giovedì, Maggio 13

Gerusalemme nel sangue

0

 

gerusalemme2012

 

 

 

 

La scintilla per la Terza Intifada sono i quattro morti e gli otto feriti dell’attentato che si è verificato in una sinagoga del quartiere ortodosso sefardita di Gerusalemme, Har Nof.

Al momento della preghiera del mattino almeno due palestinesi di Gerusalemme est hanno fatto irruzione nel complesso rabbinico, armati di scure, coltelli e un’arma da fuoco. «Attimi di puro terrore», hanno raccontato i testimoni. In diverse stanze del centro, che include una sinagoga e un collegio, i soccorritori hanno trovato numerosi corpi insanguinati. Ogni vittima è morta avvolta nel talled, il manto rituale delle preghiere ebraiche, particolare che ha turbato gli israeliani, e alcuni dei feriti sarebbero in condizioni gravissime.

I due attentatori sarebbero stati colpiti e uccisi dagli agenti israeliani arrivati sul posto richiamati dalle urla. Un terzo, secondo le prime ricostruzioni da confermare, sarebbe invece fuggito. Non è ancora chiaro se l’aggressione sia avvenuta con armi da fuoco o con asce e coltelli: chi era sul posto ha comunque descritto «scene terrificanti».

Hamas si è detta «felice della vendetta eroica e rapida per l’esecuzione di Yusuf al Rumani», l’attentato rivendicato dai marxisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina nel nome dell’autista di autobus palestinese trovato morto a Gerusalemme, per mano di estremisti ebrei. Il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), Abu Mazen, ha invece «condannato l’uccisione dei fedeli ebrei a Gerusalemme e di altri civili, ovunque essi siano».

Israele però ha promesso di «reagire duramente contro dei biechi assassini» e tra loro il premier israeliano Benjamin Netanyahu annovera anche al Fatah di Abu Mazen e il Governo dell’ANP in Cisgiodania. «L’attentato nella sinagoga di Gerusalemme è stato una conseguenza diretta sia di Hamas sia di Abu Mazen», ha attaccato Netanyahu, smentito su quest’ultimo dai servizi segreti interni (Shin Bet).

Si va verso l’escalation. L’esecutivo di unità nazionale tra Hamas e al Fatah è dilaniato dalle lotte intestine, sempre meno credibile nei termini della legittimità internazionale necessaria al riconoscimento dello Stato della Palestina.

Tanto più che delle vittime del brutale attentato, tre avevano la doppia cittadinanza americana, la quarta britannica. Per il Segretario di Stato americano John Kerry, la strage del 18 novembre è un atto che «non ha posto nel comportamento umano». «Non c’è giustificazione per questi attacchi sui civili», ha detto il Presidente degli Usa Barack Obama. E «inorridito», il premier inglese David Cameron si è unito al dolore dei famigliari delle vittime.

Anche dall’Italia è arrivata la «più ferma condanna per l’ignobile attacco armato di gravità inaudita», da parte del neo Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. L’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea (UE) Federica Mogherini ha invitato «tutte le parti a evitare ogni azione che possa peggiorare la situazione tramite l’ istigazione, la provocazione, l’ uso della forza o della rappresaglia».

In Israele si temono rappresaglie da parte di estremisti ebrei. Mentre, a Gaza, Hamas distribuiva dolciumi in segno di festa, come primo atto il Consiglio di sicurezza israeliano ha ordinato la demolizione delle case dei due terroristi, responsabili dell’attacco. Dagli Usa, anche l’FBI ha aperto un’indagine sull’attentato contro cittadini americani.

La crisi di Gerusalemme mette a rischio la firma per l’accordo definitivo sul nucleare con l’Iran. I tempi della deadline del 24 novembre stringono e, per il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, «l’intesa è possibile, a meno che le richieste delle potenze occidentali non siano eccessive». Al fin troppo cauto ottimismo del diplomatico, il braccio destro di Obama, Kerry, ha replicato: «Teheran faccia tutto il possibile per mostrare al mondo che il suo programma nucleare è pacifico».


In Asia,
giornata di sangue anche in Afghanistan, dove un nuovo attentato a Kabul contro una base americana ha fatto due vittime tra gli agenti di sicurezza. In Pakistan, inoltre, due civili, tra cui un bambino, sono rimasti uccisi da una bomba, esplosa al passaggio di uno scuolabus, nel distretto di Kurram, nel nord ovest del Paese.

In Asia fanno infine sempre più notizia le vicissitudini economiche del Giappone: sprofondato in una brutta recessione, il Paese andrà ad elezioni anticipate, per volontà del Premier Shinzo Abe.
Dopo diversi rimpasti, il leader conservatore ha deciso di sciogliere la Camera Bassa e rimettere il suo mandato al «giudizio degli elettori», prima di essere costretto ad alzare l’IVA al 10%. Abe ha proposto il rinvio del balzello fiscale ad aprile 2017, ma per una misura del genere, in Giappone, è necessario un nuovo mandato: «Se la mia coalizione del LDP-New Komeito non sarà in grado di prendere la maggioranza dei seggi, mi dimetterò», ha promesso.

Oltreoceano, gli Stati Uniti sono in allerta per possibili gesti estremistici, in vista della decisione del Gran giurì di Ferguson che a breve dovrebbe decidere se incriminare o meno il poliziotto che il 9 agosto scorso uccise il 18enne nero Michael Brown, scatenando i riots.

Sul fronte del terrorismo internazionale, la Casa Bianca ha ordinato una revisione completa del protocollo dei negoziati per la liberazione degli ostaggi americani in mano a gruppi come l’ISIS, con particolare attenzione sul trattamento dei familiari degli ostaggi. L’Amministrazione americana era stata criticata, anche dai parenti delle vittime, per la scelta di non pagare. Ma le informazioni in possesso del ‘Daily Beast’ non specificano se il cambio di procedure tocchi o meno questo delicatissimo passaggio.

L’allarme terrorismo è massimo e internazionale. Secondo il Global Terrorism Index 2014 dell’Institute for Economics and Peace, nel 2013 ci sono stati 10mila attentati, per un totale di circa 18mila vittime: +61% rispetto al 2012. Epicentro degli attacchi, con oltre 6300 morti, l’Iraq, seguito da Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria. 700 bambini, secondo i dati dell’ONU, sono stati «uccisi o mutilati» in Iraq, nel 2014.

In Africa, anche la Libia vive una recrudescenza jihadista. Gli estremisti islamici avanzano, alleati con le Brigate di Misurata che, presa Tripoli, si apprestano a governare il Paese.
Nella capitale si è
riunito nella prima seduta l’autoproclamato Congresso nazionale libico, dopo l’annullamento da parte della Corte suprema di quello legittimamente eletto, in esilio a Tobruk.

L’Assemblea dei misuratini ha discusso l’apertura di corridoi umanitari per evacuare i feriti e licenziato il rappresentante della Libia alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, troppo vicino al Parlamento di Tobruk.

Nel Sahel, il Burkina Faso festeggia l’insediamento del Presidente ad interim (per un anno) Michel Kafando, 72enne diplomatico ed ex Ambasciatore all’ONU che, dopo la rivoluzione di piazza, ha messo d’accordo militari e società civile.

In Europa, invece, continuano le frizioni tra la NATO e il Cremlino. Citando il boss Al Capone («si ottiene di più se gentile e armati»), il Presidente russo Vladimir Putin giura «che la Russia non si sottometterà agli Usa». Ma l’Alleanza atlantica insiste contro il «grave rafforzamento militare alla frontiera con l’Ucraina».gerusalemme2012

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->