giovedì, Aprile 15

Germania debole con una Turchia indecente Per contrastare la crescente xenofobia la Merkel deve frenare gli ingressi di migranti dalla rotta balcanica

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Da un lato c’è la Turchia del presidente Recep Tayyp Erdogan, un Paese le cui fondamenta laiche e filo-occidentali imposte da Ataturk a inizio XX secolo sono state profondamente scosse negli ultimi quindici anni di governo islamista del Akp (il partito Libertà e Giustizia fondato da Erdogan stesso). Un Paese che negli ultimi tre anni ha visto degli arretramenti significativi circa la libertà di espressione e di stampa, con intellettuali, giornalisti e cittadini comuni incarcerati e censurati su pressione del governo. Un Paese dove la divisione dei poteri è sempre meno netta e che sembra scivolare sempre più verso l’autocrazia. Un Paese, poi, che ha a lungo avuto un atteggiamento ambiguo verso lo Stato Islamico e che contro la minoranza curda ha scatenato nell’ultimo anno – non senza che il governo avesse anche ragioni di carattere elettorale – una sanguinosa repressione militare.

Dall’altro lato c’è la Germania di Angela Merkel, locomotiva economica dell’Unione europea e peso massimo della politica comunitaria. Un Paese che, a fronte della crisi dei migranti, si è distinto inizialmente per la sua apertura verso i profughi siriani. Un Paese che però da quella stessa apertura è stato scosso, con casi di cronaca (come le “molestie sessuali di massa” di Colonia a capodanno) che hanno sconvolto l’opinione pubblica, ed elezioni – le ultime di marzo 2016 in tre importanti Lander – che hanno segnato una consistente avanzata del partito xenofobo e anti-europeista Alternativa per la Germania (AfD) e fatto tremare alle fondamenta i partiti tradizionali (socialisti e conservatori) che sostengono il governo di Grande Coalizione. In questo contesto nascono le domande, e si intuiscono le risposte, circa i motivi per cui la Germania sta mantenendo una linea “cedevole” nei confronti delle richieste della Turchia.

Berlino (alla testa di diversi Stati dell’Europa centrale) ha infatti indirizzato la politica dell’Unione europea affinché andasse in porto l’accordo con Ankara per restringere il flusso di profughi che dal Medio Oriente (e non solo) si riversavano in Europa attraverso la rotta balcanica, facendo sì che fossero accettate non solo le richieste economiche di Erdogan – tre miliardi per la gestione dei migranti, che potranno salire fino a sei – ma anche quelle politiche, che impegnano la Ue a trattare sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e sul negoziato per l’adesione della Turchia all’Unione europea. Altri casi di cronaca hanno poi evidenziato ulteriormente questa disposizione ad assecondare Erdogan della Germania, in particolare quello del comico Jan Boehmermann: dopo aver declamato nel suo programma una poesia satirica, offensiva nei confronti del presidente turco, è stato denunciato da quest’ultimo e il governo tedesco ha dato (requisito necessario per legge) l’autorizzazione a procedere. Per alcuni è stata una decisione giusta, che lascia alla magistratura il compito di stroncare eventualmente le pressioni liberticide di Erdogan, ma altri ci vedono una resa alla realpolitik che impone di non irritare il presidente turco. Una realpolitik diffusa in Europa, che spesso costringe le istituzioni nazionali e comunitarie all’immobilismo anche a proposito dell’atteggiamento della Turchia in Siria e nella guerra al Pkk curdo.

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