lunedì, Giugno 27

Gerusalemme, il sindaco invita a girare armati Damasco bombarda l'Isis. La Corte dei Conti boccia la Rousseff

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Eppure c’è chi butta benzina sul fuoco. «Girate armati» ha detto il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat rivolgendosi ai cittadini israeliani. In un comunicato ufficiale, il primo cittadino ha incoraggiato chi possiede il porto d’armi a portate con sé la pistola sottolineando che lui stesso darà l’esempio. Lo confermano le immagini girate sui media israeliani nei giorni scorsi, in cui si vede Barkat con in mano un mini fucile d’assalto mentre visita il quartiere di Beit Hanina, a Gerusalemme Est. «Data l’attuale escalation nella situazione della sicurezza, quelli con la licenza per armi da fuoco che sanno cosa fare devono uscire con queste, è imperativo», ha ribadito ai microfoni della radio dell’esercito. Che la situazione stesse per precipitare in Palestina era chiaro ormai da tempo, da quando il premier  israeliano Benjamin Netanyahu aveva ordinato l’inasprimento delle misure contro i palestinesi e l’espropriazione di terreni per costruire nuovi insediamenti di coloni. Le provocazioni, giorno dopo giorno, hanno dato i loro frutti e non ha aiutato la mancanza di un potere politico forte a Ramallah, incapace di unire gli intenti e dare una direzione al popolo palestinese. «Il fatto che ci si accorga che c’è una guerra solamente quando gli ebrei sono assassinati non cancella la realtà che i palestinesi vengono continuamente uccisi» ha scritto la giornalista israeliana Hamira Hass sul quotidiano Haaretz «e che di continuo facciamo qualunque cosa in nostro potere per rendergli la vita insostenibile. La maggior parte del tempo è una guerra unilaterale, condotta da noi, per costringerli a dire sì al padrone». Abu Mazen ha condannato le violenze dei palestinesi, che di certo non aiutano la causa, e ha invitato Israele a riallacciare la cooperazione per il ritorno alla quiete, ma Netanyahu non sembra voler recepire l’invito. Questo pomeriggio Israele ha chiesto anche a Facebook e YouTube di rimuovere i video che incoraggiano le violenze palestinesi, mostrando attacchi passati ed esortando a seguirne l’esempio. Nella lettera a Google sono stati indicati link a due video che l’azienda di Mountain View ha subito rimosso.

La Siria riprende in mano le redini della sua guerra e dopo i raid russi, ha lanciato il suo attacco contro l’Isis. «L’intervento su vasta scala è finalizzato a sradicare i terroristi e liberare le aree e le città che hanno sofferto dei guai e dei crimini commessi dal terrorismo» ha annunciato il capo di Stato maggiore dell’Esercito siriano, generale Ali Abdullah Ayoub. «In seguito ai bombardamenti di Mosca contro lo Stato islamico e le altre organizzazioni terroristiche che hanno ridotto la loro capacità operativa» ha aggiunto il generale, «le forze armate siriane hanno schierato forze dotate di armi ed equipaggiamenti, in particolare il Quarto  Reparto d’Assalto». L’Esercito di Damasco ha, dunque, colpito le postazioni dei jihadisti e intanto, però, anche la Russia ha proseguito la sua operazione lanciando dalla sua base sul mar Caspio missili calibro 26 su undici località. Secondo l’agenzia governativa Sana, gli obiettivi colpiti si trovano nelle province di Raqqa, Aleppo e Idlib ed erano tutti sotto il controllo degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, ma su Putin piovono ancora accuse di colpire l’Esercito siriano libero che si oppone a Bashar al Assad.

A puntare il dito sono gli Stati Uniti, accusati a loro volta sia dalla Russia che dal regime di Assad di non aver ottenuto alcun successo dopo i loro interventi militari. «L’intervento della Russia in Siria dimostra che la politica degli Stati Uniti funziona» ha replicato quest’oggi l’inviato speciale Usa per il Paese mediorientale Michael Ratney. «I russi non avrebbero dovuto aiutare Bashar al Assad se l’America non lo avesse indebolito» ha precisato Ratney «e per questo a suo parere l’intervento di Mosca è un segno del successo della politica di Washington in Siria». Le sue affermazioni hanno scioccato molti dei partecipanti alla riunione, creando non poco imbarazzo alla Casa Bianca. Ma l’inviato speciale è andato oltre, sostenendo anche che gli attacchi aerei di Assad contro i civili sono diventati automaticamente un problema della Russia. «Speriamo che Mosca usi la sua influenza per frenare l’uso da parte di Damasco di barili bomba e altri ordigni chimici» ha concluso Ratney.

Intanto, nonostante gli attacchi su vari fronti, l’Isis prosegue la sua politica del terrore. I terroristi del califfato hanno giustiziato tre cristiani assiri che erano tra i 187 rapiti il 23 febbraio scorso nella provincia di Hassakeh, nella regione di Khabur, nella Siria nordorientale. Lo rivelano due gruppi attivi nell’ambito dei diritti umani. A quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani da Londra, i tre uomini sono stati uccisi alla fine di settembre, ma la loro morte è stata resa nota solo questa settimana con la diffusione di un video sulla loro esecuzione. La Rete assira per i diritti umani ha quindi ricordato che le tre vittime facevano parte dei 187 assiri tenuti in ostaggio dallo Stato Islamico. Entrambe le organizzazioni hanno reso noto che l’uccisione  risale a due settimane fa, in occasione della Festa del sacrificio, o Eid al-Adha, la ricorrenza religiosa più importante per i musulmani.

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