domenica, Settembre 26

George Floyd: la giustizia ‘bless America’ Il poliziotto Derek Chauvin è colpevole per i tre reati ascrittigli. A fronte di oltre 1000 persone uccise all’anno dalla polizia, dal 2005 solo 7(!) agenti sono stati condannati. Troppo anche per il razzismo sistemico degli Stati Uniti d’America

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I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano madi pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista Derek Chauvin il 25 maggio 2020 che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 sec. Poliziotto con ottime referenze, negli anni scorsi aveva sparato alla pancia una ventiduenne ammazzandola. Ad oggi è sospeso ma libero dopo aver pagato 1 milione! di dollari di cauzione… Questa è l’America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli umani neri, dalla schiavitù alla segregazione razziale)

Accidenti alla pandemia ed alla (quasi) parità dei sessi! Tra le tante turbative di anima corpo spirito dovevamo pure immunizzarci, per forza, dagli altri nascondendo all’altrui vista mimica facciale, angoli delle bocche, rughe (qualcuno/a gradisce pure!), con il balletto delle mascherine, noi abituati ad andare a viso scoperto. E diventare un qualsiasi Paese del mondo arabo dove i maschi girano tranquilli mentre le donne, peccaminose per natura, vengono ‘immunizzate’ dal desiderio maschile di possederle nascondendosi in tutto o in parte alla vista. Dei maschi, provocati, dunque giustificati da ammiccamenti femminili. Ah le donne, semplici costole... Dunque vanno private di libertà, altrimenti chissà che combinano! Come pensa anche il pugnalatore saudita seriale, il bugiardo Matteo di Rignano nel suo rivoltante compitino da dipendente ben pagato in quel dell’Arabia Saudita, splendido luogo di segregazione femminile, di assassinii e sfruttamento.

Lasciamo perdere. Occupiamoci di una vicenda oltre modo seria che in queste settimane ha ricevuto un’accelerazione. Parlo del giudizio relativo alla morte di un cittadino afroamericano, George Floyd, 46nne ammazzato il 25 maggio dell’anno scorso da un poliziotto bianco, durante un controllo. Senza pericolo di fuga, nell’impossibilità del ‘negro’ di fuggire perché sotto la pressione del corpo del poliziotto assassino con il ginocchio sinistro a premere sul collo del malcapitato, schiacciato per ca. 9 minuti (contate 9 minuti con un orologio, sembrano non passare mai) mentre intorno diverse persone gridavano per il letale omicidio consumato in pubblico, un’ombra scura e nera di quel paese con faciloneria assimilato ad un paese civile e democratico.

Sono passati 11 mesi e la giustizia americana ha messo sotto processo Derek Chauvin l’assassino di George Floyd presentandosi il poliziotto, finalmente giudicato, appunto con una mascherina così da non poter vedere i movimenti del viso. La pressione di massa, le spinte contrapposte, la tensione che travalica il singolo dibattimento sono palpabili. Mentre scrivo, si arriva alprocesso nella sede giudiziaria, quella che dovrebbe dare un segnale, sarebbe il primo dopo decenni che potrebbe cambiare se non i rapporti di forza in America almeno dare il senso di un’iniziale inversione di tendenza verso la giustizia per tutti, in un paese dove la libertà dell’individuo, dove l’individuo ha il fardello e l’orizzonte illimitato nel proprio agire, ed il mondo dello Stato, il senso dello Stato è un accidente lontano.

Ma dove il colore della pelle è “IL” problema ancor oggi irrisolto di un Paese che pure si è dotato di una Costituzione invidiata da tutti (in Occidente…), una carta dei valori che avrebbe dovuto sancire l’uguaglianza di condizioni e di rispetto e che al contrario continua a discriminare nella vita quotidiana ed a criminalizzare i neri per secoli dopo averli schiavizzati, segregati, uccisi. Insieme ai nativi, i pellirossa in rapporto con la natura e luoghi straordinari di un paese ancora non infettato dal progresso del bianco tra armi whisky e corsa all’oro, la vecchia ‘nuova frontiera’ oggi in palese apnea e difficoltà. Luogo, l’America, dove risuona tra gli ultimi ‘The Howl’ l’Urlo di Allen Ginsberg e della Beat Generation appunto ad urlare della contraffazione di unAmerica agli occhi del mondo faro di democrazia e salvatrice dell’Europa contro i nazisti, cosa che ce li ha resi un poco meno antipatici e di cui li ringrazieremo sempre, ma non era solo per altruismo, c’era del calcolo da superpotenza del tipo, io vengo in tuo aiuto ma tu poi fai come dico io.

E difatti l’ultimo Giggino è andato dall’amico americano a prender ordini da passare al governo, dopo uno spiraglio di autonomia di decisioni e strategie politiche che con The Donald il fexCB, fascista ex alla Casa Bianca, si erano paradossalmente aperte. Come dirò in altra occasione. Terra sconfinata da 10 milioni di chilometri quadrati dove ‘the individual ishappyness’ come recita una stele di bronzo di Nelson Rockfeller sulla 5a Strada a Manhattan dinanzi al suo omonimo immenso grattacielo.

L’America che ancora una volta, come troppe per non essere sospetto, trattiene il fiato, rallenta il respiro, cerca di assorbire un altro colpo, mentre proprio in questi giorni altri poliziotti, altro “law and order spara a ragazzini di 13 anni con le mani alzate o al ventenne Amid Wright e nella versione poliziottesca, che se le è sempre cavata tra omertà corruzione ed inganni, era armato, e poi ancora un altro nero, solo quasi neri ed ispanici, i peggiori, quelli da eliminare.

Nella composita platea europea, eccetto i fascisti polacchi ungheresi ed accoliti con i cascami estremisti di destra italiani, se un poliziotto, che pure ci ha provato, si comportasse come il suo omologo americano, scatenerebbe un putiferio nell’opinione pubblica. Dunque, ci sono volute 3 settimane di audizione, l’ascolto di ben 46 testimoni, il terribile video riproposto tantissime volte dell’omicidio. Tutto sembra molto semplice, ma in realtà dichiarare ufficialmente un omicidio, specie in questo caso, è impresa che suona per molti quasi incomprensibile, specie se le ricostruzioni dirette o con video stanno dentro un problema ad alto tasso di conflittualità interazziale. Eppure veramente qui non ci sarebbero proprio dubbi. Il tutto condito da condizioni di bilanciamento della giuria seguendo la composizione della popolazione americana, che all’ultimo Censimento nazionale del 2015 sommava 321 milioni di abitanti, con il 77,1% che si autodefinisce (l’autocollocazione pone diversi problemi che non posso discutere adesso ma che presenta diverse conseguenze culturali ed antropologiche molto rilevanti) “bianco, il 13,3% si autodefinisce “nero o afromericano”, il 5,6% “asiatico”, l’1,2% di origine “nativa americana”, lo 0,2 di origine delle isole del Pacifico. Questi dati sono centrali nel collocare la vicenda, in un paese multietnico dove la differenziazione razziale è il problema nella carne viva della società (razza, come si dice in modo errato perché trattasi di etnie, essendo la razza 1 ed unica ma non lo si vuole capire, accodandosi implicitamente pur non volendolo alle vulgate delle destre di ogni luogo). Così sul piano formale, ché in pratica la realtà americana è molto peggiore, la non equità dovuta alla preponderanza delle donne sui maschi in America, 166, 7 milioni contro i 161,6, è riflessa anche nella composizione della giuria per genere, con la presenza di 9 donne e 6 uomini, mentre per colore della pelle 9 sono bianchi, 4 sono neri e 2 multirazziali (la conta fa 15 ma sono 12 i giurati, perché 2 ricoprono il ruolo di sostituti ed 1 viene rimandato a casa.

Questi dati che per noi sono ancora lontani dall’essere affrontati lì sono tenuti in molto conto, proprio per cercare di formulare un quadro procedurale dove una teoria della giustizia riesca ad affermarsi. Poi la realtà del potere, denaro, status sociale, politica disegna uno scenario meno edificante. Dunque la sentenza giudiziaria, il poliziotto assassino rischia fino a 40 anni di carcere che con una minima percentuale di giusta vendetta si dovrebbe beccare, esempio concreto per molti troppi rappresentanti di un ordine ingiusto, prevaricatore, impunito che da quelle parti prima spara e poi chiede i documenti. E non è una battuta, come si vede ancora in questi giorni. Un lungo percorso di riabilitazione democratica dovrebbe essere applicata all’America. Noi dovremmo aiutarli, magari spiegandolo chi non ha la pena di morte nel proprio ordinamento.

Ed i tanti incommentabili esegeti della fulgida democrazia in America, che pure si manifesta in alcuni settori e campi della vita sociale, dovrebbero pur farsi qualche domanda se Minneapolis si prepara a contenere potenziali disordini, barricando la città e chiamando la Guardia Nazionale, se la tensione si espande fino a New York, Los Angeles, Chicago, Dallas, Philadelphia, insomma gli Stati Uniti nel loro complesso, per un processo. Per dire quanto sia enorme il problema irrisolto dalle fondamenta che corrode quella nazione. Che il problema americano sia gigantesco è provato dalla presa di posizione esplicita del Presidente Joe Biden, il quale a domanda risponde di “stare pregando (ahia, la giustizia divina chiamata in soccorso di quella degli uomini, che commistione blasfema! Dio lo si lasci a chi ci crede, ma non tiriamolo in ballo per vicende che non si risolvono pregando, ma solo ed unicamente laicamente nell’amministrare la giustizia terrena) che il verdetto sia il verdetto giusto, il che penso sia di un’evidenza schiacciante dal mio punto di vista. Non lo direi se la giuria non fosse stata sequestrata e isolata ora, non mi sentireste parlare così”.

Sì perché intanto i 12 giurati sono blindati ed isolati in una tomba temporanea costituita da un albergo. Accogliamo con piacere un Presidente che almeno si schiera in modo chiaro, secondo la sua posizione, il precedente ringraziava gli assassini in divisa! Detto ciò, il cammino per raggiungere una perfettibile giustizia sulla Terra dove albergano umani non può mai darsi per scontata e deve essere sempre rinnovata. Nella speranza, ma meglio auspicio laico, che Chauvin venga condannato. Non è vendetta, come diranno i fascistoidi e destri ovunque infilandosi nel modello di pietas applicato proprio da coloro i quali quelli si dicono lontani e che combattono con tutte le armi, letteralmente, antidemocratiche possibili. Compito di una società aperta seria non è permettere tutto a tutti, e permettere il possibile a chi sta dentro le regole condivise del gioco. Se no deve essere applicata la giustizia, opinabile, ma certa.

L’esempio serve a rafforzare una comunità. Quella afroamericana è stata cruciale per eleggere Biden e lui li legittima ufficialmente. Va bene anche così, l’utile in politica unito con atti morali ad una giusta giustizia. Aspettiamo… l’attesa è finita, Chauvin è colpevole per i tre reati ascrittigli una decisione veloce e rapida, troppo evidente per produrre dubbi, in meno di due giorni la colpevolezza auspicata è arrivata. Il giudice entro 8 settimane dovrebbe emettere la sentenza con la pena comminata a Derek Chauvin. A fronte di oltre 1000 persone uccise all’anno dalla polizia, dal 2005 solo 7(!) agenti sono stati condannati. Troppo anche per il razzismo sistemico degli Stati Uniti d’America. Justice bless America

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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