martedì, Maggio 11

Germania: Armin Laschet, la scommessa dell’Unione In vista delle elezioni federali, CDU/CSU scelgono il loro candidato Cancelliere, ‘sicuro’ per la continuità con l’era Merkel, ma ‘debole’ in termini di consensi e di comunicazione. Il basso profilo, però, potrebbe essere sottovalutato, come già accaduto in passato

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Due giorni fa, in Germania, l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito ora alla guida del governo con Angela Merkel, e la sua costola bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), hanno scelto Armin Laschet, il nuovo leader della CDU, (scelto al Congresso di gennaio) quale candidato cancelliere alle prossime elezioni, previste per il 26 settembre. Composto da 46 membri, il comitato esecutivo, riunito in videoconferenza, a scrutinio segreto, avrebbe votato, con soli 4 astenuti, Laschet con una maggioranza del 77,5 per cento (31 voti), contro il 22,5 per cento (9 voti) dell’altro candidato Markus Söder, attuale primo ministro della Baviera e leader dell’Unione Cristiano-Sociale (CSU), il partito ‘fratello’ della CDU presente solo in Baviera. 

Non è affatto scontato per un bavarese diventare cancelliere: da tradizione, il candidato della coalizione è scelto dalla CDU, che è più grande e rappresenta tutta la nazione e, per questo, non è portata a fare volentieri un passo indietro a favore della CSU nella scelta del candidato. Ciò è avvenuto soltanto in due casi, in cui, però, la superbia ha giocato brutti scherzi: con Josef Strauss nel 1980 e con Edmund Stoiber nel 2002. Il primo era talmente sicuro di poter battere l’allora Presidente della CDU, Helmut Kohl, da assicurare che “Kohl non diventerà mai cancelliere”. Purtroppo per lui, alle elezioni del 1980, Strauss venne sconfitto da Helmut Schmidt (SPD). Nel 2002, invece, Edmund Stoiber riuscì ad aggiudicarsi la candidatura strappandola ad Angela Merkel. Era così convinto di vincere la competizione che si proclamò vincitore ad urne appena chiuse, ma fu l’allora leader dei socialdemocratici, Gerhard Schröder, a divenire Cancelliere. Tradotto: il successo in Baviera non preconizza un successo a livello federale. 

Quest’anno, poi, era ancora più difficile che la CDU potesse rinunciare ad indicare il candidato cancelliere: avendo eletto il nuovo Presidente del partito eletto appena quattro mesi fa, non far ricadere sullo stesso la candidatura avrebbe messo in discussione la nuova leadership e, molto probabilmente, la campagna elettorale che è ormai già partita.

Fino all’ultimo, le tensioni non erano mancate tra i due candidati, nessuno dei quali deciso a mollare la presa. Dopo un bilaterale tra i due candidati nel fine settimana, Laschet aveva invitato Soeder ad una videoconferenza con la segreteria del partito, ma il Presidente della CSU aveva declinato. Allo stesso tempo, il Primo Ministro della Baviera aveva affermato che la campagna elettorale sarà “tesa e difficile”, con conservatori e Verdi in competizione “per il primo posto” e aveva ribadito che sarebbe “molto lieto di guidare questa campagna elettorale” e di essere “pronto ad assumere la responsabilità”.

“Se Soeder vuole forzare la candidatura a cancelliere, se vuole distruggere la CDU, allora l’istituzione della CDU in Baviera non deve più essere un tabù”, aveva sostenuto, di tutta risposta, alle telecamere dell’emittente televisiva “Zdf” l’europarlamentare Cristiano-democratico, Daniel Radtke, uomo molto vicino al Presidente del partito, Armin Laschet, paragonando il leader della CSU al cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, quando “rifondò” il Partito popolare austriaco (Ovp) quando era in difficoltà nel 2017, cambiandogli colore da nero a turchese. “Chiunque stia giocando con il modello turchese di Sebastian Kurz sta mettendo in pericolo ciò che ci ha resi forti per oltre 70 anni”, ha detto il parlamentare europeo. Radtke aveva tenuto a precisare che la sua richiesta di fondare un’associazione regionale della CDU bavarese non è stata discussa con Laschet, ma non è la prima volta che si paventa quest’ipotesi e ciò coincide sempre con dei dissidi interni fra i conservatori tedeschi. Nel 2018 a minacciare uno scenario simile fu lo stesso Laschet.

Laschet – “molto contento” per il “forte sostegno” espresso dalla dirigenza della CDU alla sua candidatura a cancelliere – nei giorni precedenti aveva attaccato il contendente Soeder. “Non è sempre popolare mantenere la propria posizione invece di seguire l’opinione generale”, aveva dichiarato Laschet che aveva poi richiamato all’unità dei conservatori, perché “non abbiamo bisogno di un one-man show”. Laschet ha quindi aggiunto che CDU e CSU rimonteranno nei sondaggi soltanto se riusciranno a migliorare la risposta alla crisi del coronavirus. Il presidente dei cristiano-democratici ha poi attaccato Soeder per la sua proposta di un’alleanza per il clima con il primo ministro del Baden-Wuerttemberg, il verde Winfried Kretschmann. Secondo Laschet, una simile intesa può essere conclusa tra Laender, ma anche in questo caso è “pericolosa” perché, “alla fine, la gente vota per i Verdi”. Cdu e Csu devono, invece, “impostare i propri temi”, ha infine dichiarato il primo ministro del Nordreno-Vestfalia. In questa partita, al momento, non intende entrare la cancelliera tedesca Angela Merkel che, nei giorni scorsi, ha ribadito la propria estraneità alla competizione in corso nei conservatori per la nomina del candidato a cancelliere, in vista delle elezioni del Bundestag del 26 settembre. “Volevo e voglio restarne fuori, e sarà così”, aveva dichiarato Merkel.

La confusione del dibattito interno tra Laschet e Söder non è stato di sicuro un momento edificante soprattutto agli occhi di coloro che pretendevano una presa di coscienza della realtà  e delle priorità. Anche la fumosità procedurale della nomina non ha aiutato: Laschet voleva ricorrere all’ufficio di presidenza del partito maggiore, Söder puntava i piedi per una pronuncia dell’intero gruppo parlamentare. 

La resistenza di Söder, tuttavia, affondava le sue radici anche nei numeri a disposizione, come quelli da un sondaggio effettuato dall’istituto demoscopico tedesco Infratest dimap per l’emittente radiotelevisiva “Ard”. Se i tedeschi potessero eleggere direttamente il cancelliere, il presidente dell’Unione cristiano-sociale (Csu) e primo ministro della Baviera, Markus Soeder, otterrebbe il 44 per cento dei voti. Tra gli elettori conservatori, il risultato balza al 72 per cento. Nella corsa alla Cancelleria federale, in vista delle elezioni del Bundestag del 26 settembre prossimo, Soeder stacca nettamente il presidente dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) e primo ministro del Nordreno-Vestfalia, Armin Laschet. Tra tutti gli aventi diritto al voto, Laschet ottiene infatti il 15 per cento, tra gli elettori di Cdu e Csu il 17 per cento.

Il sondaggio di Infratest dimap di ‘ARD’, peraltro, era quello più ‘severo’ con Soeder: secondo l’indagine di Forsa del gruppo editoriale “Rnd”, Soeder è un “leader forte” per il 57 per cento dei tedeschi; mentre il 36 per cento lo ritiene un politico “dinamico”; e per il 27 per cento è “degno di fiducia”. Secondo il 34 per cento del campione, Soeder, che è anche primo ministro della Baviera, è “in grado di riconoscere correttamente i problemi”, mentre per il 30 per cento è “capace di risolverli”.

Seguendo le rilevazioni del sondaggio di Civey pubblicate dal quotidiano ‘Augsburger Allgemeine’, il 58 per cento dei tedeschi giudica positivamente l’intenzione del presidente dell’Unione cristiano-sociale (Csu) di candidarsi a cancelliere per i conservatori. Il 30 per cento del campione giudica, invece, le ambizioni di governo espresse da Soeder in maniera negativa. Il 12 per cento dichiara, infine, di non avere alcuna opinione in merito. Tra gli elettori conservatori, è l’86 per cento ad avere un’opinione positiva della candidatura di Soeder a cancelliere. Tra chi vota per i Verdi e per il Partito socialdemocratico tedesco (SpD), il dato è rispettivamente del 50 e del 47 per cento. È, infine, il 45 per cento degli elettori del Partito liberaldemocratico (Fdp) a giudicare positivamente la corsa di Soeder alla Cancelleria federale.

Questi numeri avevano fatto crescere i dubbi su Laschet di molti deputati della CDU e di un paio di ministri del governo federale, in particolare del ministro dell’Economia, Peter Altamaier, e soprattutto i silenzi di Angela Merkel: «Io non intendo partecipare al dibattito sul candidato dell’Unione », aveva più volte ribadito la cancelliera. Del resto, lo spigliato conservatore evangelico bavarese, sostenitore di una stretta su migranti e richiedenti asilo nel suo Land, non ha mai avuto difficoltà a livello mediatico ed è riuscito in breve tempo a divenire molto apprezzato dall’elettorato più giovane dell’Unione democristiana, a scapito del cattolico della Ruhr europeista oltre che sostenitore delle politiche dell’accoglienza. 

Una volta conosciuto il verdetto del voto non vincolante del comitato esecutivo, il Presidente dell’Unione cristiano-sociale (CSU) e primo ministro della Baviera, Markus Soeder, si è detto, però, pronto ad accettare che “il dado è tratto”, cioè la decisione della dirigenza dell’Unione cristiano-democratica (CDU) sulla nomina del candidato cancelliere per i conservatori. «Accetto e rispetto la decisione. C’è la responsabilità per il Paese, ma anche la responsabilità per l’Unione. Armin Laschet sarà il candidato Cancelliere dell’Unione” – ha chiarito Söder in una conferenza stampa allestita a Monaco – “Non vogliamo una scissione ma una comunità unita”, mettendo a tacere le polemiche interne all’Unione. Il Presidente della Baviera e leader della CSU avrebbe chiamato Laschet, per congratularsi con lui e per offrirgli “pieno sostegno, senza rancore”. Nella corsa alla nomina di candidato Cancelliere, Söder ha detto di aver ricevuto “un incoraggiamento incredibile” soprattutto dalla base del partito che lo ha reso “contento e fatto commuovere”. Ha fatto capire che correre per il dopo Merkel sarebbe stata una grande responsabilità ma ha voluto dare la precedenza a quella che sente “nei confronti dell’Unione”.  

Ma chi è Armin Laschet? 60 anni, ministro-presidente della Renania settentrionale Vestfalia, ha conquistato la guida del partito cristiano-democratico al Congresso del 16 gennaio, divenendo, di fatto, l’erede dell’era di Angela Merkel che ha annunciato il suo prossimo ritiro dalla vita politica. 

Nato nel 1961 ad Aquisgrana da genitori di origine vallona, Laschet vive i primi anni di vita in un clima fortemente cattolico e francofono (sono forti i legami col Belgio). La sua famiglia è umile visto che, come da lui stesso ricordato, il padre è un minatore. Nell’adolescenza entra a far parte di un coro religioso dove incontra la sua futura consorte, Susanne Malangré, anche lei di origine vallona e nipote di Kurt Malangré, sindaco di Aquisgrana tra il 1973 e il 1989 ed esponente dei cristiano-democratici. 

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza a Bonn nel 1987, frequenta una scuola di giornalismo fino al 1988 ed inizia a lavorare come corrispondente da Bonn – capitale della Germania Ovest – per un’emittente bavarese. Da sempre vicino agli ambienti cristiani, diviene  caporedattore della testata cattolica ‘KirchenZeitung Aachen’ e, poi, succede al suocero Heinrich Malangré alla guida della società editrice cattolica Einhard-Verlag nel 1995. 

«Ogni volta che lo danno per vinto, lui alla fine riesce sempre a spuntarla», è quanto ha scritto della sua carriera politica il quotidiano progressista di Monaco di Baviera ‘Süddeutsche Zeitung’. Nel 1994 viene eletto parlamentare per la CDU nel collegio di Aquisgrana. In questi anni Laschet frequenta ed ha simpatie per alcuni rappresentanti dei Verdi. Nel 1998, l’SPD vince e Laschet non torna in Parlamento. L’anno successivo, nel 1999, si candida al Parlamento europeo di Bruxelles: vincerà e vi resterà per sei anni concentrandosi molto sulla politica estera dell’Ue. Da sempre europeista, si è anche scagliato finanche contro Angela Merkel per il suo essere scarsamente ambiziosa nell’integrazione Europea. 

Conclusa l’esperienza europea, Armin Laschet, nel 2005, viene scelto dal Ministro presidente Jürgen Rüttgers come Ministro per affari sociali del Land più popoloso della Germania, la Renania del Nord-Vestfalia. In questa veste, appoggia l’immigrazione guadagnandosi il nomignolo di “Armin il Turco”. Tale sua caratteristica lo porterà a prendere le difese del socialdemocratico Thilo Sarrazin, autore di un libro molto critico verso l’immigrazione musulmana, da un reprimenda della Cancelliera Merkel, di cui, nel 2005, avrebbe sostenuto le politiche di accoglienza. Attenzione che ha mantenuto anche negli ultimi anni, sostenendo la linea Merkel per i rifugiati siriani nel 2015, anno in cui, tra l’altro, visita un campo profughi in Giordania. Ma queste posizioni liberali non le ha avute in tema di unioni gay.

Nel 2010 Laschet si candida per la leadership della CDU regionale, ma viene sconfitto. Diventa segretario Norbert Röttgen, ai tempi Ministro federale dell’Ambiente, a cui, ironia del destino, avrebbe conteso, a gennaio scorso, la Presidenza della CDU. Nel 2012 Röttgen si dimette dall’incarico e Laschet lo sostituisce e, contemporaneamente, viene eletto Vice Presidente della CDU nazionale.  

Dal 2017, come sopra ricordato, è Primo Ministro della Renania settentrionale-Vestfalia, ma il rapporto con Merkel non è mai cambiato, anzi è rimasto sempre franco e questo gli ha consentito di non nascondere il suo disappunto rispetto alla politica energetica del governo, in particolare alla precipitosa neutralità energetica, ovvero l’abbandono del carbone. Da dirigente del Nord Reno-Vestfalia, il Land che più di ogni altro ha costituito per anni la centrale mineraria della Germania e che, per questo, subisce più di altri l’impatto della conversione green, ha rimarcato, più di una volta, la necessità di procedere con prudenza. Una posizione che gli ha offre una buona immagine agli occhi dell’industria tedesca.

E questo gli viene riconosciuto anche dai vari gruppi parlamentari della CDU e da diversi colleghi governatori di Land, tra cui quello dell’Assia, Volker Bouffier: “Laschet può guidare bene un governo e sa come tenere insieme una coalizione”. Anche in politica estera, al fermo europeismo, Laschet unisce la necessità di un dialogo con la Russia e con la Cina, sebbene consideri gli Stati Uniti e la NATO essenziali per la sicurezza europea.

Le posizioni sono nel solco della linea Merkel, ma che i sondaggi, oltre che una porzione della CDU, non sembrava condividere completamente. Quello che molti si chiedono è perché un candidato ritenuto debole o comunque destinato alla sconfitta sia stato scelto per la corsa alla Cancelleria. La scommessa è sulla ‘sicurezza’ della continuità, nonostante la ‘debolezza’ in termini di consenso.

Vale la pena, poi, ricordare che anche Helmuth Kohl così come Angela Merkel sono stati inizialmente sottovalutati. Inoltre Laschet si è dimostrato un maestro nella gestione del partito nella competizione per la leadership, apparentemente contattando individualmente ufficiali di partito di medio rango per sostenere il sostegno (qualcosa per cui Kohl era famoso ai suoi tempi).

Va detto poi che una caratteristica fondamentale del politico di Laschet è quella del basso profilo, il che non vuol dire necessariamente non essere in grado di vincere, come dimostrato nel 2017 quando Laschet è il candidato-presidente della CDU nel suo Land, il Nord Reno Westfali e deve scontrarsi con la ministra-presidente socialdemocratica uscente Hannelore Kraft. Viene dato per spacciato durante tutto l’arco della campagna elettorale da molta stampa e da molte rilevazioni demoscopiche. La sorpresa arriva quando le urne fanno vincere, seppur in stretta misura, la CDU. Un po’ quello che è accaduto al Congresso di gennaio scorso, per l’elezione alla Presidenza dell’Unione quando Laschet era visto come perdente da molti sondaggi, ma alla fine, ha prevalso, avendo dalla sua parte una vasta rete di relazioni politiche tra i maggiorenti del partito.

Occorre poi considerare il travaglio interno che la  CDU attraversa ormai da diversi anni, lacerata dai dissidi tra quelli che hanno condiviso e condividono la linea centrista merkeliana, la cosiddetta ‘socialdemocratizzazione’ del partito, e quelli che temono una perdita di identità e quindi invocano uno spostamento a destra. Contrasti che hanno avuto ripercussioni nel rapporto con la CSU: a partire dal 2015, anno in cui Merkel aprì all’accoglienza dei rifugiati siriani, la crisi migratoria ha messo a dura prova la storica alleanza e il rapporto personale tra Angela Merkel e l’allora leader Cristiano-sociale Horst Seehofer, divenuto anche Ministro degli Interni. Molti temettero, più di una volta, crisi di governo e rottura dell’intesa CDU-CSU. Il ‘convitato di pietra’ era ed è l’Alternativw fur Deutschland (AfD), il partito di estrema destra xenofobo, a cui si vuole impedire di crescita. 

Ma se il rivale nella corsa alla presidenza della CDU Friedrich Merz e, per certi versi, il contendente della candidatura alla Cancelleria, Markus Söder, vorrebbero seguire la destra su alcuni dossier, immigrazione in testa, Laschet, con la sua tenacia, sembra voler mantenere le barra dritta sulla linea merkerliana. Da questo punto di vista, Laschet è sostenuto dalla base tradizionale della CDU, estremamente moderata e la sua designazione lo richiama alla necessità di ricucitura.

Non è escluso che la scelta di Laschet possa avere conseguenze nei rapporti tra CDU e CSU. Con Markus Söder, il nuovo leader della CSU e Ministro-Presidente della Baviera, le tensioni all’interno dell’Unione si sono notevolmente ridotte anche se la popolarità del capo bavarese era e resta, come attestano i sondaggi, altissima, non solo in Baviera, ma in tutta la Germania. Per la verità, questo era evidente già prima della pandemia, quando il Söder si era contraddistinto per le dure prese di posizione contro la destra di AfD. Con l’arrivo del COVID-19 la sua popolarità è letteralmente esplosa, venendogli riconosciuto il rigore e l’efficacia della sua gestione della pandemia contro l’’indecisione’ e la confusione di quella di Laschet che ha anche criticato Merkel per chiusure ritenute eccessive, per poi fare marcia indietro quando i contagi crescevano nel suo Land. Nel 2020, ha costantemente spinto per un più rapido allentamento delle restrizioni COVID, posizionandosi contro la Merkel, e si è trovato criticato da lei nel marzo di quest’anno per non aver implementato le restrizioni con sufficiente rigore.

Le ambizioni politiche di Söder si sono rivelate un problema per il neoeletto alla Presidenza della CDU Armin Laschet la cui abilità ed esperienza politica potrebbero essere utili a mantenere equilibrio nel’Unione. La dote della mediazione è un segno distintivo di Angela Merkel della cui leadership la sua candidatura è certamente un segno di continuità: fu uno dei pochi a sostenere la decisione della Cancelliera di accogliere i migranti provenienti dalla Siria o dall’Afghanistan nel 2015. Anche sul fronte della politica internazionale, di cui si è occupato tra il 1999 e il 2005 quando è stato membro del Parlamento a Bruxelles, ha mantenuto la cautela tipica della Cancelliera: in tema di Russia, questo gli è costato l’accusa di compiacenza nei confronti del regime russo, soprattutto dopo aver criticato nel 2014 un certo “populismo anti-Putin facile da vendere” rimarcando la necessità del dialogo, necessario per il gasdotto Nord Stream 2, il gasdotto che dovrebbe portare 55 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia alla Germania. Una posizione invisa ai Verdi, tra i più critici. 

Riuscirà Laschet a mantenere la sua linea, inaugurando una CDU dopo-Merkel che però, al momento, come dimostrano gli ultimi mesi, è profondamente spaccata? Il 47% che ha votato Friedrich Merz al Congresso non è sparito, è ancora nel partito e questo deve essere tenuto in considerazione dal nuovo Presidente che non può sottovalutare l’Alternative für Deutschland (AfD) che corre soprattutto nelle regioni orientali del Paese. Proprio lì, in particolare nella Turingia, è ‘caduta’ la predecessora, Annegret Kramp-Karrenbauer, dimissionaria dopo che nel 2020 i rappresentanti della CDU locale avevano  appoggiato un premier di AfD. 

Non si dimentichi che tanto la CDU quanto la CSU hanno dovuto affrontare gli scandali legati alle mascherine: i protagonisti sono Nikolas Löbel e Georg Nüsslein, due deputati della CDU, dimissionari (solo il primo anche dagli incarichi parlamentari) su pressioni dei colleghi di partito, per aver incassato, rispettivamente, 250mila euro e 660mila euro dagli accordi governativi per l’acquisto di mascherine durante la prima ondata della crisi sanitaria. 

Per la verità, nonostante rientrino entrambi negli ‘affari sulle mascherine’, afferiscono a due circostanze differenti: lo stesso 34enne Löbel, originario proprio del Baden-Württemberg in cui si voterà domenica, ha reso noto che una società a lui riconducibile aveva guadagnato 250mila euro per aver fatto da intermediaria tra un fornitore di mascherine e due aziende private. A sua discolpa ha detto di aver preso parte alla trattativa non nella sua veste politica bensì in quella di imprenditore, e di aver ottenuto un pagamento in linea con i prezzi del mercato. 

Ma se a carico di Löbel, almeno per il momento, non sono state aperte indagini, lo stesso non può dirsi per il 51enne esponente dell’Unione Cristiano-Sociale (CSU, alleato bavarese della CDU), Nüsslein, parlamentare dal 2002 e attualmente vice capo del gruppo che riunisce i due partiti, che risulta, invece, indagato per corruzione ed evasione fiscale, ed è accusato di aver fatto pressione sul governo federale per incaricare un fornitore di mascherine in cambio di 660mila euro. Per questo motivo, il Bundestag ha votato all’unanimità la revoca della sua immunità parlamentare e i dirigenti dei vari partiti al Parlamento hanno richiesto ai loro deputati di firmare una dichiarazione in cui metto nero su bianco di non aver tratto vantaggi economici dalla lotta alla pandemia. Secondo Annalena Baerbock, una dei due leader dei Verdi, CDU e CSU hanno mostrato di avere un “problema strutturale e sistematico” con “l’immoralità”.

Altri due scandali stanno travolgendo la CDU: uno di questi riguarda Axel Fischer, già membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa dal 2010 al 2018, sarebbe indagato per corruzione in Germania per le azioni compiute in quegli anni: dai magistrati gli viene contestata l’accettazione di soldi dall’Azerbaigian in cambio del voto su mozioni e risoluzioni pro-azere. Un guazzabuglio che ha costretto il Parlamento a togliere l’immunità parlamentare per consentire le indagini.

Un altro scandalo ha coinvolto Philipp Amthor, avvocato 28enne, militante fin da giovanissimo  nella CDU dove si è costruito una posizione importante, tanto da venire designato come candidato presidente per le elezioni nello stato di Meclemburgo-Pomerania che si terranno a settembre. Due anni fa, nel 2019, di Amthor era stata rivelata l’attività di lobbying per una società tecnologica americana, di cui appariva nel consiglio di amministrazione. Dopo aver ammesso di possedere delle quote della società, aveva concluso qualsiasi rapporto con l’azienda.

‘Masks affair’, peraltro, l’anno scorso, aveva toccato anche lo stesso Armin Lachet, accusato di corruzione per le maschere nei primi giorni della pandemia COVID-19. Il presunto scandalo coinvolgeva il figlio di Laschet, Joe che, all’epoca dipendente per il marchio di moda Van Laack, sarebbe stato avvicinato dall’amministratore delegato dell’azienda, che gli disse di far sapere a suo padre che l’azienda poteva anche realizzare maschere per il viso, che all’epoca erano molto richieste. Van Laack alla fine ottenne un contratto, ma Armin Laschet negò le accuse di corruzione, affermando che di fronte a una pandemia senza precedenti, il suo governo aveva chiesto a chiunque potesse di produrre dispositivi di protezione.

Se nei mesi scorsi la gestione competente e rassicurante della pandemia da parte della Cancelliera aveva riportato in auge la sua popolarità, di conseguenza, nei sondaggi, i consensi attributi al partito, oggi la crescita dei contagi, nonostante le vaccinazioni che comunque arrancano, e gli errori, peraltro ammessi da Merkel in persona, sulle aperture delle attività, penalizzano l’Unione.

Un’ulteriore sfida per Laschet sarà l’uscita di scena di Angela Merkel dalla vita politica tedesca. ‘Come lei nessuno mai’, si potrebbe dire parafrasando una nota canzone importante e, quindi, una ‘perdita’ importante che potrebbe avere un ricasco anche nei consensi alle prossime elezioni visto che, come rilevano i sondaggi, il candidato non sembra essere così popolare tra gli elettori. La Cancelliera, con il quale il nuovo Candidato successore ha avuto anche scontri, si è congratulata: «Auguri di cuore, caro Armin Laschet, per il nuovo incarico come candidato cancelliere dell’Unione. Non vedo l’ora di collaborare nei prossimi mesi». Ma il ritiro di Merkel, nota per le sue capacità di compromesso, potrebbe non avere effetti positivi anche per la definizione del programma politico

Una volta tramontata Merkel, Laschet non potrà non essere ambizioso anche e soprattutto nel programma e nella nuova identità del partito. La pandemia ha sbattuto sul tavolo questioni urgenti a cui è necessario dare una risposta: le disuguaglianze, la digitalizzazione e il clima. Quest’ultimo dossier, come dimostra l’attenzione riservatagli anche oltreoceano e a livello internazionale, potrebbe essere terreno di dialogo con i Verdi, verso i quali, da giovane, Laschet aveva avuto non poche simpatie, anche se, rispetto alle tematiche ambientali, il nuovo candidato cancelliere sembra più freddo perché convinto che la transizione green non debba andare a discapito dell’economia.

Va detto, tuttavia, che i Verdi sono dati dalle rilevazioni in crescita esponenziale: un  sondaggio Forsa diffuso da Rtl ha creato scompiglio in Germania in quanto i Grünen in testa alle preferenze dei tedeschi con il 28% e la Cdu 7 punti indietro. Un vera e propria ‘bomba verde’ resa nota nelle stesse ore in cui il partito ecologista designava come candidata Cancelliera la quarantenne Annalena Baerbock che si preannuncia l’unica donna nella corsa elettorale. Laureata in scienze politiche e diritto pubblico ad Amburgo, poi diritto internazionale alla London School of Economics, Baerbock è stata consigliera di un’europarlamentare tedesca. 

Esperta politiologa ma anche ex atleta, si è iscritta ai Grünen nel 2005, e con lei, che non è “mai stata cancelliera né ministra, ma sono pronta alla sfida”, per la prima volta i Verdi si lanciano nella corsa alla cancelleria. 

La sua candidatura sarà ufficializzata al Congresso nazionale dei Verdi in programma dall′11 al 13 giugno, ma, secondo la rilevazione Forsa, Baerbock sarebbe già preferita addirittura dal 32% degli intervistati contro il 15% di Laschet. Guardando ai numeri, trattasi di una candidatura finalizzata a massimizzare il risultato elettorale così da avere maggiore voce in capitolo per le trattative per la formazione del governo. 

Ma è certamente anche simbolo di una metamorfosi del partito ecologista tedesco, nato alla fine degli anni ‘60, rispetto all’esperienza di governo Schröder in coalizione con i socialdemocratici della SDP (durata sette anni, dal 1998-2005). A quel tempo il leader Joschka Fischer si era molto speso per essere della partita di governo, dovendo però rinunciare, sotto il segno del compromesso con gli interessi finanziari dei grossi colossi industriali, a parte dei loro principi per decidere le riforme dell’Agenda 2010 o, in politica estera, per sostenere gli Stati Uniti nell’operazione NATO in Afghanistan. 

I Grünen, a differenza di altri partiti occidentali, crescono e, almeno apparentemente, non hanno lasciato trasparire alcuna tensione interna dando l’impressione di un clima di forte armonia e coesione. Annalena Baerbock e Robert Habeck sono riusciti a rafforzare l’unità del partito, spesso preda di dissidi interni, grazie al superamento, o quantomeno il relegamento a cerchie minori, di quelle rigidità ideologica che avevano minato la loro politica a livello nazionale: in politica estera, ad esempio, sono crollate le barricate dell’antimilitarismo e si è inasprita la linea nei rapporti con la Russia, elementi che potrebbero rasserenare i rapporti non sempre idilliaci con gli Stati Uniti; inoltre, si sta rafforzando, anche grazie alle vaste reti globali di cui fanno parte, la loro concezione di ‘mediazione’ con cui anche Merkel ha sempre interpretato le relazioni internazionali. 

Questi elementi programmatici uniti ad obiettivi climatici più severi ed aumenti delle tasse per i lavoratori ad alto reddito – temi cruciali per l’avvenire della Germania e dell’Europa – stanno, di fatto, spostando i Verdi al centro del dibattito tedesco, facendone un protagonista decisivo in grado di dettare, e non semplicemente incidere, l’agenda su molti dossier. Non più un semplice junior partner, dunque, bensì un alleato prezioso per chiunque sia chiamato a governare il Paese in questo periodo.

In questa trasformazione dei Verdi, non può non aver pesato l’esperienza di governo locale: attualmente il partito compone alleanze di governo in 11 Land su 16 e questo lo ha costretto a rinunciare, pragmaticamente, a molti totem ideologici, aumentando, al contempo, le possibilità di alleanze. Come ricordato, se prima l’unica alleanza possibile era quella con l’SPD, a cui completavano il programma contendendone l’elettorato più a sinistra, in questa fase il ‘secondo forno’ potrebbe essere quello della CDU/CSU la quale, candidando Laschet, potrebbe non escludere un’interlocuzione con i Grünen. Chiaramente sempre con il nulla osta dei più conservatori. Occorre sottolineare che, su alcuni punti, le distanze permangono: i Verdi sono contrari al gasdotto Nord Stream 2 per importare gas russo attraverso il Mar Baltico, progetto caro alla CDU, “perché causa danni a livello geopolitico, soprattutto in Ucraina”. Anche con la Cina sono disposti a cooperare per l’emergenza climatica, non rinunciano a  denunciare le “flagranti violazioni dei diritti umani” nello Xinjiang, in Tibet e a Hong Kong. Se superati gli ostacoli, uno dei possibili governi potrebbe essere quello nero-verde, anche se è probabile che ad aggiudicarsi la cancelleria sarà chi ottiene più voti. 

Sebbene le colorazioni delle possibili alleanze siano molteplici e variopinte (Giamaica, rosso-rosso-verde, nero-verde, semaforo), Baerbock si è ben guardata dal pronunciarsi al riguardo: nella meno rosea delle ipotesi, sono dati comunque intorno al 20-23% dei consensi a livello federale, più del doppio rispetto all’8% ottenuto nelle elezioni del 2017. Il che lo renderebbe, quantomeno, seconda forza politica del Paese nonché irrinunciabile partner di governo. Un altro scenario vedrebbe la CDU all’opposizione, per la prima volta dal 2005, il che sarebbe un colpo ‘mortale’ alla dirigenza, orfana di Merkel e senza la cancelleria. 

Prima delle elezioni federali, l’Unione, dopo il poco incoraggiante risultato del voto in Baden Württemberg e Renania Palatinato, dovrà  affrontare le elezioni: prima in Turingia. Qui, dove il dibattito politico si è radicalizzato tra Linke e AfD, il rischio è l’ascesa dell’estrema destra nel Land dove è avvenuto lo scandalo che ha portato alle dimissioni della neo-leader della CDU, AKK: a causa dell’assenza di una maggioranza, venne eletto un Presidente della CDU con i voti dell’AfD. Poco più di un mese dopo, toccherà alla Sassonia-Anhalt, che negli ultimi cinque anni è stata governata da una Grande Coalizione costituita da CDU, SPD e Verdi. A Settembre, dopo le elezioni comunali in Bassa Sassonia, si voterà per le elezioni federali, ma anche nella città di Berlino e nel Meclemburgo Pomerania.

Nella capitale, dato che la CDU si attesta al 22% e i Liberali al 7%, mentre AfD non supera il 12%, l’uscente coalizione tra SPD, Verdi e Linke, se venisse confermata, potrebbe essere una soluzione da riproporre a livello federale, se ce ne fossero i numeri. Lo scontro al femminile tra la deputata Bettina Jarasch, classe 1968, dal 2013 al 2018 membro del comitato esecutivo nazionale dei Verdi e fino al 2016 Presidente dei Verdi berlinesi, e l’attuale Ministra della Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, ex borgomastra del quartiere di Neukölln. Entrambe sono date al 18% dei consensi, seguite dal candidato della Linke, Klaus Lederer, Ministro della Cultura della Città-Stato, quotato al 16%. Per quanto concerne, invece, le elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, queste saranno una prova del 9 per i socialdemocratici e per Manuela Schwesig, ministro-presidente in carica.

Sebbene in Germania si voti per il Bundestag e non per il Cancelliere, chi sono i candidati ha una sua importanza. È dunque Armin Laschet, considerato più accettabile per il grande elettorato tedesco, la scommessa della CDU che preferisce rischiare la sconfitta piuttosto che prendere la scorciatoia populista, anti-europeista.

Anzi. Nelle sue prime parole da candidato cancelliere, Laschet ha dichiarato di avere una visione della Germania come di un Paese “multilaterale e democratico”,“forte solo se anche l’Europa lo è”. Se c’è una certezza è che tutti i partiti, tranne l’estrema destra dell’AfD e l’estrama sinistra della Linke, sono e restano saldamente europeisti. Un elemento da non sottovalutare visto che la Germania sarà ancor più decisiva per un’Europa più integrata e più protagonista, come dimostrerà il futuro del Next Generaltion EU, il fondo per il quale tutti i Paesi membri hanno presentato un Recovery Plan. E chi succederà ad Angela Merkel farà la differenza. 

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