martedì, Aprile 20

Gerusalemme nell’occhio del ciclone Coloni ebrei sulla Spianata e temperatura che sale con i palestinesi anche per le notizie che arrivano dal Parlamento

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Gerusalemme palestina

Gerusalemme è sotto tensione. Ormai da giorni, la città è in preda a scontri violenti tra palestinesi e soldati israeliani. Al centro del mirino la Spianata, con le sue moschee, il Dome di Rocher e al-Aqsa, i luoghi più cari al mondo ai musulmani. All’innalzarsi del grido «Allah Akbar» (Allah è il più grande) i manifestani urlano di essere «pronti a battersi e a morire pur di proteggere al-Aqsa», epicentro per eccellenza dell’ondata di scontri devastanti. 

Tutto ha avuto inizio quando i coloni ebrei, sotto la protezione di soldati israeliani, hanno cominciato,  quasi come in un cerimoniale,  a recarsi alla Spianata ogni giorno. Mossa giudicata pericolosa dai palestinesi, e percepita provocatoriamente come il preludio alla presa di potere degli ebrei in quei luoghi. Un obiettivo che i coloni israeliani estremisti e i politici a capo del Governo non fanno più fatica a tacere. La Moschea di al-Aqsa è delicata per i palestinesi a causa del suo status di terzo luogo più sacro dell’Islam dopo Medina e La Mecca. Il sancta sanctorum resta invece per gli ebrei, il Secondo Tempio, distrutto dai romani nell’anno 70, e ricostruito su quello che si credeva  il Tempio di Salomone. Gli estremisti non lasciano dubbio alcuno sul fatto che il giorno della caduta di al-Aqsa  per lasciare spazio al nuovo tempio potrebbe non essere lontano.  Non dimentichiamo neanche che gli scavi portati avanti lungo la Spianata  negli ultimi anni da parte del governo israeliano, vengono visti dai palestinesi come una mossa scaltra che faciliterebbe il cedimento tanto sperato.

Questa situazione, di per sé già molto intricata, si è ulteriormente aggravata di recente a seguito di un’ informazione che toglierebbe ogni dubbio, dando così adito a una sempre più crescente tensione degli animi. Messaoud Ghanayim , deputato arabo alla  Knesset, conferma che è in corso di valutazione al Parlamento isreliano una proposta di legge per la condivisione della moschea di al-Aqsa tra ebrei e musulmani. Tenendo alto l’eguale diritto di culto di ebrei e musulmani, il disegno di legge prevederebbe determinati orari per la pratica dei riti religiosi degli ebrei nella moschea di Gerusalemme. Secondo Ghanayim, sarà vietata qualsiasi forma di proteste e di manifestazioni intorno alla moschea, pena punizioni per eventuali violazioni. 

Per il momento non esiste nessuna conferma, né smentita dell’informazione, ma l’effetto di un’eco così incerto è stato distruttivo, e il polverone continua ad alzarsi sia nella comunità musulmana di Gerusalemme, sia nella cerchia dei territori palestinesi. Se tutto questo trovasse sfogo, l’intera regione esploderebbe e Israele moltiplicherebbe le restrizioni ai riti religiosi  dei musulmani, vietando l’accesso alla moschea ai palestinesi sotto i 50 anni.

Più di tutto, a far pensare è il comportamento politico dell’ estrema destra israeliana, propensa a una nuova spartizione del luogo sacro tra ebrei e musulmani, una mossa che agli occhi del diritto internazionale risulterebbe controcorrente, perchè profanatrice della sovranità palestinese in un luogo profondamente importante per storia e religione. Ma non è una novità. Non dimentichiamo  il massacro avvenuto nel febbraio 1994 all’interno della  moschea di Haram al Ibrahimi (la Tomba dei Patriarchi), per mano amramata di  Baruch Goldstein,  un colone israelo-americano che uccise decine di palestinesi nel pieno dell’ora di preghiera. Anche in quel caso, Israele prese il controllo della moschea, vietando l’accesso al luogo sacro ai palestinesi. E anche in quel caso la moschea fu spartita tra musulmani ed ebrei.

La storia potrebbe ripetersi per al-Aqsa. E non è tutto. Il fatto che gli estremisti possano paradossalmente trovare la strada spianata sostenuti dagli uomini politici e religiosi attualmente potere, fa molto pensare. Non ultima, l’azione di Eli Ben-Dahan, deputato del partito dei nazionalisti religiosi HaBayit HaYehudi e Ministro degli Affari Religiosi  israeliano. Ha reso noto che presenterà un regolamento per legalizzare le preghiere degli ebrei nel presunto Tempio. «Spero che il Primo Ministro e il governo israeliano adottino tali proposte per permettere a tutti gli ebrei di raggiungere il Monte del Tempio e ritrovarsi in preghiera». Dopo mesi di silenzio, sono intervenuti anche i deputati del Likoud, il partito del premier isreliano Netanyahu, che hanno concesso agli ebrei il via libera a recarsi sulla Spianata per pregare, dando così il via a forti rivalità e scontri sempre più ricorrenti.

Secondo i palestinesi, il senso di appartenenza è ora messo in discussione. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas promette provvedimenti legali per impedire «gli attacchi contro al-Aqsa». Abbas lancia un appello a lottare con le unghie e con i denti per  «resistere agli attacchi dell’occupazione contro la moschea». Il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, falco ultra-nazionalista, ha annunciato una «guerra di religione», alla stregua degli scontri islamisti radicali sul fronte siriano e iracheno.

Come leggere tutto questo? Gli scontri israelo-palestinesi hanno continuato all’impazzata per settimane, sia lungo la Spianata, sia nei territori limitrofi come Silwan, uno dei campi di battaglia tra gli scenari più selvaggi, che ospita circa 500 coloni ebrei nelle trincee di più di 45.000 palestinesi. Gli attriti continuano dalla scorsa estate, allungando la lista nera di morti e feriti, oltre che degli arresti.  Quanto sta accadendo è solo un assaggio di quello che potrebbe scatenare una delle più forti guerre di  religione, se solo il disegno di legge guadagnasse carta bianca. Una scintilla del conflitto perennemente accesa, quella che porta con sé il rischio di una nuova  Intifada, la terza nei territori palestinesi e arabi. A far pensare, e a corroborare lo stato di tensione generale, l’attentato di Abderrahmane Shalodi nella città di Gerusalemme, che ha travolto con un’auto alcuni  pedoni a una  fermata del tram. «Solo un incidente» sostengono alcuni, sostenuti da Hamas, l’organizzazione palestinese di cui  l’adolescente sarebbe simpatizzante «e l’operazione di al-Aqsa (Gerusalemme) non è che una risposta lineare ai tentativi degli iraeliani di giudaizzare la Città Santa».

Khalil Al Haya, alto esponente di Hamas, ha dichiarato che «la Moschea di al-Aqsa rappresenta la linea direttrice dello scontro col progetto israeliano», e ha lanciato un appello affinché  «la liberazione di al-Aqsa e della Palestina diventi la nuova linea direttrice per l’unità della nazione». Anche le campane della Jihad islamica risuonano con la stessa intensità. Khaled al-Batch, uno degli attivisti del movimento, ha stimato che «ciò che sta accadendo nella città di al-Quds (Gerusalemme) e alla moschea di al-Aqsa è una vera sfida lanciata alla nazione arabo-islamica». Un appello dissimulato alla sommossa, rivolto al mondo arabo.

Le linee-guida del disegno di legge non sono ancora state dettagliate, ma giungono voci secondo cui la Knesset riprenderà le discussioni a novembre. Tutto questo anima gli animi degli ebrei che rivendicano il loro diritto alla preghiera e alla pratica dei riti talmudici nel luogo sacro ai musulmani. Nulla di nuovo, se si pensa che già a febbraio scorso, la destra israeliana aveva chiaramente espresso simili rivendicazioni al Parlamento.

E infatti, nell’ambito di un acceso dibattito, la destra israeliana ha smesso di lasciar passare l’idea che Israele dovesse guadagnarsi la sovranità sulla città di Gerusalemme, oltre che sulla parte orientale occupata e annessa a quei territori. Lo stato d’Israele vede la Città Santa come capitale unita e indivisibile, ma lo stesso non è per la comunità internazionale, che non riconosce l’annessione dei territori a Est, ormai a maggioranza araba : è qui che i palestinesi vorrebbero insediare la loro capitale. Una prova ulteriore per i palestinesi, questa, che mette a nudo la cupidigia israeliana e la bramosia per il progetto di giudaizzazione della Città Santa, che sembra guadagnare sempre più terreno.  Insomma, un vero e proprio tentativo di cancellare le origini e l’identità del territorio, ma in primis, un tentativo di rinnegare la storia della città palestinese.  

La parola «giudaizzazione» è sempre più viva, e tanti sono gli elementi che ce la raccontano: case ed edifici rasi al suolo, famiglie palestinesi costrette a lasciare il posto ai coloni ebrei, ormai stabiliti nel cuore di quartieri cittadini come Cheikh Jarrah, dove la bandiera israeliana sventola sì alta alle finestre, ma estirpata ai ‘legittimi’ proprietari.

Sulla scia di questo scenario, la fase di colonizzazione continua imperterrita, trascinandosi dietro abitazioni, territori, villaggi e accampamenti di beduini. Secondo alcune organizzazioni pacifiste e umanitarie israeliane, le autorità starebbero finanche pianificando di estendere le aree colonizzate, trasferendo 15.000 beduini palestinesi verso Jerico.  Obiettivo finale: accerchiare Gerusalemme con una presenza massiccia di ebrei, separandola dal resto della Cisgiordania attraverso un cordone di colonie. Questa settimana, la decisione dello Stato d’Israele di accelerare i piani edilizi con la costruzione di oltre 1000 unità abitative a Gerusalemme est ha scatenato non poche urla di protesta dei palestinesi nei territori già occupati, consapevoli che tutto questo precluderebbe ogni possibilità di stabilire quello stato nuovo e vitale da sempre sognato.  

La fervida denuncia arriva da Saeb Erekat, intermediario palestinese  che ha dichiarato che «le autorità palestinesi avevano intenzione di accelerare il passo con il supporto del Consiglio di sicurezza dell’ONU al fine di implementare un progetto risolutivo e imporre un time out all’occupazione israeliana, anche con l’ausilio della  Corte penale internazionale». A detta sua, le decisioni israeliane, sono sinonimo di «crimini di guerra». Tentativi che hanno poca chance di concretizzarsi e che saranno, verosimilmente, presi in esame e presto bloccati dal veto marchiato ‘America’. Nulla di buono a Gerusalemme est. 

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

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