giovedì, Maggio 6

Gerusalemme: è nuova intifada? field_506ffbaa4a8d4

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All’indomani dell’attentato nella sinagoga a Gerusalemme, Israele studia la reazione, con il premier Benjamin Netanyahu, che subito dopo l’attacco aveva minacciato di usare il pugno di ferro, che ha nuovamente convocato il gabinetto di sicurezza per discutere della situazione. Il Premier del Paese ebraico ha quindi invitato i leader dei gruppi di opposizione, ad esclusione degli arabi-israeliani, ad unirsi per un governo di unità nazionale. Inoltre, nella notte, è morto in ospedale il poliziotto israeliano rimasto gravemente ferito nell’attentato alla sinagoga di Har Nof. Fatto che porta a sette il bilancio totale delle vittime (tra cui quattro rabbini e i due attentatori palestinesi).

Intanto, il rischio che esploda una terza Intifada si fa sempre più concreto. Ad aggiungersi alla situazione già critica, nella notte le truppe israeliane hanno abbattuto la casa del palestinese Abed al-Rahman al-Shaludi che, il 22 ottobre, ha travolto (uccidendo due persone) un gruppo di persone in attesa alla fermata del tram. Come reazione, qualche ora dopo, un centinaio di ragazzini palestinesi sono scesi nelle strade di Gerusalemme Est, dando fuoco ai pneumatici, bloccando l’ingresso di Shuafat, e lanciando pietre all’indirizzo del checkpoint della Polizia israeliana. Papa Francesco è intervenuto durante la consueta udienza generale a Piazza San Pietro a proposito della strage alla sinagoga parlando di “inaccettabile violenza” chiedendo che si prendano “decisioni coraggiose per la riconciliazione e la pace“. Il Santo Padre ha dichiarato che segue con preoccupazione “l’allarmante aumento della tensione a Gerusalemme e in altre zone della Terra Santa” e “gli episodi di inaccettabile violenza anche nei luoghi di culto”.

Nel frattempo, dopo quelli di Gran Bretagna, Irlanda e Svezia, anche il Parlamento spagnolo ha approvato all’unanimità una risoluzione per il riconoscimento della Palestina come Stato Indipendente. Il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Garcia Margallo, prendendo la parola poco prima della votazione ha espresso la “speranza del governo che lo storico incontro di oggi serva a sbloccare un processo di negoziazione bloccato da molti anni”. Margallo si è inoltre impegnato come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a promuovere “un dialogo per la pace, la sicurezza e lo sviluppo in una regione che ha sofferto per molto tempo”.

Pace, sicurezza e sviluppo che mancano da tanto, troppo tempo in Iraq. Nel Paese dei due Fiumi si continua infatti a combattere, con i jihadisti dello Stato Islamico (Is) che hanno rivendicato l’attentato kamikaze di oggi nel centro di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, costato la vita a due poliziotti e tre civili, oltre l’attentatore. E nonostante gli Stati Uniti rivendichino come nei raid siano state distrutte almeno ventidue raffinerie dello Stato islamico che hanno ridotto la loro capacità produttiva ad 11mila barili di greggio al giorno, il gruppo di Baghdadi continua ad utilizzare gli aeroporti sotto il suo controllo per il trasporto di armi ai militanti in Iraq ed in Siria. A riferirlo è Hakim al-Zamili, capo della Commissione Difesa del Parlamento iracheno, che denuncia anche come gli introiti provenienti dalla vendita del greggio vadano a rimpinguare le casse dei contrabbandieri di armi. La guerra contro lo Stato islamico in Iraq e Siria ha provocato il fiorire di un mercato nero nel contrabbando delle armi. Un affare così redditizio e diffuso che ormai interi cargo vengono impiegati per il trasporto di armi: gli aerei che atterrano negli aeroporti controllati dallo Stato islamico non hanno infatti bisogno di documenti o autorizzazione, ed è particolarmente semplice per le grandi organizzazioni criminali riuscire a portare il carico a destinazione.

Tutto questo mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rinfacciato agli Stati Uniti di non aver accettato le condizioni poste da Ankara per partecipare alla coalizione internazionale contro l’Is. La comunità internazionale «non ha ancora compiuto i passi che abbiamo raccomandato» ha detto Erdogan riferendosi implicitamente alla richiesta turca di attaccare anche il regime di Bashar al-Assad e di creare zone di sicurezza e di interdizione al volo (no-fly) in territorio siriano. «Ci sono solo alcuni segnali e possibilità. La posizione della Turchia rimarrà tale a meno che non verranno attuate le proprie richieste», ha aggiunto il presidente. A riferirlo il sito del quotidiano turco Hurriyet, che ricorda come Washington chieda alla Turchia di mettere a disposizione alcune basi militari per appoggiare i raid aerei della coalizione. Finora l’unica collaborazione turco-americana riguarda l’addestramento e l’equipaggiamento di gruppi di opposizione siriani moderati, ma Erdogan ha detto che neanche in questo campo è stato compiuto alcun passo definitivo.

Particolarmente spinosa per Obama anche la questione del Datagate, con il Senato statunitense che blocca la riforma della NSA. La misura, chiamata U.S.A. Freedom Act, dovrebbe prevedere la fine della raccolta automatica di dati dalle chiamate telefoniche degli americani, ma non ha superato il voto procedurale del Senato per l’avvio della discussione. A votare contro quasi tutti i repubblicani, contrari a rivedere in modo radicale i poteri dell’Agenzia, e che rinviano al prossimo anno il dibattito sulla riforma. Il Patriot Act è la controversa legge anti-terrorismo approvata d’urgenza dopo l’11 settembre che estende di fatto i poteri d’intervento dell’intelligence e dell’autorità giudiziaria nella vita privata dei cittadini, autorizzando controlli estesi a tutti i livelli.

Segnali contrastanti invece dall’Ucraina: da una parte il Presidente Vladimir Putin, che si detto disponibile a una cooperazione con gli Usa basata sul reciproco rispetto degli interessi di ognuno e libera da interferenze negli affari interni. Dall’altra, il Ministro degli Esteri Russo Sergei Lavrov che denuncia come l’Ucraina stia «preparando un’altra invasione militare» nelle regioni dell’Est. Curiosa la recente proposta di risoluzione delle controversie avanzata da Igor Plotnitski, capo dell’autoproclamata repubblica di Lugansk, nell’est ucraino, che ha sfidato il presidente del Paese Petro Poroshenko, in un duello armato, che a suo avviso dovrebbe consentire al vincitore di dettare le condizioni alla parte avversa nel braccio di ferro tra Kiev e i ribelli. «Seguiamo l’esempio degli antichi capi slavi e dei gloriosi capi cosacchi», ha scritto Plotninski in una lettera aperta al capo dello Stato ucraino, lasciandogli la possibilità di scegliere luogo e arma del duello.

Intanto nuovi scontri a Hong Kong, dove all’alba ci sono stati tafferugli tra la polizia e i manifestanti che cercavano di fare irruzione nel Consiglio legislativo della ex-colonia britannica, ora sotto il controllo di Pechino. Un centinaio di poliziotti hanno utilizzato i manganelli, fumogeni e gas urticanti contro i manifestanti, dopo che i dissidenti avevano reagito allo smantellamento delle barricate ordinato dalle autorità. Una seduta parlamentare prevista per oggi è stata annullata, come pure le visite del pubblico all’edifico. I leader degli studenti hanno però fatto appello alla non violenza. «Non ci piace questo tipo di cose» ha affermato Lester Shum, della Federazione degli studenti di Hong Kong.

In India è terminato l’assedio della Polizia all’Ashram di Baba Rampal, un guru indiano implicato in un caso di omicidio risalente al 2006. Fino ad ora, sono stati trovati dalla polizia i corpi senza vita di quattro donne lasciati fuori dal cancello della scuola religiosa nel nord dell’India. Negli ultimi due giorni oltre 10mila poliziotti hanno assediato la scuola religiosa che si trova 170 chilometri a nordest di New Delhi. Ieri i violenti scontri, con oltre 200 feriti, tra devoti del guru e forze dell’ordine che volevano entrare per arrestarlo. «Più di 10mila seguaci hanno lasciato il complesso da martedì ma temiamo che altri 2mila siano ancora dentro» hanno detto le autorità. «La polizia – hanno aggiunto – non ha sparato un solo proiettile perché si è voluto evitare che persone innocenti rimanessero ferite». Il controverso leader religioso, che era in libertà su cauzione, è stato infine trovato in un bunker all’interno del suo Ashram ed arrestato.

 

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