mercoledì, Agosto 4

Geopolitica: un’opportunità da ritrovare

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Ci ricorda nulla quel periodo?

Ora, l’umanità ha attraversato altri periodi di prosperità e di un tenore reddituale complessivamente alto, ma mai distribuito opportunamente. E si sa che i nodi, per quanto lontani, arriva sempre il momento che vanno ad aggrovigliarsi in impossibili matasse. Torniamo a Roma. Se ai tempi di Adriano l’organismo imperiale era arrivato al termine di quel lungo processo di consolidamento strutturale che era iniziato con gli imperatori Ottaviano e Vespasiano, Antonino il Pio aveva provato a solidificare la sua struttura politica nell’illusione che potesse durare per sempre, ma l’aspetto appariva troppo ideale per poter restare immortale. E infatti nel 166, sotto il regno di Marco Aurelio, iniziarono quelle scorrerie all’interno dei confini romani che ne determinarono la sua caduta, almeno di quella regione occidentale che era stata la culla delle più raffinate civiltà post-elleniche. Proviamo a immaginare quei tempi antichi. Si stima che nel 100 d.C. sulla Terra vivessero tra 50 e 100 milioni di abitanti e sotto Augusto la popolazione romana si attestava attorno al milione di persone, raggiungendo la sua massima espansione in età antonina con poco meno di due milioni di residenti. Un numero piuttosto basso di individui che godeva dello status di cittadino romano: una piccola parte della popolazione che viveva dei privilegi di una grande potenza, almeno fino alla Constitutio Antoniniana emanata da Caracalla nel 212, che avrebbe concesso la cittadinanza a tutte le popolazioni abitanti entro i confini.

 

Anche qua non mancano alcuni parallelismi della storia.

Poi vennero le grandi migrazioni straniere, i barbari che dai margini delle frontiere si introducevano oltre i limes per fini di saccheggio. E quindi fu la volta dei sassoni, dei franchi, degli alemanni, dei marcomanni e di tante popolazioni feroci che tentarono col ferro e col fuoco di impadronirsi di un benessere che non gli apparteneva.

 

E chi l’avrebbe detto!

I romani, troppo occupati a godersi le proprie ricchezze, tralasciavano di difendere i preziosi territori e di fatto portavano le loro terre a perdere qualsiasi identità.

Il fenomeno è stato indicato già in lontano passato con il termine tedesco ‘Völkerwanderung‘, che dovrebbe significare migrazioni di popoli. Non facciamo torto a nessuno se diciamo che oggi l’Europa vive un fenomeno assai simile a quello che Roma ha conosciuto meno di due millenni fa! E senza bisogno di usare alcun termine che richiami le invasioni barbariche, guardiamo i diversi Stati europei obnubilati da un’apatia congenita e dall’eterno terrore di darsi una nuova chanche per rigenerare il proprio Stato. Ora, pur in scenari diversi, occorre soffermarsi su qualche elemento, perché, se è fuori alcun dubbio che le pressioni del nord disgregarono una civiltà assai florida fino a ridurla a un’arretrata e frammentata comunità medioevale governata da poteri soggiogati alle oscure volontà teocratiche, oggi la spinta da sud che viviamo nel vecchio continente finisce per rimarcare gli stessi errori e le analoghe deficienze del passato.

 

Qual è la causa?

Alla base di ogni movimento c’è sempre una serie di motivazioni assai gravi: i cambiamenti climatici da ultimo hanno causato forti siccità in quelle zone che molte popolazioni africane stanno abbandonando, ma sicuramente il mondo occidentale ha grosse responsabilità nell’aver sfruttato unilateralmente tanti territori spogliandoli della loro ricchezza -specie nel sottosuolo- non compensando adeguatamente quanto importato. Così una terra resa ormai avara dalle nuove condizioni atmosferiche e una pressoché totale assenza di imprese in grado di fornire occupazione dignitosa stanno generando una migrazione verso terre più ricche, generando importanti scompensi demografici e culturali. E questi movimenti si accompagnano a disordini e strumentalizzazioni in modi ovviamente fisiologici.

 

È colpa dell’Europa?

L’Europa del secondo dopoguerra viene continuamente dileggiata da frange populiste che mostrano nel loro frasario di conoscerne assai poco e assai male la sua storia: infatti -fatto salvo l’inizio dell’Ottocento in cui il Congresso di Vienna impose con arroganza il mantenimento di una tregua continentale per quasi quarant’anni- dal 1945 per la prima volta stiamo assistendo a un presente senza conflitti che solo una struttura comunitaria ha potuto assicurare, pur con troppi errori ed egoismi di parte che le torchiature separatiste cercano di infrangere nella speculazione di offrire un futuro più eguale a un piccola comunità piuttosto che a un grande raggruppamento.

Restando nel rispetto di idee diametralmente opposte, l’autore di questo testo nutre molte perplessità sulla volontà autonoma di queste genti di voler realmente ottenere una sorta di separazione e, anzi, avanza l’idea che la strumentalizzazione che ne è alla base non nasce da singole menti ma da posizioni esterne che in questo momento stanno temendo la realizzazione di un’Europa forte, troppo pericolosa per alcuni interessi economici e sociali di altre regioni del mondo. È vero che lo stesso concetto comunitario si è sviluppato come unione delle Nazioni per la salvaguardia di interessi tra vincitori e vinti di un conflitto che aveva polverizzato le economie di un intero continente, ma è altrettanto verosimile che occorre al più presto una revisione della struttura paleo-politica con la centralizzazione di interessi comuni più elevati di quelli di un mero mercatismo: ovvero serve la condivisione della sicurezza, della difesa e della giustizia, valori assai spesso declamati e mai messi in pratica perché soverchiati dalle diffidenze e dai facili opportunismi di campanile. E oltrepassando le banalità dialettiche di ‘superare i regimi della paura’ -spesso declamate da uomini e donne che utilizzano vetture blindate per i propri spostamenti- si fa sempre più urgente una rivisitazione di un sistema innovativo di un’Europa che, se nasce come culla di civiltà condivise, oggi rischia lo schiacciamento da interessi di parte che di politica nel senso puro del termine non hanno proprio niente. Per questo suggeriamo a qualche nostro membro di Governo che ne ha la competenza che, durante le frequenti trasvolate tra Roma, Parigi, Berlino e Bruxelles, metta in valigia qualche testo di storia e individui, studiandoli, i numerosi punti di convergenza tra la vecchia cultura romana e la cronaca europea. Sarebbe una grande opportunità, oltre che un utile modo di passare il tempo di viaggio. Un’ultima annotazione: nelle grandi università americane, gli allievi che ambiscono a occupare i più alti scranni di potere studiano le strategie romane con molto impegno.

 

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