giovedì, Agosto 5

Genova, Jurassic City Una città ripiegata su se stessa, governata dalla gerontocrazia e dove il mercato delle badanti è la prima industria

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genova jurassic city

Il passaparola corre rapido di casa in casa: dai villaggi andini peruviani alla sterminata Lima, fino alle popolose città ecuadoregne di Quito e Guayaquil. In questa parte di America Latina tutti sanno che la storia, talvolta, si può percorrere anche al contrario e che è possibile realizzare il sogno del lavoro e del piccolo risparmio dove, in fondo, la tragica epopea della ‘Conquista’ ha avuto inizio: a Genova, la città natale dell’Ammiraglio Colombo, al centro della Liguria, la terra che con la sua forma, evoca malinconicamente ‘un sorriso rovesciato’. Ma per quale motivo questa dolorosa via dell’emigrazione, fatta in primo luogo di madri e di figli, porta proprio all’ombra della Lanterna?

Perché a Genova e in Liguria la richiesta di assistenza familiare è altissima. La spiegazione è tutta racchiusa in due cifre: A Genova gli over 65enni sono oltre 166mila e da soli rappresentano il 27,3% del totale dei residenti. Per ogni bambino con meno di sei anni si contano almeno tre anziani (un rapporto che fino a trent’anni fa era stimato uno a uno). Ancora più alto il dato regionale: la Liguria è la regione più vecchia d’Italia e tra le più vecchie del mondo (il rapporto tra anziani e giovani è di 240 ogni 100 ragazzi): su una popolazione complessiva di 1milione e 587mila abitanti gli over 65enni sono 440mila; si tratta di una percentuale altissima, pari al 27,7%, che in Italia sarà raggiunta solo tra 24 anni.

Nel 2038 i numeri dell’Italia saranno molto simili al dato della Liguria di oggi”, confermano dal Dipartimento di Geriatria dell’Ospedale Galliera di Genova. “Il confronto con gli altri Paesi è ancor più significativo: gli Stati Uniti, per dare un’idea, raggiungeranno il dato ligure fra non meno di mezzo secolo. Per numero di ultra 75enni, la Liguria si pone addirittura al di sopra della nazione più ‘vecchia’ al mondo che è il Giappone“.

Genova, città ‘grigia’ per eccellenza, è anche la capitale degli ultracentenari. Secondo gli ultimi dati forniti dal Comune, sono 295 coloro, che nel 2013, hanno oltrepassato il limite del secolo. Ben 263 sono donne, solo 32 gli uomini. Un dato che fa del capoluogo ligure, tra le grandi città, quella col più alto numero di over 100 rispetto agli abitanti, preceduta solo da Trieste. Che Genova sia una sorta di empireo della longevità lo dimostra il raffronto col 2003 quando gli ultracentenari genovesi erano 136, meno della metà rispetto ad oggi. Un dato assolutamente sbalorditivo se si considera che in soli dieci anni la percentuale degli ultracentenari è aumentata del 117 per cento, mentre gli ultranovantenni hanno registrato un più 78 per cento a dispetto dei giovani, che invece, sono calati del dieci per cento.

Da una decina d’anni, la Liguria è un laboratorio per lo studio e la gestione dell’invecchiamento”, spiega Claudio Regazzoni, vice Presidente di Auser Liguria. “Purtroppo la politica non riesce a prendere coscienza che siamo di fronte ad una rivoluzione demografica che non ha precedenti nella storia

Per il 2015 il già inadeguato Fondo per le non autosufficienze dopo il previsto taglio di 100 milioni passerà a 250 milioni. Esangue rimane anche il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali: appena 300 milioni. Si aggiungano allo scenario i tagli agli Enti locali, ed ecco che la prospettiva in termini di servizi risulta davvero tetra per milioni di italiani. “Di fattoprosegue Regazzonile politiche sociali sono state smantellate nel 2011, quando il Fondo Nazionale subì un taglio di 1miliardo di euro. Risorse mai più ripristinate”.

Come fate a sostenere la situazione ?

Grazie al lavoro svolto negli ultimi 10 anni, in Liguria siamo riusciti a creare una rete di 120 associazioni di volontariato impegnate sul versante dell’assistenza domiciliare agli anziani più fragili. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne sole che cerchiamo di sostenere con visite giornaliere, e nei casi più critici, con permanenze continue a domicilio, anche di una settimana. Inoltre stiamo cercando di rafforzare il cosiddetto ’accompagnamento protetto’, che scatta quando l’anziano deve sottoporsi a visite ed esami nelle strutture sanitarie cittadine. Ma tutto questo, ovviamente, non basta. Non a caso, il ricorso massiccio alle badanti rappresenta la prima, e più immediata risposta, verso un’emergenza che assolutamente va superata.

Liguria come laboratorio per lo studio dell’invecchiamento. Cosa significa?

Significa modificare totalmente l’approccio al problema. Nessuno ne parla, ma siamo di fronte a un cambiamento sociale epocale. Oggi un sessantenne con figli e nipoti, spesso, ha ancora i genitori. Per le famiglie è un carico di enorme impegno e responsabilità. Pertanto occorre investire sulla prevenzione, affrontare l’invecchiamento con un approccio culturale radicalmente nuovo e coinvolgere la società civile per colmare il vuoto tra le generazioni.

In che modo?

A Genova e in Liguria, da 6 anni, abbiamo avviato un progetto basato sull’invecchiamento attivo: ginnastica dolce, turismo, relazioni, lezioni di informatica, apprendimento, cammino, creazione di spazi condivisi. Siamo riusciti a coinvolgere 30mila anziani. E’ la prima regione che ha investito su questo tipo di risposta. L’invecchiamento non va più affrontato solo nell’ambito della malattia. Lo dicono gli studi e lo conferma la nostra esperienza.

Il punto dolente sono i finanziamenti?

Indubbiamente. I piani, le competenze, la forza del volontariato ci sono. Mancano le risorse. E per una regione come la Liguria, con una quantità così alta di anziani, è un problema serio ed urgente. Mi preme un dato. I servizi garantiti dalla rete delle 120 associazioni, attive sui 19 distretti socio-sanitari della Liguria, potevano contare su un finanziamento annuale di 800mila euro erogato, in egual misura, da Regione Liguria e Fondazione Carige. Dopo il noto scandalo che ha investito Carige non potremo più contare sui 400mila euro della Fondazione. Tutto, per ora, è fermo al solo finanziamento regionale. Malgrado il dimezzamento andremo comunque avanti, con la forza di un sogno: fare della vecchiaia un progetto di vita.

 

La fama di ‘Genova Jurassic City’ ha travalicato i confini e ha raggiunto anche il più profondo Est Europa. Kiev, Ternopil, Odessa, Leopoli e soprattutto  Khmelnitsky , centro agricolo della Podolia, la regione ucraina, da cui provengono quasi tutte le donne, arruolate in Italia come badanti. Solo nel Duemila, a Genova, le assistenti ucraine erano appena 72, oggi sono quasi 2mila, sospese tra la necessità impellente di un salario e la preoccupazione per lo spettro di un conflitto, sempre più armato, nel loro paese. Donne eroiche e dolenti, dagli sguardi duri e tristi. In fuga da stipendi o pensioni miserabili, che hanno scelto di sacrificarsi per mantenere i figli all’università o i mariti disoccupati. Il loro guadagno medio è di 700 euro al mese.  A Genova abitano dove lavorano, nelle case degli anziani che assistono. Fanno tutto: pulizia della casa, la spesa, le infermiere. Lavorano anche 60 ore a settimana, spesso senza giorno libero, pure di notte e senza essere pagate di più. La crisi economica ha impattato sugli standard minimi di lavoro, provocando, quasi sempre, un peggioramento. Non hanno uno spazio per loro. Il pochissimo tempo libero lo trascorrono insieme, sedute a piccoli gruppi, sulle panchine di fronte alla stazione Brignole. Rarefatti i contatti con i genovesi. Ma quante sono le badanti a Genova? Impossibile determinarne il numero. Circa 7mila quelle con un contratto di lavoro, almeno il doppio le irregolari sfruttate, che ingrossano l’esercito sommerso del lavoro nero.

Così Genova è diventata in pochi anni la capitale del ‘welfare informale’, settore ad alto tasso di precarietà dove le badanti rappresentano, di fatto, la prima industria. E’ il volto, spesso ignorato, di una città ripiegata su se stessa, curva come le schiene dei suoi anziani. Immagini e situazioni che sono lo specchio di una società genovese ammuffita, stantia, imperniata sulla ‘gerontocrazia’: male tutto italiano, che tuttavia, nel capoluogo ligure, assume le dimensioni e i caratteri di un opprimente e invasivo Stato parallelo. L’immobilità, prima condizione, per assicurare le rendite di posizione alle stesse persone; come i nobili alla reggia di Versailles.

Tutto a Genova è nelle mani di ‘ex brillanti’, ‘ex famosi’, ‘ex dinamici’ ancorati, con tenacia feroce, alle poltrone di innumerevoli consigli di amministrazione, enti, imprese e organi di informazione. Un settore molto influenzato da questo processo, è quello del giornalismo, ambito estremamente delicato, perché è il laboratorio dinamico e concettuale di come il territorio si rappresenta e si auto-rappresenta. Un comparto, in cui la valorizzazione dell’esperienza di un giornalista, e la speculazione diretta al risparmio, da parte dell’editore, vivono in equilibrio su un filo estremamente labile. Il precariato tra i giovani abbonda, mentre giornalisti, ormai in pensione, rioccupano posti di lavoro con contratti di collaborazione.

 “Il problema esiste e va combattuto, spiega Alessandra Costante, segretaria dell’Associazione Ligure dei Giornalisti.In Liguria, contiamo una ventina di casi, tra colleghi pensionati o pre-pensionati, che continuano a lavorare, mediante contratti di collaborazione. Rispetto ad altre regioni si tratta, comunque, di un numero decisamente limitato”.

 Cosa accade in pratica ?

A 58- 60 anni un giornalista raggiunge l’apice della carriera, ma rappresenta un costo. L’azienda decide allora di ricorrere allo strumento del prepensionamento: fa uscire il collega dalla porta principale e lo fa rientrare dalla finestra perché, ovviamente, non vuole rinunciare alle sue competenze e capacità. Scattano così i contratti di collaborazione. L’azienda riduce i costi, ma scarica sull’Inpgi (l’istituto di previdenza della categoria) il fardello del prepensionamento.

Riassumendo, il giornalista continua a prestare servizio nell’azienda che lo ha messo in pre-pensionamento, oppure si ricicla in altre testate, sottraendo collaborazioni e lavoro a colleghi precari e freelance.

Di fatto, è così. Ma su questo punto – sottolinea Alessandra Costante – la linea dell’associazione è molto chiara: l’editore che non vuole privarsi del giornalista ‘esperto’, deve mantenere e rispettare il contratto. Fino ad oggi, a Genova e in Liguria, siamo riusciti a contenere il problema. Inoltre,  grazie alle forti restrizioni previste dalla normativa 416 contenuta nella Legge di riforma dei prepensionamenti, molti di questi contratti di collaborazione andranno sicuramente rivisti.

 

I ‘gerontocrati’, tuttavia, non mollano mai. Li vedi, placidamente adagiati nelle platee di convegni, raduni ed eventi. Eternamente ‘presenti e rappresentanti’ in difesa di un potere, che nella Genova di oggi, inizia comunque a mostrare qualche cedimento.

Emblematico il caso di Carige, la prima banca cittadina che per un quarto di secolo è stata guidata, con il piglio e i metodi del padre – padrone, da Giovanni Berneschi, finito, alla veneranda età di 76 anni, nel mirino della Procura per avere, tra l’altro, distratto e riciclato all’estero 21milioni di euro dal comparto assicurativo di Carige Vita Nuova. Traducendo brutalmente, il banchiere, secondo l’accusa, avrebbe rubato un fiume di denaro alla sua banca. Uno scandalo enorme che ha scosso alle fondamenta i potentati della città di cui Berneschi è stato, per oltre due decenni, collettore di cariche, poteri e soldi.  Proprio le amicizie speciali, i legami forti con i piani alti dell’industria e della politica di sinistra e destra, hanno sgretolato il suo dominio, costruito in larga parte sui prestiti, erogati ai soliti selezionati ‘amici’.

Il potere è in mano alle stesse figure, che invecchiano restando sedute sulle stesse sedie, e inevitabilmente diventano fattore di attrazione di interessi. E’ successo e succede in Italia, ma a Genova, questo andazzo, è legge, attitudine, vizio genetico. Sempre inamovibili, gli over 65 restano una risorsa indispensabile per le famiglie, soprattutto in questo momento di crisi. Del resto, sono loro, in moltissimi casi, a supportare i figli, a sostenere economicamente gli eredi e a mantenere inalterato lo stato delle cose. A Genova scalfire questa diga e rimuovere le incrostazioni, significa intraprendere una sfida titanica. “Ma quando lasciano le poltrone ?”, “Quando si tolgono dalle scatole ?”, “Quando potrà respirare la città ? . Domande spontanee, ancora inevase, lanciate puntualmente dalle nuove generazioni in perenne attesa.  

Una città gestita da ‘over 65’ viaggia fatalmente su ritmi, prospettive e dinamiche ancorate a forme e modalità del passato. L’avidità nel comandare, nell’esserci comunque e dovunque, a Genova si è cristallizzata in una imperturbabile oligarchia ‘agé’ che ‘del largo ai giovani’, semplicemente se ne infischia.

Nicola Camurri, 31 anni, attore, regista ed operatore nel settore della comunicazione e dei new media, ci offre un’analisi cruda e illuminante. “Se si afferma che Genova è seduta o bloccata, si presuppone che prima fosse in piedi o in cammino. In realtà non si è mai mossa, non è mai partita. E chi manca, sempre e comunque, al confronto? I ragazzi e le ragazze che si trovano a dover subire le decisioni prese da altri. Genova, semplicemente, non prevede i giovani, li esclude anche nella fruizione degli spazi. Porto un esempio: nelle giornate del post alluvione, la città distrutta, sporca di fango e decisamente meno superba, ha offerto paradossalmente una delle sue immagini migliori ed esteticamente più coinvolgenti”.

Perché ?

Perché è andata in scena una straordinaria rivoluzione dello spazio. Con le strade sporche di fango, nobili e notabili sono scomparsi, il volto della gerontocrazia si è improvvisamente eclissato, e gli spazi, pur nel dramma, sono diventati accessibili. I ragazzi spalavano, comunicavano, si divertivano, perché erano protagonisti di una costruzione che solitamente viene loro negata. Genova ha restituito un’immagine visiva di sé, completamente rovesciata: pur essendo sporca, la città sorrideva.

Torniamo alle dinamiche di esclusione. Come si manifestano?

Gli esempi sono molti. A Genova le selezioni non si basano sul merito, ma sull’appartenenza e fedeltà ad un gruppo. Funziona così: un giovane che dedica il suo tempo alle relazioni, vince sempre rispetto al collega che coltiva e arricchisce il proprio talento e la propria creatività. Sono regole non scritte che, tuttavia, compromettono la serietà della selezione. E’ un sistema dopato che ha contaminato da tempo anche il sistema teatrale. Gran parte di quel mondo, che ha resistito per anni alla sua stessa mediocrità, lo ha fatto per interventi finanziari e politici esterni che alla lunga hanno minato il sistema stesso. Il risultato di questa dipendenza dal gruppo dominante, di questa impostazione novecentesca, è sotto gli occhi di tutti: viene soffocata la creatività, si ha paura della novità. In questo modo il sistema pubblico finanzia spettacoli che spesso non piacciono.

Altri esempi ?

Il Teatro Stabile di Genova, una delle istituzioni culturali più importanti del paese, ha indetto un bando di concorso internazionale per selezionare il nuovo direttore. Sembra, secondo indiscrezioni, che gli unici candidati siano genovesi. Nemmeno liguri, ma genovesi. E faccio notare che il bando è internazionale. E’ un fatto gravissimo. Vuol dire che la città non attrae. E’ il fallimento di un sistema autoreferenziale.

Allora, cosa rimane ?

I ragazzi genovesi sanno che non è più possibile delegare la rappresentanza. Ma sono disillusi. Ho 30 anni, e quando parlo con ragazzi di 20, ricchi di talento, mi accorgo che si stupiscono perché c’è qualcuno che li ascolta, li apprezza e li incoraggia. In tanti vanno via. Sono giovani laureati che preferiscono fare i lavapiatti in giro per l’Europa,  piuttosto che mettersi a cercare un lavoro adeguato ai loro studi. Sanno che con questo sistema dopato e soffocato dalla gerontocrazia, a Genova è impossibile affermarsi.

 

Questa, dunque, la situazione reale che si vive a Genova: l’enorme fascia della vecchiaia sofferente e assistita, l’anzianità utilizzata come leva del potere perpetuo, il disagio delle nuove generazioni confinate nelle retrovie e nel limbo dell’attesa. Cerchiamo allora un elemento, una storia di speranza. Forse lo sport può aiutare.

Incontriamo Lanfranco Marasso, 49 anni (per i parametri genovesi poco più di un adolescente), Presidente della ‘Quadrifoglio s.r.l. Sportiva’,  la società che a Genova, per conto del Comune, gestisce Villa Gentile, campo scuola di Atletica Leggera, centro nevralgico dell’attività agonistica di tutta la Liguria e unico impianto genovese idoneo ad ospitare gare ufficiali previste dal calendario nazionale di atletica leggera.

Marasso, cosa offre Genova ai ragazzi che vogliono praticare sport ?

E’ una città sostanzialmente sacrificata al calcio che è riuscita anche nell’impresa di abdicare al ruolo di capitale italiana ed europea dell’Atletica. Fino agli Anni ‘80 disponeva di 5 impianti, senza contare il Palasport, teatro, per almeno due decenni, di record e imprese leggendarie. Col tempo, per mancanza di sensibilità, questo patrimonio si è dissolto. Tra le strutture destinate esclusivamente all’atletica è rimasto il campo scuola di Villa Gentile, l’unico del levante ligure fino a La Spezia.

L’impianto di Villa Gentile era gestito da Sportingenova, società del Comune, liquidata con un passivo spaventoso di 31 milioni di euro. In seguito, si è candidata la Quadrifoglio, che mediante un bando, ha assunto la gestione del campo scuola per 15 anni.

Cosa vi ha spinto ad intraprendere questa avventura?

L’amore per l’atletica e per la città. Il mio ’vero’ lavoro di dirigente industriale mi porta a girare il mondo. Il raffronto tra Genova e altre città estere, per certi aspetti, è avvilente. Nella gestione di Villa Gentile siamo concentrati su alcuni obiettivi: buona gestione, sostenibilità economica, equilibrio amministrativo, fare dell’impianto un elemento aggregatore per i giovani atleti, e realizzare un progetto di profonda ristrutturazione. Il tutto, mantenendo ovviamente inalterata la natura della convenzione con il soggetto pubblico che stabilisce le tariffe. Faccio un esempio: un genovese non tesserato, presentando un certificato medico, spende solamente un euro al giorno per correre sulla pista. Un’altra opportunità è offerta dalla ‘running card’ annuale, che ha un costo di 25 euro e permette ad amatori e agonisti di prepararsi alle competizioni.

Difficoltà?

Molte. Gestire Villa Gentile costa 120mila euro all’anno, 10mila euro al mese. La nostra è una società con una forte componente volontaristica. Siamo impegnati in una fondamentale missione sociale e applichiamo tariffe calmierate, oltretutto in uno sport considerato ‘povero’. Nello stesso tempo, però, dobbiamo rispettare una montagna di adempimenti: bilanci, sicurezza, burocrazia, complessità normativa. Una mole assurda. Talvolta ho quasi la sensazione che l’Amministrazione pubblica non sia più partner, ma controparte. Dovessi rivolgere un appello al Presidente del CONI Giovanni Malagò, lo esorterei a farsi garante delle società sportive dilettantistiche, affinché sia avviata rapidamente una radicale semplificazione rispetto alla pubblica amministrazione. Per la gestione dello sport sarebbe un bel passo avanti.

Malgrado gli ostacoli, quali risultati avete raggiunto?

Con 60mila presenze annue e 200 ragazzi al giorno, siamo il punto di riferimento delle scuole genovesi. Si devono poi aggiungere i frequentatori ‘extra-scolastici’ che sono 100mila. Abbiamo raggiunto il pareggio di bilancio, sia nel 2012, che nel 2013. Abbiamo creato 4 posti di lavoro a tempo indeterminato. Questi numeri sono la nostra forza.

 

Operazione coraggiosa e virtuosa, che tuttavia è solo una goccia, nel mare di difficoltà che incontrano i giovani a Genova. Mancano spazi per lo sport e per la cultura, e laddove esistono forme di autogestione, come è accaduto per il Centro Sociale ‘Buridda’, vengono combattute risolutamente, senza offrire alternative o prospettive. I giovani del centro sociale, la primavera scorsa, sono stati cacciati, con un blitz della Polizia, dalla sede abbandonata dell’ex facoltà di Economia, che avevano occupato nel 2003. Imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata del tutto ignara rispetto all’operazione di sgombero, e silenzio totale anche nei mesi successivi. Così le istituzioni, con le armi della forza e dell’indifferenza, hanno sancito la condanna di un’esperienza, condotta certamente da un collettivo politicamente e culturalmente schierato, ma che ha rappresentato la carenza di spazi, il vuoto di proposte e l’isolamento di una generazione.

Nella cultura genovese l’espressione dialettale ‘maniman’, incarna il pensiero tipico della città. ‘Maniman’ significa timore, accenno a un pericolo che potrebbe manifestarsi. E’ una forma di prudenza rinunciataria, diventata nei secoli, filosofia e carattere peculiare di un popolo: meglio non rischiare, mai. Ma nello stallo di questi anni, proprio l’atteggiamento ispirato dal ‘maniman’, rischia di diventare miscela micidiale, per una città, che al contrario, ha fame di energia, freschezza e innovazione. Spinte che necessariamente, solo le nuove generazioni possono trasmettere. Anche con l’azzardo e l’incoscienza.

 

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