venerdì, Dicembre 3

Gerusalemme, fermato un giovane per il rogo di Douma Siria, catturati almeno cinque membri del gruppo armato dagli Usa

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Potrebbe avere un volto e un nome il responsabile della morte di Ali Dawabsha, il bimbo di 18 mesi, bruciato nella sua casa di Kfar Douma, non lontano da Nablus. Gli uomini dello Shin Bet, i servizi di sicurezza israeliani, hanno fermato Meir Ettinger, l’estremista ultranazionalista ebreo di ventiquattro anni che è noto per i suoi atteggiamenti violenti, già arrestato e incarcerato. Il ragazzo, infatti, è il nipote del rabbino estremista Meir Kahane, fondatore del movimento antiarabo Kach, bandito da Israele anni ’80 e poi sciolto. Proprio per le sue posizioni controverse, Kahane fu espulso dalla Knesset nel 1984 e fu, poi, ucciso a New York nel 1990 da musulmani legati ad Ayman al-Zawahiri e al gruppo protagonista dell’assassinio nel 1981 del presidente egiziano Anwar al-Sadat. Il ventenne ha, dunque, raccolto l’eredità politica del nonno predicando apertamente la cacciata di tutti gli arabi non solo da Israele, ma anche dalla Cisgiordania. È proprio lui il principale indagato per il rogo della casa della famiglia Dawabsha e, anche se per ora non c’è una confessione, le autorità hanno trovato un post pubblicato sul suo blog il giorno prima dell’attentato in cui prendeva di mira lo Shin Bet, respingendo le accuse di essere a capo di un’organizzazione terroristica. Nel commento, Ettinger ha comunque voluto sottolineare la sua politica e ha rivendicato il diritto a disobbedire alle leggi dello stato. Tra queste, anche il divieto di fare ingresso in Cisgiordania. Il giovane dovrà ora rispondere non solo della accuse di omicidio e lesioni gravi, ma anche di tutte le violenze che negli ultimi giorni si sono acuite nei territori del West Banck e a Gerusalemme dove la tensione resta alta.

E il clima è infuocato anche all’interno dell’universo telebano dove la morte del Mullah Omar, questa volta confermata, ha creato un vero e proprio terremoto politico. Dopo il rifiuto della famiglia di giurare fedeltà al successore, il Mullah Mansur, oggi si è dimesso Syed Mohammad Tayyab Agha, il ‘capo negoziatore’ dei talebani. L’uomo dirigeva l’Ufficio Politico del movimento con sede a Doha, una sorta di rappresentanza istituita nel giugno 2013 in Qatar per partecipare ai colloqui di pace iniziati nell’aprile scorso in Afghanistan. A creare la frattura all’interno dell’establishment telebano sembrerebbe proprio la nomina di Mansur, considerato troppo moderato e attaccato anche per aver tenuto nascosta troppo a lungo la scomparsa del predecessore, risalente a quasi due anni e mezzo fa. «Un errore storico» lo ha definito il portavoce appena dimesso Syed Mohammad Tayyab Agha, e non è un caso che si sono registrati già diversi scontri armati tra i seguaci dei mullah Hafizullah e Abdul Samad, rispettivamente appartenenti alla maggioranza pashtun e alla minoranza uzbeka, due comunità da sempre reciprocamente diffidenti anche al di fuori del movimento ultra-islamista. Il bilancio è di nove morti e undici feriti, ma sono giunte notizie anche di un altro conflitto a fuoco nella provincia di Herat, più a ovest, dove due fazioni rivali operanti nel distretto di Shindand, tra i più instabili dell’intero Paese: i morti sarebbero stati almeno otto, compreso uno dei comandanti. «Il fatto che il nuovo capo sia designato al di fuori del Paese e a opera di individui che risiedono all’estero va considerato anch’esso un grande errore storico» ha ribadito Agha ricordando come in passato scelte compiute in maniera analoga, per esempio all’epoca dell’invasione sovietica nel 1979, abbiano sempre sortito ripercussioni molto negative per l’Afghanistan. Il Paese, quindi, sembra aver dimenticato la sua apparente calma degli ultimi mesi e non aiuta nemmeno il misterioso assassinio giovedì scorso in Pakistan del Mullah Akub, figlio di Omar, di cui ha dato notizia l’emittente televisiva afghana ToloNews.

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