venerdì, Settembre 24

Ghardaïa, primi segnali di discordia in Algeria

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Ghardaia

Negli ultimi mesi, la Provincia di Ghardaïa, una delle più importanti aree dell’Algeria meridionale e porta d’accesso al deserto algerino, nonché faro culturale e patrimonio tradizionale dell’umanità noto in tutto il mondo, è stata testimone di una serie di eventi tumultuosi che hanno scatenato l’opinione pubblica interna ed esterna circa uno dei maggiori problemi che colpiscono l’area. In principio si trattava di mere richieste da parte degli abitanti del sud, sfociate poi in scontri tra le due comunità (da un lato i beduini mozabiti, chiamati così perché abitanti della valle di Mzab, di fede ibadita, e i militanti della tribù arabe Chaambi, che seguono la dottrina islamica sunnita malikita, assai diffusa in Nord Africa, ndr.), che convivevano in modo esemplare, in casi di feriti e uccisi, di sabotaggi, invasioni di proprietà, negozi e case incendiate, attività commerciali sospese. Gli abitanti, preoccupati e prudenti, si sono rintanati nelle loro abitazioni preparandosi al peggio.

La zona è stata teatro di violenti scontri che hanno visto contrapposti gli arabi malikiti e gli ibaditi “berberi”, spesso causando morti e feriti: eventi che sono durati più di otto mesi tra il parassitismo dei cittadini e il disagio delle autorità algerine. La situazione, fuori controllo in più occasioni, ha attirato l’attenzione pubblica e privata, inducendo lo Stato ad adottare una serie di decisioni e provvedimenti urgenti; tuttavia, il mancato raggiungimento di una totale quiete nella zona ha suscitato domande circa i motivi alla base degli scontri, sia religiosi che consuetudinari e sui dubbi circa la presenza di ‘mani’ occulte che manovrano da dietro le quinte il conflitto settario.

Gli eventi hanno avuto inizio in un momento critico, poiché in concomitanza con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali 2014, caratterizzate da un grande fermento politico dovuto anche alla candidatura dell’attuale Presidente Abdelaziz Bouteflika. Quest’ultimo è stato violentemente contrastato dai partiti e dai blocchi politici dell’opposizione in quanto, gli oppositori alla candidatura di Bouteflika al quarto mandato intendevano usare Ghardaia cavalcare l’onda dell’idea di una “Primavera del Sud” in Algeria.  Il movimento dell’opposizione ‘Baraket’ è tra i principali sostenitori di questo pensiero e alcuni dei suoi membri hanno giustificato e promosso gli eventi di Ghardaïa, dato che, secondo loro, potrebbero condurre ad un cambiamento che rifiuti l’attuale situazione di Governo.

I notabili di Ghardaïa appartenenti alle due fazioni, l’una malikita e l’altra ibadita, “Amazigh” (berberi), dal canto loro hanno reagito con stupore al prolungarsi di questi eventi diventati sanguinosi e pericolosi, dati i pregressi accordi sulla non sussistenza di ogni tipo di conflitto settario e corroborati dalla convivenza pacifica protrattasi per decenni grazie alle basi storiche in comune tra le due fazioni. In base alle dichiarazioni del Consiglio “Ammi Said”, la massima autorità religiosa ibadita in Algeria, gli episodi di violenza e saccheggio e gli incendi, verificatisi in alcuni quartieri della città di Bryan nella provincia di Ghardaia, erano strettamente legati ai disordini sociali ed economici, e privi di alcun nesso con gli scontri etnici tra ibaditi e malikiti. Il Consiglio, in quel caso, ha invitato considerare che i motivi della discordia erano, in quella fase, problemi relativi all’occupazione, allo sviluppo nei settori della sanità e dell’istruzione, degli alloggi e così via.

Dal canto loro anche gli imam malikiti, che rappresentano il gruppo più numeroso di rappresentanti religiosi in Algeria, hanno ritenuto utile incontrarsi per discutere della scia degli eventi di Ghardaïa verificatisi nel corso degli ultimi mesi. Lo scopo di questo numeroso gruppo di religiosi e uomini di legge è stato di indagare sulle cause dei disordini, inizialmente individuate nel settarismo. Tuttavia, con il consenso degli imam e dei notabili di Ghardaïa, è stato esclusa qualsiasi motivazione etnica come causa scatenante dei conflitti. Il Segretario del Consiglio scientifico ha, infatti, spiegato che gli scontri della città di Ghardaïa non hanno alcun legame con le varie confessioni ma sono dovuti a «venti che soffiano dall’esterno», aggiungendo che «le basi del problema sono da rinvenire nel desiderio di alcuni di destabilizzare l’Algeria dall’interno».

Le autorità algerine hanno iniziato a placare la situazione con l’invio di delegazioni ministeriali e con l’istituzione di convegni e incontri tra imam della zona e notabili, al fine di scoprire i motivi alla base della controversia di Ghardaïa. Molti, tuttavia, sostengono che questi siano da ricondurre a motivazioni settarie, al fine di prevenire l’evolversi degli eventi e non distaccarli dalla prospettiva della discriminazione e del settarismo. Considerando i disordini e il grande movimento nei Paesi limitrofi come Tunisia, Libia e persino Mali e Mauritania, l’Algeria è in una posizione tale da dover necessariamente riconsiderare le politiche messe in campo allo scopo di risolvere il problema sorto, ma nell’ottica di evitare qualsiasi intervento che faccia degenerare gli eventi e scatenare la primavera algerina, una svolta a cui molti soggetti ‘non identificati’ stanno mirando, secondo quanto pubblicato dalla stampa nazionale.

Più in dettaglio, sono undici i requisiti presentati dalla Commissione per il coordinamento e il follow-up degli eventi verificatisi a Ghardaïa, come specificato durante la conferenza stampa dai quattro membri dell’Istituzione in visita nella capitale, sede in cui hanno, inoltre, comunicato un elenco di punti che verrà presentato al Primo Ministro Abdelmalek durante la sua prossima visita nella provincia. Un elenco che include 11 punti, tra i quali viene specificato anche il netto rifiuto da parte della Commissione della nomina di un qualsiasi Consiglio di notabili congiunto. Una presa di posizione che sembra mettere ‘le mani avanti’ riguardo l’apparente intenzione dello stesso Primo Ministro di riunire proprio questo tipo di Istituzione, ancora prima di ascoltare l’opinione dei soggetti più influenti della società sulla questione.

Secondo fonti accreditate, le richieste contenute nel documento che reca gli 11 punti, contengono diverse proposte che potrebbero essere la potenziale soluzione per placare la serie di episodi di sangue e di lotte che si sono verificati negli ultimi tempi nella regione. In primis, il documento richiede maggiori garanzie di sicurezza e di rendere pubblico un elenco dei soggetti fomentatori della violenza, i quali sembrerebbero essere già noti in molti ambienti pubblici, ma anche in quelli privati. La Commissione ha chiesto, inoltre, di liberare gli individui fermati durante gli scontri e di compiere un’indagine su due particolari avvenimenti: la distruzione del muro del cimitero di Ummi Said e l’incendio della sede dell’ufficio di sicurezza della Valle del M’zab. Inoltre, si chiede alla Commissione di risarcire tutti gli operatori danneggiati nel corso degli eventi e calmare gli animi accesi, attualmente il principale potenziale focolaio di una nuova serie di scontri. Una delle ultime richiesta fatte alla Commissione negli 11 punti, è scoprire chi davvero manovra l’oscuro processo di incitamento alla rivolta, che avviene sistematicamente attraverso canali telematici e via internet. La Commissione ha respinto ogni interpretazione degli eventi in termini settari, dottrinali o confessionali e ha concluso sottolineando la necessità da parte del Primo Ministro aprire un fascicolo di indagine sugli scontri, tenendo presente che tra le principali cause di questi ultimi sono da annoverare la sicurezza lassista e indulgente delle autorità che agiscono nella regione.

Nonostante le numerose visite di delegazioni di differenti Ministeri, nulla sembra essere cambiato nella situazione dell’area. Con la promozione di enormi progetti di sviluppo in settori sensibili come gli alloggi, l’occupazione e la sanità, le forze della sicurezza hanno tralasciato casi di infrazioni e abusi legali compiuti da alcuni giovani durante i tumulti. Anche nelle dichiarazioni dell’inviato del canale DW, Mohammed Baba Ali, portavoce dell’ANP, Assemblea nazionale popolare, nella regione di Ghardaïa, si evince che la situazione non si è placata. Secondo l’inviato, «la questione è divenuta insostenibile ed è irragionevole che il conflitto si prolunghi dopo mesi nonostante l’intervento dei notabili e delle forze di sicurezza e persino del Primo Ministro Abdelmalek Sellal, recatosi nella zona tre volte senza alcun risultato».

M. Bashir, un attivista trentaduenne, originario di al-Qarara, nella provincia di Ghardaïa, descrive gli eventi in corso nella zona come “una barbarie ingenua e spericolata”, in quanto ci spiega che, a suo avviso, il problema non è settario, e che l’attuale conflitto in corso è la lotta di un gruppo di numerosi giovani emarginati appartenenti alle fazioni dei malakiti e ibaditi, senza alcun nesso di natura dottrinale. Sempre secondo Bashir, la situazione è legata ai numerosi disordini tra cui quelli sociali e culturali di cui si servono i narcotrafficanti; nega, invece, voci secondo cui il gruppo Happy Family sia dietro questa discordia affermando: “Non vi è alcun nesso tra le due cose, quello che si sta facendo sono solo dei meri giudizi per sorvegliare la comunità”.

Inoltre, Bashir fa notare che i danni materiali dichiarati sono solo la metà di quelli reali, e la reticenza dei supervisori su alcune perdite dei malakiti o degli ibaditi è motivata dalla necessità di evitare di ingigantire il problema e ripristinare un’atmosfera pacifica, evitando così di incentivare coloro che cercano nuove motivazioni per tornare alle armi. Alla nostra domanda circa il ruolo dello Stato algerino nel placare la situazione, Bashir risponde affermando che “lo Stato ha soddisfatto molte richieste con diverse concessioni, anche di molti gruppi che non rappresentano le comunità ibadita né malakita. Tutti i ministri sono giunti nella regione per calmare la situazione e prendere in considerazione le preoccupazioni della zona”.

Le forze della sicurezza si sono adoperate per mantenere stabile la situazione a Ghardaïa. Esse sono rappresentate dalle forze della polizia e della gendarmeria nazionale, tutte compagini che hanno lottato molto per impedire il peggioramento delle condizioni della regione. La polizia ha registrato più di 50 vittime, tra cui vi sono sia agenti di sicurezza che unità di pronto intervento, scontratisi con i manifestanti. Secondo le dichiarazioni dell’ex governatore di Ghardaïa, Abdul Hakim Shater, durante gli eventi verificatisi nella regione nel mese di marzo il bilancio registrato degli scontri tra gruppi di giovani della città di Bryan in occasione della festa dell’Eid è giunto a 44 feriti, di cui 33 agenti di sicurezza, oltre al sabotaggio di 21 abitazioni e di due attività commerciali, all’incendio di due vetture e alla presa d’assalto di alcune sedi amministrative e dell’Istruzione. Sono stati arrestati 18 sospetti e le cifre più recenti segnalano più di 350 feriti e 8 casi di omicidi registrati, oltre alle ingenti perdite materiali. A causa degli incendi e degli atti vandalici compiuti a danno delle istituzioni pubbliche, anche il settore pubblico ha subito una paralisi e una battuta d’arresto.

Secondo il sociologo e professore Muhammad Tibi, “la diagnosi a distanza dei fenomeni riguardanti lo spazio pubblico ci porta ad analizzare i seguenti punti: in primis, il chiaro declino dell’autorità spirituale delle principali confessioni della regione quali ibaditi e malakiti; in secondo luogo l’ambiguità dell’identità dei richiedenti e l’assenza dei veri attori che si nascondono dietro questi blocchi; in terzo luogo la spinta di gruppi di giovani incoscienti in avanti; emerge come ultimo punto il velo di incertezza che avvolge il finanziamento di questi disordini”. I suddetti punti riconducono, secondo Tibi, a uno scenario di un possibile disordine, e quest’ultimo costituisce principalmente un piano strategico per creare violenza in un certo paese e tutte le operazioni che ne seguono di monitoraggio e follow-up per gestire la crisi”.

Inoltre, ammette che “quando gli scontri finiscono nel sangue, non è possibile affrontare il problema in modo semplice, né si può limitare la soluzione a questioni amministrative (in riferimento alle iniziative prese a livello statale) ma bisogna risolverlo attraverso l’intervento dei notabili di entrambe le confessioni e non con la mediazione dell’amministrazione né degli attivisti della società civile che non hanno un interesse particolare per il popolo”. L’idea di una convivenza impossibile tra i seguaci delle scuole sunnite, la malikita e l’ibadita, contiene al suo interno una vera e propria ‘trappola’, ossia il pericolo stesso di accentuare il conflitto, in quanto per secoli “non è mai stato chiesto a un solo ibadita di diventare sunnita né a un sunnita di diventare ibadita”.

Le condizioni della provincia di Ghardaia hanno trasformato il conflitto settario locale in forti scontri che sono giunti alla soglia dell’ufficio del Presidente dopo che gli agenti di polizia hanno circondato il Quartier generale presidenziale, nel corso di una sommossa partita da Ghardaïa. Secondo alcuni attivisti politici si è trattato di uno strumento di pressione affinché le loro richieste fossero soddisfatte mentre altri sostengono che si sia trattato di un complotto per destabilizzare l’Algeria e ciò in concomitanza con lo sciopero degli agenti di Polizia in uno dei periodi più bui del conflitto di Ghardaïa, astensione che mirava a far ricadere la responsabilità degli avvenimenti nelle mani delle Stato.

Il piano di movimentazione della polizia, il loro ultimo sciopero (che suscita interrogativi circa le reali motivazioni alla base dell’astensione) e i partiti che intendevano destabilizzare la credibilità del ministero degli interni non sono riusciti nel loro intento, in quanto il Ministro degli Interni ha prontamente reagito. È stato stipulato, infatti, un accordo tra gli agenti della polizia e il Ministero: quest’ultimo ha accordato le loro richieste, fatte nell’ambito della legittimità e della logica.

Importanti decisioni sono arrivate in seguito all’ultimo sciopero degli agenti di polizia, tra le più importanti l’incarico conferito all’esercito dal Presidente Bouteflika di prendere le redini della situazione di Ghardaïa, e ciò in seguito al fatto accaduto nei giorni scorsi dell’utilizzo da parte di bande mascherate di armi da fuoco, alcune delle quali sorte a livello locale.

Le autorità centrali hanno deciso di trasferire la gestione della crisi di Ghardaïa all’esercito. Decisione arrivata dopo solo due giorni il trasferimento del procuratore generale presso il Consiglio distrettuale di Ghardaïa. Tra le più importanti direttive che quest’ultimo dovrà seguire, vi è quella di dare maggiore spazio alla magistratura nella gestione del conflitto settario e di rimuovere il Generale Abdelghani Hamel da Ghardaïa. Per la terza volta in pochi mesi, le autorità hanno ammesso l’errore nel controllare della crisi in questa regione, dato che il Presidente Bouteflika ha deciso di assegnare il compito al generale Sharif Abdul Razak, comandante del quarto reparto militare, concedendogli ampi poteri per affrontare gli episodi di violenza, tra cui l’intervento dell’esercito per gestire il conflitto settario, giunto alla fine del suo primo anno.

Nel mese di marzo 2014, dopo le elezioni presidenziali, il Primo Ministro ha promesso ai residenti di Ghardaïa di porre fine alla violenza settaria nella provincia, e ha annullato la decisione della tutela dei militari sulla questione di Ghardaïa in seguito alla formazione del governo Sallel. Una situazione in cui il presidente Bouteflika è costretto a servirsi delle forze armate per salvare il salvabile nella regione prima che sia troppo tardi. La decisione del presidente, in vigore fin dalle prime ore di venerdì mattina, giunge sullo sfondo di un grave deterioramento della sicurezza in diverse aree di Ghardaïa, dove poliziotti e gendarmi sono stati gravemente feriti, presi di mira dai gruppi dei giovani mentre tentavano di porre fine alla violenza.

Rapporti di fonti della sicurezza locale registrano l’utilizzo senza precedenti di armi da fuoco durante gli scontri, già verificatosi nella città di Bryan, dove dall’uso di fucili da caccia si è passati a quello di mitragliatrici. Inoltre, come accennato, sono sorte gang mascherate i cui membri sostengono l’autodifesa, che quotidianamente commettono crimini contro persone innocenti. Secondo una fonte della sicurezza, questi gruppi mascherati hanno sviluppato una notevole tecnica di combattimenti, riuscendo a piegare in numerosi scontri le forze sia degli agenti della polizia e della gendarmeria.

Un contesto nel quale il sistema giudiziario è accusato di essere direttamente coinvolto nell’alimentare gli episodi di violenza nella regione, dove il numero dei giudici sospesi è salito a 180 dall’inizio degli scontri a causa sentenze di eccessiva clemenza. Numerose persone coinvolte in una decisione del pubblico ministero sono stati rilasciate, cosa che ha indotto le autorità a trasferire il procuratore generale presso il Consiglio distrettuale di Ghardaïa.

Lo Stato algerino mira a prendere il controllo della situazione nella regione, che ha sfiancato i suoi residenti nel corso degli ultimi dieci mesi durante i quali, secondo gli esperti della sicurezza, sono state adottate numerose decisioni importanti. Gli esperti ritengono che la questione di Ghardaïa sia da inquadrare in un progetto più ampio, ossia quello della distruzione dell’Algeria meridionale. In questo senso, la scelta di questa particolare area (Ghardaïa, ndr.) non è casuale, in quanto la zona interna meridionale offre una situazione popolare ricca di motivi di discordia, di equilibri religiosi instabili, dietro cui diverse forze sembrano puntare all’insurrezione della primavera algerina. Il Paese, tuttavia, ha esperienza nel risolvere questa tipologia di crisi. Il giornalista Samir Riad, direttore generale del Canale  Numidia News, sostiene, infatti, che «la posizione geografica di Ghardaïa e la convivenza di ibaditi e malakiti sono stati i principali fattori che hanno affascinato queste forze occulte, e in presenza della tensione nei Paesi limitrofi come la Tunisia e la Libia si sarebbe avuto il sostegno necessario, così come il finanziamento e il rifornimento di armi ai dimostranti per far scoppiare una guerra interna algerina da estendere oltre i confini meridionali in cui i gruppi armati si sarebbero mossi e ingrandit».

Tuttavia, secondo la stessa fonte, le autorità statali e le forze della sicurezza «hanno agito con più rapidità adottando dei provvedimenti e prendendo il controllo della situazione nonché sventando i piani di questi soggetti che continuano ad agire nell’ombra servendosi di giovani incoscienti». Infine, il giornalista ha espresso la sua soddisfazione per essere riusciti a tenere contenere il problema e gestirlo a livello domestico, nonostante i tentativi esterni di intromissione nelle questioni nazionali algerine.

 

Traduzione di Patrizia Stellato

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