giovedì, Dicembre 2

Germania: bacio mortale al carbone Nel Consiglio Europeo di marzo, Germania e Polonia si oppongono ad una più severa politica ambientale, ne parliamo con Jurica Brajkovic e Margherita Bianchi

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«Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale», così si legge sul poco che rimane del muro di Berlino. Leonid Brezhnev bacia Erich Honecker, nel 1979. Nel 2019, la Germania bacia il carbone, fonte primaria per il suo settore energetico. A farle compagnia, la Polonia. A farle opposizione molti leaders dell’UE presenti al Consiglio Europeo. Un bacio accorato, un bacio alla tedesca con un fascino sovranista, tipico dei Paesi Visegrad. Un bacio mortale non solo per chi bacia, ma anche per i Paesi che stanno intorno, per le persone che abitano il mondo.

La Germania dipende molto dal carbone. I suoi forti investimenti in energie rinnovabili e i suoi programmi governativi per abbandonare il carbone prima del 2038 possono poco di fronte quanto successo all’ultimo Consiglio Europeo. Germania e Polonia sono responsabili della metà delle emissioni di anidride carbonica (CO2) in Unione Europea.

Il phase-out del carbone ha anche risvolti economici e sociali, ragiona Margherita Bianchi, ricercatrice all’Istituto di Affari Internazionali (IAI) per Ambiente, Energia, Politica ed Integrazione dell’Unione Europea. “Ed è per questo che alcune regioni tedesche stanno chiedendo più aiuti di quelli previsti dal Governo per appoggiare il processo di transizione. Solo dalla miniera di Hambach arriva elettricità a 8 milioni di case. 20000 lavoratori in Germania sono direttamente legati al carbone. Questo discorso è valido anche per Paesi come la Polonia, e le istanze di Paesi con questi problemi si fanno sentire anche a livello internazionale.

Dopo il distratto nucleare di Fukushima del 2011, la Germania ha annullato il suo ricorso al nucleare per la creazione di energia. Il suo ricorso al carbone è dovuto “alla presenza di riserve massicce di carbone, come in Polonia. Essendo abbondante, oltre che presente in un Paese stabile politicamente ed avviato economicamente, il ricorso al carbone (in alternativa al nucleare) è il più ovvio. Anche se la costruzione di nuovi impianti di estrazione è scoraggiata dalla politica ambientale europea. Anche se il consumo di carbone per produrre energia è poco efficiente e rende poco profitto, rispetto alla sua vendita”, ragiona Jurica Brajkovic, professoressa di Economia dell’Ambiente e Sostenibilità all’Università di Torino.

Non dimentichiamo, però, che la Germania produce energia elettrica da fonti rinnovabili per il 40% del totale. Ma sottolineiamo un preoccupante 39% di energia proveniente dal carbone. Il settore manifatturiero tedesco bacia il carbone, intanto pannelli solari e pale eoliche sono un po’ il terzo incomodo. Ci sono, sono presenti, ma stanno da parte. Guardano le grosse industrie intente nel loro amore mortale con il carbone. Sicuramente, entro il 2038, sarà molto complicato migliorare questa situazione. Magari, festeggeremo le nozze d’argento tra industria tedesca e carbone. Speriamo, invece, che gli ‘amanti’ rinnovabili facciano il loro ricorso e spingano per un divorzio anticipato.

A sostegno di questo ‘divorzio’ si è mobilitata pure la legislazione tedesca con il Climate Action Law. Una legge sul clima che si prefigge di arrivare alla neutralità carbonica nel 2050, investendo in grande misura nelle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica. Ma al Consiglio Europeo l’atteggiamento è diverso, meno propositivo, ancora invaghito di quel bacio mortale.

Secondo Bianchi: “Per quanto riguarda la Germania molto è cambiato dall’ambizioso piano di ‘Energiewende’. La decarbonizzazione procede a rilento. Nel gennaio 2019 è arrivato il tanto atteso piano tedesco per l’abbandono del carbone, purtroppo previsto solo al 2038, ma, nel frattempo, si calcola che il Paese importerà ancora 45 milioni di tonnellate di carbone quest’anno (+1,4% rispetto al 2018). La causa ecologista è molto sentita nel Paese e forse anche nel tentativo di riprendersi una fetta degli elettori passati ai verdi (crescenti in Germania) è stato proposto dal Ministro per l’ambiente tedesco (SPD) un target di riduzioni delle emissioni del 95% al 2050”.

La Polonia è l’altra Nazione con le labbre incollate al carbone. Insieme a lei anche Ungheria e Repubblica Ceca, tre dei quattro Paesi del Gruppo Visegrad (manca all’appello la Slovacchia). In Polonia, il carbone rappresenta la maggiore fonte per la produzione di energia elettrica. Una percentuale spaventosa: l’80%. “Ritengo inaccettabile che la Germania voglia continuare ad utilizzare i suoi impianti di carbone”, afferma Brajkovic. “Capisco perché i Paesi di Visegrad si ostinano a difendere il carbone come fonte di energia elettrica. Dopo tutto, il loro standard di vita è ben al di sotto degli Stati membri occidentali, come la Germania. Una restrizione eccessiva da parte dell’UE potrebbe significare una loro grave caduta socio-economica.

Aggiunge Bianchi: Un ruolo altrettanto rilevante sul carbone è giocato in particolare nella Repubblica Ceca e in Polonia, senza miglioramenti attesi a breve termine. Questo è un mix di generazione che, in assenza di risorse interne, aumenta la dipendenza dalla Russia. In Polonia, ad esempio, il carbone è considerato come alternativa patriottica al gas russo. Ma quello polacco si sta esaurendo e costa di più, quindi Varsavia ne importa, paradossalmente, proprio dalla Russia”.

Infatti, al Consiglio Europeo del 21-22 marzo, Berlino si è schierata con Varsavia, Budapest e Praga, come riferisce Euractiv. Un’alleanza di innamorati del carbone, ma che iniziano a sentire la puzza della biancheria e dei piatti sporchi che ha lasciato la sera prima. Logicamente, ci si riferisce all’inquinamento atmosferico. La trasformazione economico-industriale si annuncia molto complessa in Germania. Magari, è questo il motivo dell’opposizione tedesca ad una scadenza temporale definita per gli obiettivi ambientali europei. Per questo, magari, i tedeschi si sono opposti ad un inasprimento della politica ambientale contro il ricorso di carbone. Qualcosa di dovuto, ma non sembrerebbe essere nei piani della Cancelliera, Angela Merkel.

Il clima è tema divisivo in Europa, nonostante ci venga spesso riconosciuta la leadership globale sul tema”, afferma Bianchi. È innegabile che alcuni Stati membri si adoperano per una chiara direzione verso un’economia europea a emissioni zero, coerentemente con gli evidenti benefici in termini di importazioni e riduzione di inquinamento. Altri invece si aggrappano ancora al carbone, nonostante non abbia più redditività economica a lungo termine. In ogni caso, Francia, Spagna, Portogallo, Danimarca e Svezia trainano nelle politiche ambientali. Dall’altro lato, molti Stati membri dell’Europa orientale e la più forte economia del continente, la Germania.

La Commissione Europea ha proposto di azzerare le emissioni di anidride carbonica entro il 2050, in linea con quanto pattuito, nel 2015, nell’Accordo sul Clima di Parigi. Tutto questo per evitare che la temperatura terrestre aumenti sopra il grado e mezzo (1,5C°). Oltrepassare quella soglia significa comportare danni irreversibili alla Terra, ai suoi ecosistemi e alla persone che la abitano. Quindi se il carbone è il figlio della Terra: mai mettersi contro la suocera!

La posizione tedesca è opposta a quella francese, spagnola e olandese, che hanno trainato durante i lavori del Consiglio gli Stati più propositivi sulla questione climatica. Insieme a loro, anche, i Paesi scandinavi, Belgio e Lussemburgo, Portogallo. Stati che speravano di mettere nero su bianco il 2050 come data ultima per il raggiungimento dell’azzeramento di emissione di anidride carbonica. Berlino, Varsavia, Budapest e Praga si sono rifiutati di firmare un progetto con una data definita e vincolante. La loro mano si è rifiutata di impugnare quella penna in quel momento, ha preferito tenere stretta quella del carbone, tanto amato e tanto discusso.

Ad esempio, la Francia è virtuosa in questo grande gioco europeo sul clima. Un’economia che punta maggiormente sul terziario. Ma, soprattutto, un settore energetico che si affida al 74% al nucleare per produrre energia elettrica. Certo, le scorie radioattive sono e continueranno ad essere un problema per secoli, ma facciamo un passo alla volta. Il Presidente francese, Emmanuel Macron ha come obiettivo portare l’attuale 15% di energia prodotta da fonti rinnovabili al 40%, entro il 2030. Le fonti fossili rappresentano il restante 11% della produzione di energia.

E proprio in merito della contrapposizione tra Germania e Francia, Bianchi dichiara: Ad Aquisgrana, lo scorso gennaio, Francia e Germania hanno dichiarato che la cooperazione in materia di politica climatica sarà fondamentale nel partenariato franco-tedesco, anche se i due Paesi chiaramente si trovano su posizioni diverse non solo sul carbone, ma anche su energia nucleare e rinnovabili. Il rischio è, casomai, che la Germania perda completamente la sua credibilità come leader nella politica climatica se continua a schierarsi con i frenatori dell’Europa orientale e non dalla parte della Francia e degli altri Stati progressisti”.

Un dubbio, però, rimane: gioire per una bassa percentuale di energia prodotta da fonti fossili o preoccuparsi per un’alta percentuale di energia prodotta dal nucleare? Cosa si preferisce, emissioni subito o scorie radioattive nascoste ed in stock fino alla fine dei nostri giorni?

«Il Consiglio europeo ribadisce il proprio impegno a favore dell’accordo di Parigi e riconosce la necessità di intensificare gli sforzi globali tesi a far fronte ai cambiamenti climatici alla luce dei dati scientifici più recenti». L’ultima seduta di marzo ha concluso che, entro il 2020, sarà importante presentare «una strategia climatica ambiziosa a lungo termine. L’obiettivo è puntare alla neutralità climatica, preservando nel contempo le specificità dei Paesi dell’UE e la competitività dell’industria europea», si legge nel resoconto ufficiale.

Storicamente, l’Unione Europea si è impegnata per l’elaborazione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e del Protocollo di Kyoto. Nel 2015, l’Unione Europea ha rinnovato il suo impegno ambientale, svolgendo un ruolo da protagonista nell’elaborazione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Il primo pacchetto di misure per il clima e l’energia, fissa tre obiettivi per il 2020: ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, aumentare del 20% la quota di energie rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica del 20%. Questi ‘obiettivi 20-20-20’ sono la risposta concreta dell’UE.

«I leader dell’UE si sono impegnati a trasformare l’Europa in un’economia con un’efficienza energetica elevata e a basse emissioni di carbonio. L’Unione si è inoltre posta l’obiettivo di ridurre entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990». L’annullamento delle emissioni di anidride carbonica sono ben lontane. Brajkovic porta dei dati: “L’obiettivo di riduzione dell’80% di emissioni di gas a effetto serra sarebbe possibile con l’innovazione tecnologica, l’uso dei prezzi per indurre comportamenti eco-sostenibili dei consumatori e una ‘decrescita felice’ del settore economico. Con la corrente politica ambientale sarebbe possibile raggiungere una misera diminuzione del 20% nel 2050.

La Commissione Europea, da parte sua, “nel novembre 2018 ha messo nero su bianco i benefici della neutralità climatica, ragiona Bianchi.Ci sono vantaggi significativi sulla competitività industriale e l’innovazione tecnologica, una potente narrativa sulla modernizzazione dell’economia, risparmi dell’ordine di due o tre trilioni sulle importazioni di combustibili fossili, riduzione delle morti per inquinamento (40%) e della relativa spesa sanitaria (200 miliardi all’anno). Ha mostrato perciò che non solo la transizione energetica in europa è via obbligatoria, ma è molto conveniente.

Intanto, gli studenti hanno manifestato il 15 marzo in centinaia di piazze di tutto il mondo. Un segnale ‘dal basso’ c’è stato, forte e spontaneo. Un messaggio recepito da molti e che ha visto l’appoggio di molte persone famose ed eminenti in campo politico. Un messaggio che speriamo venga recepito in pieno da tutti gli Stati del mondo, oltre che da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

Il 2019 non è un anno semplice, con questioni sul tavolo che monopolizzano il dibattito: dal quadro finanziario pluriennale 2021-2027 alla Brexit”, analizza Bianchi. “La leadership climatica purtroppo ne ha risentito, anche in questo recente consiglio di marzo. Le elezioni europee di maggio potrebbero poi mescolare ancora le carte in tavola, ma certamente ci faranno capire da quale parte penderà l’ago della bilancia europea sul clima. Di positivo c’è almeno che i leaders europei continueranno il dibattito a Sibiu in maggio e al Consiglio di giugno. E nel frattempo, la discussione andrà avanti a livello ministeriale.

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