sabato, Maggio 8

Genocidio Rwanda: ricordando le vittime Hutu field_506ffbaa4a8d4

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La necessità di sterminare gli hutu moderati fu sottolineata dalle azioni del Generale hutu di Butare Marcel Gatsinzi, che tentò di impedire all’Esercito nazionale di partecipare al genocidio, negoziando un cessate il fuoco con i ribelli tutsi del FPR. Il tentativo del Generale hutu Gatsinzi mise in pericolo l’intero piano genocidario e il Clan Akazu. Se fosse riuscito nel suo intento, Gatzinzi avrebbe permesso ai ribelli tutsi di giungere velocemente a Kigali e di unirsi alla parte dell’Esercito hutu insorto contro il proprio Governo, che avrebbe potuto contare solo sui reparti di Polizia e sulle milizie genocidarie, forze non addestrate per fronteggiare un Esercito preparato e motivato. La sconfitta militare sarebbe stata rapida e certa. Il Generale Gatsinzi non pianificò mai l’insurrezione dell’Esercito. Molti storici convengono che essa sarebbe avvenuta spontaneamente. L’Esercito versava in condizioni pietose, mal pagato e alloggiato in caserme fatiscenti. Non avevano alcun motivo di lealtà verso il Governo della vedova Habyarimana.

L’unica arma utilizzata per assicurarsi la lealtà fu l’odio etnico profuso per decenni. Dal momento che i soldati hutu iniziarono a massacrare i civili non vi fu, per loro, nessuna possibilità di resa, essendo considerati, a tutti gli effetti, nemici da abbattere dal movimento armato di liberazione FPR.
Il Clan Akazu comprese i piani, riuscendo a bloccare i propositi di pace del Generale Gatsinzi, sostituendolo con il Boia di Kigali, il Generale Augustin Bizimungu, che pronunciò la famosa frase: «I ribelli del FPR governeranno su un deserto».   Fuggito nello Zaire, dopo la sconfitta nel 2000, scappò in Angola, per lavorare con i ribelli della UNITA. Nell’agosto 2002 fu arrestato e trasferito presso il Tribunale per Crimini di Guerra in Tanzania. Nel 2008 fu processato assieme al Comandante del Battaglione di Riconoscenza François-Xavier Nzuwonemeye e il Colonnello Augustin Ndindiliyimana capo della Gendarmeria Nazionale. Nel maggio 2011 fu condannato a trenta anni di prigione per aver partecipato al genocidio.

Gatsinzi, dopo il conflitto, fu integrato con pari grado nel nuovo Esercito, ricoprendo il ruolo di Vice Capo dello Stato Maggiore dal 1995 al 1997, quando gli fu assegnato, fino al 2000, l’incarico di coordinare la Gendarmeria Nazionale, e, successivamente, divenne Segretario Generale dei Servizi Segreti fino al 2002. Nel 2003 fu nominato Ministro alla Difesa, incarico che ricopri’ fino al 2013, quando divenne Ministro degli Affari dei Rifugiati, lasciando il posto di Ministro della Difesa a James Kabarebe un giovane stratega che aveva lanciato l’attacco a Kinshasa nella seconda guerra Pan Africana combattuta in Congo e delle operazioni militari all’est, nelle province di Nord e Sud Kivu.

Dopo aver decimato l’élite politica e militare ‘sospetta’, il massacro degli hutu moderati continuò nelle prime due settimane dell’Olocausto per diminuire  sensibilmente alla terza settimana, quando il Clan Akazu ordinò alle milizie di evitare inutili massacri di hutu. Il Governo genocidario ordinò di offrire agli hutu recalcitranti a partecipare al genocidio la scelta di essere perdonati e di unirsi alle forze del terrore per avere salva la vita. Spesso la prova di fedeltà alla causa HutuPower avveniva con l’ordine di uccidere il proprio coniuge e prole nel caso di famiglie miste. Negli altri casi i genocidari portavano al cospetto del hutu recalcitrante un bambino tutsi e un machete, ordinandogli di fare a pezzi l’innocente fanciullo per dimostrare la sua lealtà alla causa. Molti hutu del sud accettarono, per spirito di sopravvivenza.

Secondo le testimonianze riportate da alcuni sopravvissuti si sono registrati anche casi di doppio gioco da parte degli hutu del sud. Tra quelli unitisi alle milizie vi erano individui che parteciparono ai massacri dei tutsi, ma fecero scappare dei tutsi loro vicini o conoscenti. Tra i soldati hutu del sud, qualche centinaio che riuscì a disertare scappando dal Paese. Altri non ebbero la stessa opportunità ma fornirono al ‘nemico’ (il FPR) informazioni militari utili sulle posizioni tenute dall’Esercito, volume di fuoco, armi utilizzate, munizioni disponibili e catena logistica di approvvigionamento. Molti di questi doppio giochisti furono processati a fine genocidio per i crimini commessi, ricevendo pene secondo la gravità dei crimini. In alcuni casi la testimonianza di tutsi sopravvissuti o di soldati del FPR relativa all’aiuto ricevuto dal hutu del sud imputato, causarono una diminuzione della pena e (in casi rarissimi) la sua cancellazione per l’integrazione immediata nella nuova società.

Anche le donne hutu sposate con i tutsi erano divenute un target. Nel 1996, il rapporto redatto dall’inviato speciale ONU, Rene Degni-Segui, informò che queste donne furono vittime di stupri di massa, durante i quali molte morivano subito per emorragie interne, altre morivano successivamente per aver contratto l’AIDS. Altre furono risparmiate a condizione che uccidessero personalmente il marito e la prole. Particolarmente significante la testimonianza della donna hutu, Maria Louise Niyobuhungiro, riportata all’inviato speciale ONU. Niyobuhungiro fu violentata per due settimane da dieci soldati hutu cinque volte al giorno e tenuta prigioniera in una fattoria sotto la sorveglianza di donne hutu del nord fedeli alla causa. Niyobuhungiro era accusata di aver favorito la fuga di suo marito tutsi e dei suoi due figli. Quando le forze democratiche del FPR liberarono la zona la trovarono ancora viva fornendo le cure mediche necessarie. Morì di AIDS dieci anni dopo l’Olocausto.

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