romanzo’ storico?

“Il romanzo storico rende meglio i sentimenti e le emozioni, il saggio è asettico. Qui siamo di fronte a un uomo che compie scelte decisive per la sua vita e per la vita degli altri. È proprio questo aspetto che va raccontato”.

Da cosa nasce  il titolo ‘Solo’? Dalla solitudine in cui Matteotti si è venuto a trovare nella sua lotta più che decennale  e personale contro Mussolini,  già dai tempo del Psi? Dall’isolamento in cui si è trovato nel Parlamento e nel Partito? 

“‘Solo’ è la fotografia di chi intuì, per primo e solitario, che il fascismo era un fenomeno nuovo e pericoloso, tutt’altro dalla reazione di fine secolo alla Bava Beccaris contro i moti del pane. ‘Solo’ anche perché lottò, spesso in solitudine, contro Mussolini e il fascismo, soprattutto dopo le elezioni dell’aprile 1924, quelle che consegnarono al duce la maggioranza assoluta a Montecitorio. La narrazione di un fascismo combattuto immediatamente da tutte le forze politiche non è reale. Liberali e Vaticano aiutarono il fascismo ad affermarsi, tolto di mezzo Sturzo anche i popolari, fino a tutto il 1923, non adottarono una strategia da vera opposizione. Quanto al Pcd’I, l’obiettivo principale non era la lotta al fascismo ma ‘fare come in Russia”.

Riprenderemo più avanti il discorso con Nencini. Vediamo ora alcuni momenti salienti della vita di  questo eroe della democrazia, nel suo intreccio con la storia della sua terra, il Polesine, le del nostro Paese.

Figlio di Girolamo, un imprenditore che si era fatto strada passando dal traffico del rame a proprietario del Caffè Commercio ed aveva poi allargato i propri possedimenti acquistando ettari di terra, poderi e case dai coltivatori  del Polesine in fuga verso le Americhe; e di Elisabetta, detta Isabella, donna energica tutta casa chiesa e lavoro, il giovane Giacomo si dedica agli studi: liceo e laurea in legge all’Università di Bologna, infarinatura d’inglese (grazie alla sua passione per  Shakespeare),  poi se ne va in giro per l’Europa ( Vienna, Budapest e Oxford) ma  quando torna nella sua terra natia ( Fretta), scopre una realtà devastata e schiacciata dalla miseria, dalle malattie ( la pellagra) dalla fame,  dalla disoccupazione, “in Polesine la povertà è un lusso, il Po non è il Nilo, trasforma i campi in paludi   metifiche dove zampilla la malaria” .

L’unica voce a infrangere il muro del silenzio su questa realtà e’ quella della Società Operaia , non certo l’omelia del pievano che invita alla rassegnazione. E Giacomo, di fronte a tanta disperazione, non esita a tradire la sua classe (liberali e possidenti) e a schierarsi, sull’esempio del medico dei pellagrosi, Nicola Badaloni, dalla parte degli oppressi, degli ultimi. Percorre il paese, prima in bici poi in auto, da zona a zona, da casolare a casolare, per conoscere e infondere a tutti, la coscienza dei loro diritti, che solo il socialismo può dare. E’ ateo ma l’anticlericalismo non può essere la bussola dei socialisti. Per lui il socialismo è portare avanti chi è rimasto indietro. Non crede al socialismo giacobino, all’uso della sola violenza, alle élite che si caricano il popolo sulle spalle perché trionfi la rivoluzione. Le capriole le lascia a Mussolini e alla sua corte. Meglio le cose semplici, aprire una biblioteca popolare, organizzare un circolo, una lega, insegnare ai sindaci come si compila una deliberazione e soprattutto creare scuole: elementari, serali, asili, scuole estive, diffondere l’istruzione.

Questa è la sua idea di socialismo, che confligge con il massimalismo barricadero di altri. Come quello di Mussolini, direttore de l’Avanti! Il quale  conquista inattese simpatie, da Benedetto Croce (“uomo di schietto temperamento rivoluzionario e di acume conforme aperto alle correnti contemporanee…il pragmatismo, il  misticismo dell’azione, il volontarismo” dice di lui) ai giovani socialisti del gruppo torinese, ma soprattutto dei grandi industriali  in cerca di forniture militari in  vista della guerra imminente: i fratelli Perrone dell’Ansaldo, Giovanni Agnelli, imprenditori navali, la Montedison, l’unione degli zuccherifici.” Tutti in fila a finanziare la sua creatura: ‘Il popolo d’Italia’. La guerra, la prima guerra mondiale salutata dal futurista Marinetti come ‘sola igiene del mondo’, è lo spartiacque. Molti gli interventisti anche a sinistra e fra gli  intellettuali oltre ai fautori (tra cui Mussolini), pochi gli oppositori. Tra  questi Giacomo Matteotti. Ha visto lontano. Anche Papa Benedetto XV, scrivendo ai capi dei Paesi belligeranti, vede nel conflitto una “ massacre inutile”, una” inutile strage, follia e suicidio dell’Europa, e la pace un “grande dono di Dio”. Parole che suonano da monito anche oggi.  Le sue posizioni antimilitariste  e il suo attivismo contro la guerra  costano  a Giacomo l’allontanamento dal Polesine per tre anni e il confino in una zona montagnosa nei pressi di Messina. Nel gennaio  Giacomo 1916 aveva sposato con rito solo civile la poetessa romana Velia Titta, sorella del baritono Titta Ruffo. Nel  1818 mentre e’ ancora in Sicilia al confino, nasce a Roma il suo primogenito  Giancarlo che seguirà  le orme del padre dedicandosi anche lui all’attività politica.

Nel suo libro Riccardo Nencini racconta minuziosamente le vicende del nostro Paese, del socialismo italiano con i suoi laceranti conflitti interni fra le varie anime e della famiglia, della madre, nonché la  perenne battaglia politica di Matteotti nel parlamento ( ove è stato eletto  per ben tre volte, la prima del ’19, in rappresentanza della circoscrizione Ferrara-Rovigo, le altre nel ‘21 e nel ’24). Soprannominato ‘Tempesta’ dai compagni di partito per il suo carattere battagliero e intransigente, prepara numerosi disegni di legge e relazioni, interverrà in aula  bon 106 volte, su temi vari. Passa ore ed ore nella Biblioteca della Camera a “sfogliare libri e relazioni, statistiche, da cui attinge dati  per lottare, con la parola, contro le violenze e gli abusi del regime, che ha avversato fin dalla sua nascita. La sua battaglia non si svolge solo nel parlamento, ma soprattutto nel territorio d’elezione incontrando i lavoratori in lotta, i bovari, i braccianti, battendosi per il rispetto  delle otto ore lavorative, per i diritti calpestati, contro le violenze  delle squadracce fasciste. Ma segue con grande attenzione anche le grandi questioni  nazionali, la vicenda di Fiume, D’Annunzio, Giolitti e la questione scolastica, sulla quale Matteotti duella nell’aula parlamentare con il ministro Croce, leggenda vivente. Mancano aule, libri, lavagne, stipendi ridicoli, mancano gli asili, il fondo per l’edilizia scolastica esaurito dal 1911….Il filosofo ascolta e annota.  Due visioni antitetiche: l’istruzione di massa e la dottrina per l’aristocrazia.

Intanto, a Bologna si scatena il finimondo. E’ l’eccidio di Palazzo D’Accursio. Il 21 novembre, in Piazza Maggiore, i socialisti festeggiano la vittoria elettorale e l’elezione a sindaco di Ennio Gnudi (1893-1947), dirigente sindacale e rappresentante della corrente massimalista del PSI. Nei giorni precedenti i fascisti, guidati da Leandro Arpinati e Arconovaldo Bonaccorsi, avevano promesso lo scontro. Arrivano in trecento anche da Ferrara, e da altre città del nord, sull’altro fronte i bolescevichi,  volano bombe a mano sulla folla: 10 morti e 50 feriti, tutti socialisti, colpiti da arma da fuoco. Nell’aula qualcuno spara contro  due consiglieri di minoranza, uno dei due è  l’avvocato Giordani, è ferito a morte. E’ il primo martire fascista, la giunta Gnudi appena eletta, deve dimettersi, è sostituita dal Commissario Prefettizio. E’ l’inizio dell’ascesa fascista al potere. Seguiranno altri scontri, altre stragi. Gli agrari forniscono il loro appoggio.

Nel ’21 Matteotti pubblica una Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, in cui  denunzia per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale  del ’21, fornendo  denaro e logistica. In neanche due mesi i fasci si quadruplicano:  se ne contano 800. L’Autore dedica  un serrato resoconto del convulso Congresso del PSI a Livorno, quello del 21 dove si consuma la scissione dell’ ala filobolscevica guidata da Bordiga. Per loro il nemico è il riformismo socialista. Al grido di “abbasso i rinnegati e i traditori” e “ viva la rivoluzione comunista mondiale”, il congresso di scioglie. Mussolini è  raggiante.  La scissione a sinistra è un regalo  alle destre, a lui in particolare.  Il discorso che segna la sua vita Matteotti lo pronuncerà  in un’aula semideserta il 31 di gennaio del ’21, quando presenta la  mozione Vacirca-Matteotti, sull’attività terroristica dei fascisti, sostenuti dagli agrari, sull’asse che dall’Emilia Romagna fin quasi a Venezia. Un intervento fermo, documentato, premonitore: Matteotti – scrive Nencini – “ha intuito che il Polesine è l’ombelico del mondo, quanto accade nella sua terra altro non è che il futuro, una finestra spalancata sull’avvenire d’Italia”. L’ha intuito nel caos della nascita, l’irruzione furiosa di un fenomeno nuovo nel mentre prende forma durevole.” “ La ferocia esercitata dal fascismo – grida Matteotti– è una reazione non contro gli atti di violenza che voi deplorate quanto contro le conquiste economiche del proletariato.” Dal vecchio tronco agrario spunta un nuovo virgulto, il fascismo……Al contadino, tolta l’arma che possiede, non gliene rimane altra mentre ciascun fascista o agrario ha dietro di sè la forza pubblica e il regio esercito.” Quindi, accusa il governo Giolitti di complicità  sui fatti di violenza.” Il governo pone la fiducia, la mozione è respinta. Quell’arringa violenta gli costerà cara. “Pronunciare la verità troppo presto equivale ad aver torto marcio.” I fascisti gli si scatenano contro, a cominciare dalle sue terre.  ‘Abbasso Matteotti’ è il grido ricorrente. E a Castelguglielmo un manipolo di fascisti capitanati da un certo Bin, lo circondano, lo prelevano a forza,  gli chiedono la ritrattazione dell’intervento alla Camera, discutono se farlo fuori  o seviziarlo.  Scelgono l’orribile violenza. Con una candela.  Poi l’abbandonano nei pressi di Rovigo, dove era atteso  per la  proroga di un patto agricolo.  L’avvertimento è  di non farsi più vedere in giro. Altrimenti lo uccideranno. Giacomo non cede.  In vista delle elezioni, gli episodi di violenza  fascista contro case del popolo, sindacati, circoli culturali dilagano.

Nonostante il terrore nero, Matteotti risulta il più votato dei socialisti nel collegio Padova-Rovigo. Il racconto si sofferma sulla crisi parlamentare ( le dimissioni di Giolitti. La nomina del governo Bonomi), il tutti contro tutti, mentre nel paese  le squadracce imperversano, il quadro politico è drammatico, gli iscritti ai fasci sono 320 mila, al Psi 100 mila, il  movimento diviene partito (PNF) ,“i comunisti sprangati  in un settarismo che li isola dal mondo reale”  di fronte al pericolo fascista rifiutano la collaborazione con i socialisti: “ no agli arditi del popolo, no a campagne parlamentari comuni, “ la casa brucia e si rimirano nella diversità”. Alla Camera si consuma il primo duello, tra Mussolini e Matteotti, tra il carnefice e la futura vittima, che intanto lo sbugiarda sul caso dei due fascisti morti nell’assalto a case altrui. Il Parlamento sembra fatto di sauri in via di estinzione, mentre i fascisti progettano la conquista diretta del potere. Che avviene alla fine di ottobre a conclusione della famigerata ‘marcia su Roma’ fra il 26 e il  30 ottobre (Mussolini se n’era rimasto però a Milano ). La storia è nota. Alle 6 del mattino del 28 ottobre il governo dichiara lo stato d’assedio, ma il Re (alle 8 e 30) si rifiuta di controfirmarlo e Luigi Facta, Presidente del Consiglio, si dimette. Mentre le camicie nere entrano nella capitale, Mussolini è convocato da Vittorio Emanuele III che gli conferisce ufficialmente l’incarico di formare un nuovo governo di coalizione. Spaventare le istituzioni e prendere con la forza il comando del Paese. Piano riuscito. Segue il discorso dell’aula sorda e grigia, e del bivacco di manipoli. L’opposizione sceglie l’Aventino. Su questo punto, assai dibattuto, sentiamo ancora Riccardo Nencini, che ha studiato a fondo la situazione:

Gli aventiniani” – ci dice – “confidavano in una mossa risolutiva della monarchia ma Vittorio Emanuele III non si mosse. Gli apparati dello Stato, con pochissime eccezioni, erano nelle mani di Mussolini, dalla magistratura alle forze armate. Aggiungo che, si, vi fu sbandamento nel regime, ma tra gli italiani il fascismo aveva già piantato le sue radici. Quanto agli intellettuali, da Pirandello a Puccini a Croce, si strinsero attorno al duce. Con l’autunno del ’24 la partita era chiusa”.

Il resto è un susseguirsi di atti di violenza e di repressione contro ogni forma di dissenso e di leggi liberticide. Come la modifica della  legge elettorale. Prima  del voto Matteotti avvicina De Gasperi. E’ lui il tramite della Santa Sede, è lui che ha trattato con Mussolini.” Allora, sarete voi i nostri alleati o dovremo raccogliere sulle nostre spalle anche la vostra eredità?” “Domani voteremo le fiducia al governo ma la maggioranza di noi si opporrà al disegno di legge. Vi basta?” “ Ma come, voterete la fiducia ad un governo che ore fa ha varato un decreto per limitare la libertà di stampa? Ho capito bene?” Intanto lo squadrismo fa nuove vittime, a bastonate pugni o colpi di clava sulla testa, come accade ad  Argenta dove don Minzoni, un prete che somiglia a Matteotti, nato lo stesso anno ( nell’85) , entrambi di buona famiglia, è impegnato nel sociale (cooperative, doposcuola, biblioteca, circoli, compagnia teatrale), e poi ha denunciato l’omicidio di un socialista (Natale Gaiba) massacrato di botte. E’ troppo. E cosi, mentre cammina di sera in compagnia di un amico, viene massacrato di botte il ‘prete rosso’. Per la campagna elettorale del ’24 Matteotti batte in lungo e largo il paese  e per l’Europa ad incontrare i nostri immigrati: Lugano,Bruxelles, Bruges, Londra, Parigi Strasburgo….. invitandoli a rientrare per votare socialista.  Ogni tanto incontra Velia. E i figli Giancarlo  Matteo e Isabella.

Nuovo intervento alla Camera e intanto Amerigo Dumini, il braccio esecutore di Mussolini, fa seguire Matteotti, che Filippo Turati, il ‘patriarca’ del Partito socialista cerca di proteggere temendo per la vita del giovane e battagliero  compagno. Il quale, nella seduta del 30 maggio pronuncerà,  nonostante i molti tentativi di tacitarlo, il suo ultimo, appassionato e documentato atto d’accusa contro i brogli elettorali,  le intimidazioni, le violenze. “ Molti voti di preferenza  sono  stati scritti dalla stessa  mano, altri voti di lista cancellati, , chi ebbe la ventura di votare  ricevette la visita di chi era incaricato di controllare…” Cosattini, deputato di Udine, lo prende sottobraccio: “Giacomo riguardati, siamo in mano a una banda di delinquenti” …..Ma il piano per eliminarlo è pronto da tempo, messo a punto nelle ultime ore da Dumini e i suoi fedelissimi. E  scatta il 10 giugno, quando una Lancia nera extralusso si blocca alle spalle del deputato che cammina  sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, con una cartella piena di fogli, scendono in quattro lo afferrano, picchiano all’impazzata , lo trascinano arto per arto  dentro la vettura che al suono del clackson se ne fugge via. mentre un rapitore sul predellino si agita per entrare nell’auto. Ma qualcuno dalle finestre ha visto  la scena del rapimento. E’ un avvocato, Giovanni Cavanna, e ci sono anche due ragazzini. Intanto, dopo le botte , uno degli assassini, certo Volpi, gli ha affondato la lama di un coltello ad un palmo dal cuore. Proprio il giorno in cui venne ucciso, Matteotti avrebbe dovuto presentare un nuovo discorso alla Camera dei deputati, in cui avrebbe rivelato le sue scoperte riguardanti lo scandalo finanziario coinvolgente anche Arnaldo Mussolini, fratello minore del Duce. Il suo corpo fu ritrovato il 16 agosto dal brigadiere Ovidio Caratelli, a 25 km di distanza, sepolto in una tenuta,  “un mucchio di ossa scarnificate – scrive  Nancini- un ciuffo di capelli, lembi di carne putrefatta.”  Il sequestro del leader socialista sollevò una forte indignazione popolare ma non provocò la caduta di Mussolini.   Il libro dedica un capitolo a ciò che accadde dopo  l’assassinio, ma ora ci interessa chiedere allo stesso Riccardo Nencini:

Cosa rappresenta  Matteotti oggi?  Quanto è  conosciuta  la integerrima figura del primo vero antagonista di Mussolini e martire della lotta antifascista?

“Di Matteotti si conosce la dimensione eroica, di meno la storia personale, la passione politica, l’intensità della fede socialista che, come una bussola, lo porta a compiere scelte senza nessun compromesso. Giacomo resta un esempio di coerenza e coraggio, due ingredienti che la politica – e la vita di ognuno di noi – dovrebbero tenere presenti”.

Come far tesoro del suo insegnamento, oggi ?

“Immaginando che la libertà non si conquista una volta per sempre. Diceva il poeta Mario Luzi che la libertà è una palestra nella quale andare ogni giorno. Aveva ragione”.

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