domenica, Settembre 19

Germania – Cina: le imprese tedesche minacciano di lasciare la Repubblica Popolare Al centro dei contrasti, l' eccessiva interferenza del Partito Centrale

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Lo scorso 24 novembre, le “Delegazioni dell’industria e del commercio tedesco in Cina” (AHK China) – che rappresentano l’ Associazione delle Camere di commercio e dell’industria tedesche in Cina – hanno emesso una dichiarazione forte che minacciava di ritirarsi dal mercato cinese qualora il Partito comunista cinese (PCC) perpetuasse il suo tentativo di interferire con le attività interne delle compagnie straniere. Le Delegazioni avrebbero «ricevuto rapporti sui tentativi del Partito comunista cinese di rafforzare la loro influenza in aziende tedesche di proprietà straniera in Cina».

Stando a quanto si legge nella nota, «tuttavia, le attuali pratiche giuridiche e commerciali non creano né un obbligo né una base giuridica per le aziende per promuovere proattivamente lo sviluppo del partito all’interno delle rispettive società. Ai sensi dell’articolo 19 del diritto societario della Repubblica popolare cinese, l’istituzione di cellule di partito del Partito comunista cinese in una società è consentita a condizione che almeno tre membri del partito decidano di formare una cellula di partito.  Questa legge si applica alle imprese statali cinesi e alle Joint Ventures cinesi ed estere, nonché alle imprese straniere interamente di proprietà».

Questa legge, secondo le Delegazioni,  avrebbe «spinto le aziende a offrire strutture per le riunioni per svolgere attività di partito al di fuori dell’orario di lavoro o per autorizzare congedi straordinari per i dipendenti a partecipare alle attività di partito».

Ma la convinzione delle Delegazioni  è quella per cui «non crediamo che le società di investimento straniere debbano in genere essere obbligate a promuovere lo sviluppo di qualsiasi partito politico all’interno delle strutture aziendali. Questa è una decisione individuale da parte della direzione aziendale e non dovrebbe essere guidata per volere di terzi. Abbiamo osservato che le decisioni aziendali senza interferenze esterne sono una solida base per l’innovazione e la crescita». Le pressioni del Partito Centrale influenzerebbero, dunque, in negativo sulle prestazioni delle aziende, divenendo un peso ed impedendo la crescita.

Quindi l’ aut – aut: «Se questi tentativi di influenzare le società estere investite continuano, non si può escludere che le società tedesche possano ritirarsi dal mercato cinese o riconsiderare le strategie di investimento».

 «Per molti decenni» – continua la dichiarazione – «oltre 5000 aziende tedesche in Cina sono state attive come “cittadini-aziende” e hanno contribuito direttamente alla crescita dell’economia cinese creando oltre 1,1 milioni di posti di lavoro».  Quel che colpisce è l’ uso della perifrasi ‘cittadino-azienda’ per porre in risalto la condizione di forte dipendenza dalle decisioni centrali. Ciononostante, nel febbraio scorso, l’ Istituto di Statistica federale tedesco aveva reso noto che nell’anno 2016, la Cina aveva preso il posto degli Stati Uniti, divenendo il primo partner commerciale della Germania.

Lo scambio delle merci fra Cina e Germania avrebbe raggiunto  il valore di 170 miliardi di euro. Al secondo posto figurerebbe la Francia, con 167 miliardi; al terzo posto gli Stati Uniti, con 165 miliardi. Questi ultimi, però, restano il mercato maggiore per i prodotti made in Germany: ben 107 miliardi di euro di merci sono giunti negli States.

Lothar Herrmann, Presidente e CEO di Siemens Ltd. Cina, e Presidente di AHK nel nord della Cina, ha affermato che «mentre era accettabile istituire cellule di partito in aziende straniere, non dovrebbero essere richieste per includere membri del partito in esecutivo ruolo».

Ma fino al 2016, le organizzazioni di partito erano state fondate nel 70% delle 106.000 imprese a investimento straniero in tutto il paese.Un rapporto esclusivo di Reuters ha reso noto, inoltre, che diverse società europee hanno rivelato che i loro partner di joint venture «spingono a modificare il loro accordo per includere il personale del partito incaricato della gestione della lingua usata nell’organizzazione di gestione aziendale», tentando di imporre, per giunta, «che le spese generali dell’organizzazione del partito devono essere incluse nel il bilancio della società» e che «i posti di presidente del consiglio di amministrazione e segretario di partito siano detenuti dalla stessa persona».

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