sabato, Maggio 15

‘Gestire’ i diritti: il ritorno della politica nella cooperazione internazionale L’Italia e i fondi per la cooperazione. Destinazione delle risorse e aspetti redistributivi dell’accoglienza. Verso una sanzione internazionale dei Paesi di origine? Interviene Paolo Sospiro, Docente di Economia dello Sviluppo dell’Università di Macerata

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Il 2030 è il termine temporale, fissato dall’ Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile del 2015, affinché i Paesi industrializzati rispettino gli impegni assunti. Tra le misure a carattere finanziario (Obiettivo 17), oltre ad assicurare un sostegno a lungo termine teso a ridurre il debito estero dei Paesi più poveri (17.4), i firmatari dovranno «destinare lo 0,7 per cento del reddito nazionale lordo per l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS/RNL) ai paesi in via di sviluppo» (PVS), con l’invito, per i fornitori mondiali di tali aiuti, a garantire «almeno il 0,20 per cento del APS/RNL ai paesi meno sviluppati» (17.2). La «mobilitazione delle risorse interne, anche attraverso l’aiuto internazionale ai PVS» dovrà essere consolidata e rafforzata con «ulteriori risorse economiche» provenienti «da più fonti» (17.1 e 17.3).

Per l’ Italia, membro del Comitato per l’Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE, l’obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale lordo (RNL) dovrà essere anticipato dal raggiungimento dello 0,3% nel 2020. Un traguardo vicino, se si considera che, nel 2016, l’Italia ha speso in aiuto pubblico allo sviluppo (APS) lo 0,27% del suo RNL.  In base ai dati dell’Organizzazione, gli APS stanziati dai 20 Paesi del Comitato che fanno parte dell’UE ammontano, per il 2016, a 81,3 miliardi di dollari, con un aumento del 13,1% in termini reali. Nel caso italiano, l’incremento del 20,2% è «principalmente dovuto a un aumento dei costi sostenuti per accogliere i rifugiati, oltre a un aumento dei contributi multilaterali».

Corroborata dal DossierCooperazione Italia’, realizzato nel 2016 insieme a Oxfam – che ha collaborato alla nuova indagine –, una recente inchiesta di Openpolis ha rilevato la discrepanza esistente in Italia tra aumento dell’APS e quote di risorse che raggiungono effettivamente i Paesi beneficiari. In altri termini, il rapporto tra cooperazione nei Paesi extraeuropei e gestione dell’accoglienza, con altri fattori non addizionali (ad esempio debiti del Paese ‘povero’ riconvertiti, ma contabilizzati tra i fondi APS del Paese ‘ricco’), risulta alterato, comportando un aumento fittizio dei fondi per la cooperazione con pregiudizio per i destinatari degli aiuti, mentre si produce addirittura una reale diminuzione delle risorse. Secondo l’Associazione, «il 37% dell’APS totale italiano è ‘aiuto gonfiato’, cioè costituito da risorse che non finanziano progetti di cooperazione in senso stretto» e rimangono nel Paese donatore. La lettura dei dati relativi all’intera gestione risente, inoltre, di una scarsa trasparenza, che rende difficile – se non impossibile –  collegare i capitoli di spesa alla destinazione effettiva delle risorse.

Nel nostro esempio – ma non siamo gli unici in Europa – questa oggettiva opacità incide negativamente sul budget della cooperazione. Tuttavia, da un punto di vista non strettamente contabile, se l’accoglienza ai rifugiati è una criticità legata alla posizione geografica dell’Italia, alle sue risposte ‘gestionali’ e al paradosso Dublino/Schengen, la relazione tra cooperazione allo sviluppo e accoglienza può essere stabilita sulla base delle scelte, dei rapporti di forza e del principio di responsabilità politica esistenti tra i singoli Stati e gli impegni politici assunti in sede internazionale.

Ne abbiamo discusso ampiamente con Paolo Sospiro, esperto in relazioni tra migrazioni e sviluppo Docente di Economia dello Sviluppo presso l’Università di Macerata.

Professor Sospiro, nell’inchiesta appena citata (Openpolis – Oxfam) si parla di fondi che non arrivano ai Paesi meno sviluppati, di una  diminuzione effettiva di risorse), di capitoli di spesa che, in realtà, non costituiscono risorse addizionali.

Su questa premessa, come si articola ripartizione italiana dei fondi per la cooperazione e quali sono, a Suo parere, le maggiori criticità del sistema?

Per rispondere, dovrò fare un passo ‘indietro’. L’Unione Europea è il più grande finanziatore dell’aiuto allo sviluppo: questo è un primo punto fermo. Le risorse messe a disposizione da parte dell’UE con EuropeAid e quelle stanziate dai singoli Stati membri, più la cooperazione decentrata – che, nel caso dell’Italia, per una serie di motivi storici, è molto forte –  sono a dir poco consistenti. Altre risorse, poi, sono disposte attraverso gli organismi internazionali: l’UE, gli Stati membri e, per la cooperazione decentrata, le Regioni, partecipano con le proprie risorse ai programmi internazionali delle Nazioni Unite (pensiamo all’Unicef, all’UNDP, ecc.). Credo, quindi, che il problema delle risorse, posto in quei termini, sia un po’ fuorviante. Credo, invece, che il problema vero sia quello della riduzione delle risorse e dell’impegno, per l’Italia, nella cooperazione. È un dato di fatto: negli ultimi 20 anni, con la crisi economica e con governi, diciamo, poco sensibili a questo tema, in realtà le risorse sono diminuite – ferma restando, però, la constatazione che il pacchetto complesso ‘UE/Stato membro/ cooperazione decentrata’, in realtà, è molto più alto che in altre aree del mondo.

Peraltro, più importante è il fatto che l’Italia non abbia una politica estera di cooperazione allo sviluppo e di vicinato e nei confronti dei Paesi in via di sviluppo che sia ben definita. L’ultimo piano di sviluppo apprezzabile è stato presentato dall’Italia durante il primo e il secondo Governo Prodi.

Nel frattempo, però, le problematiche dei PVS non sono più tali, ma sono diventate globali.  L’Italia non ha prodotto una strategia nuova o, comunque, adatta alle nuove problematiche: dal cambiamento climatico alle migrazioni, dalla loro gestione globale alle nuove tecnologie, che comportano soluzioni nuove a problemi in parte vecchi e nuovi. Dirò anche che questa forte integrazione dell’UE dovrebbe comportare una maggiore integrazione delle politiche allo sviluppo e globali da parte dei singoli Stati membri, di concerto con l’UE: in realtà, gran parte degli accordi internazionali non sono negoziati e firmati  dagli Stati membri, ma direttamente dall’Unione… E se non siamo in sintonia con gli accordi che andiamo a stipulare ‘come UE’, tutto evidentemente si complica.

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