giovedì, Settembre 23

Genova: l'alluvione del '14 Genova 9 /10 ottobre 2014: l'alluvione che ha spalancato il fossato tra società e pubblica amministrazione

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Genova, 9 /10 ottobre 2014: la notte del terrore. La città è straziata dallo straripamento di cinque fiumi, Bisagno, Fereggiano, Sturla,Torbella, e lo Scrivia nell’entroterra; è una città violata e sconvolta, prigioniera della paura e dell’impotenza.

E’ la Genova di un anno fa quella che proviamo raccontare.

In 24 ore sono piombati dal cielo 700millimetri di pioggia. Una quantità enorme, la metà di quella che mediamente cade in un anno. A terra, l’effetto delle precipitazioni, si moltiplica per mille: i fiumi impazziti, dopo aver sgretolato gli argini, ingoiano interi quartieri e restituiscono distruzione e dolore. A tre anni dalla terribile alluvione del 2011, costata 6 morti, si conta un’altra vittima Antonio Campanella, 57 anni, annientato da un’onda assassina. Molti altri si salvano.

Ogni genovese lo custodisce dentro di sé. E’ un campanello interiore, una sorta di allerta ancestrale pronto a scattare nel periodo di massimo pericolo: quello storicamente compreso tra la metà di settembre e la fine di novembre, quando la Liguria è vittima sacrificale di celle temporalescheseriali’; mostri ciclonici, accompagnati da forti e umide correnti in arrivo dal mare, che formano la genesi di imponenti temporali.
Gli anziani raccontano che a Genova l’alluvione si sente in anticipo. Bisogna annusare l’aria, capire la pioggia e osservare i fiumi. Una combinazione di buonsenso, istinto e saggezza. Rispetto agli irritanti approcci istituzionali, la distanza appare siderale.
Genova, attonita, si chiede perché, dopo 15 ore di pioggia, non sia stato emanato alcun allerta, l’unica contromisura davvero praticabile, in una città ad altissimo rischio, dove sul fronte della prevenzione e degli interventi di somma urgenza siamo ancora inchiodati all’anno zero.
E ancora ci si domanda per quale ragione bizzarra, poche ore prima del disastro, sia stato addirittura disattivato il Numero Verde di Protezione Civile, servizio che verrà ripristinato solo a catastrofe avvenuta.
Un sistema di informazione lento, farraginoso, burocratico. Sicuramente inadeguato alle emergenze e ai tempi.

Mentre le polemiche infuriano, nelle strade si respira ancora una volta l’aria della catastrofe. Chi si era faticosamente risollevato, con le proprie forze, dal disastro di tre anni fa, è di nuovo in ginocchio, ha perso tutto e non sa come ripartire.
Dopo anni di lutti, polemiche, processi e danni per milioni di euro, la perturbazione ‘autorigenerante’ ha nuovamente sferrato il suo colpo mortale contro una città inerme.

Rassegnazione, rabbia, indignazione, gli stati d’animo dominanti. La tensione è alta. Basta solo nominare la Protezione Civile, l’Arpal o qualsiasi altra istituzione, e gli animi si infiammano. Nel mirino delle contestazioni più feroci, la galassia di enti ed organismi di Protezione Civile, tutela del territorio e dell’ambiente; carrozzoni e pozzi di inefficienza, dove pletore di oscuri dirigenti e funzionari, retribuiti e premiati lautamente per meriti inesistenti, scalano le carriere. I fallimentari risultati operativi, del resto, sono sotto gli occhi del mondo. Una vergogna. La città ferita chiede a gran voce di indagare anche su questo capitolo.

Gli alluvionati sulle barricate sono soli, sfiniti, abbandonati, divorati dall’ansia. Genova piange, ma lo Stato è assente. Contro lo spaventoso dissesto pochi mezzi e supporti logistici maledettamente carenti. Una guerra persa.

La città, senza difese, rivive ogni anno la paura del cielo livido. Così, quando a Genova piove, il pensiero di una comunità intera, volge al reticolo di torrenti che a decine, per più di 50 chilometri, scorrono sotto le strade, tra i palazzi, in mezzo ai labirinti grigi, di asfalto e cemento. Ogni genovese sa che una precipitazione intensa di pochi minuti, può degenerare in catastrofe. Perché ai fiumi e alle vallate è stato rubato tutto: lo spazio vitale, l’aria, il rispetto, la cura. Ecco perché a Genova tutti i corsi d’acqua sono come belve silenti, che da un momento all’altro potrebbero uscire dalle gabbie.

Fabrizio de Andrè, nella canzone ‘Dolcenera’, prendendo spunto dalla terribile alluvione del 1970, ha rappresentato la spaventosa ribellione della natura offesa. Versi potenti che raccontano più delle immagini.  «nera che porta via, che porta via la via, nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera. Nera che picchia forte che butta giù le porte… Nera di malasorte che ammazza e passa oltre, nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna. Luna nera di falde amare che passano le bare… acqua che porta male, sale dalle scale. Sale senza sale. Sale acqua che spacca il monte, che affonda terra e ponte… Acqua di spilli fitti, dal cielo e dai soffitti. Acqua per fotografie, per cercare i complici da maledire. Acqua che stringe i fianchi, tonnara di passanti».

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