martedì, Maggio 11

Genocidio armeno, la ‘massima pressione’ di Biden su Erdogan Una presa di posizione ufficiale sulla questione del genocidio armeno rappresenta, per Washington, un modo di fare sentire ad Ankara la sua insoddisfazione per lo stato dei rapporti fra USA e Turchia

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Negli scorsi giorni ha sollevato una certa attenzione la decisione dell’amministrazione statunitense di prendere una posizione formale sul tema delgenocidioarmeno, ovvero la deportazione e l’uccisione di un numero compreso fra un milione e un milione e mezzo di sudditi armeni da parte delle autorità ottomane nel periodo compreso fra il 1915 e il 1916. Quello delle ‘stragi armene’ è un tema caldo già dagli anni in cui queste hanno avuto luogo. Raccontate o da testimoni come Armin Wenger e Rafael de Nogales (Nogales Bey), esse sono state ampiamente sfruttate dalla propaganda dell’Intesa durante la Grande guerra. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la questione ha assunto nuovo rilievo, anche alla luce dell’esperienza della Shoah. Nel 1965, l’Uruguay è stato il primo a riconoscere quello armeno comegenocidio’. Questa scelta è stata seguita, negli anni successivi, da altri trentuno Paesi. Gli stessi Stati Uniti hanno preso posizione in tal senso. Da ultimo, fra il novembre il dicembre 2019, il Senato e la Camera dei rappresentati hanno approvato risoluzioni sulla questione del genocidio armeno, risoluzioni che si sono, tuttavia, scontrate con l’opposizione del Presidente Trump.

Il tema è effettivamente sensibile. Al di là della posizione (prevedibilmente critica) di Ankara, la stessa comunità scientifica è divisa riguardo all’‘etichetta’ da attribuire ai fatti del 1915-16, così come ai precedenti ‘massacri hamidiani’ del 1894-97. Senza negare la portata degli eccidi, diversi autori hanno messo in dubbio il loro intento genocidario; altri hanno rilevato il rischio insito nell’attribuzione ‘ex lege’ della qualifica di genocidio alla vicenda armena. Tuttavia, soprattutto dagli anni Novanta e con più frequenza nel decennio successivo, un numero crescente di governi, parlamenti e organizzazioni internazionali ha preso posizione sulla questione, con atti che vanno dalla ‘semplice’ qualificazione degli eventi come genocidio alla (talora contestata) introduzione di leggi antinegazioniste. La reazione delle autorità turche è stata in genere dura. Per esempio, le dichiarazioni di Papa Francesco dell’aprile 2015 sul carattere genocidario degli eccidi armeni hanno portato al temporaneo richiamo dell’ambasciatore turco presso la Santa Sede, mentre le ripetute prese di posizione delle istituzioni europee hanno contribuito al deterioramento delle relazioni fra Ankara e l’UE dopo l’inizio degli anni Duemila.

È, quindi, assai probabile che l’iniziativa della Casa Bianca finisca per avere ricadute sui rapporti fra Washington e la Turchia. Negli ultimi anni, questi si sono notevolmente deteriorati, complice il ruolo che il governo di Ankara ha assunto nella guerra civile siriana e i suoi ripetuti flirt con quello russo. Proprio la presunta vicinanza di Ankara alla Russia di Vladimir Putin (simbolicamente manifestata dall’acquisto, da parte turca,del sistema antimissile russo S-400) ha portato, negli anni dell’amministrazione Trump, all’adozione di una serie di provvedimenti a carico della repubblica anatolica, fra cui la sua estromissione dal programma F-35. Le ambiguità della politica turca in Siria e le crescenti tensioni con la Grecia sulla questione di Cipro e per lo sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale sono stateinoltre, motivo di frizione con diversi alleati della NATO, organizzazione di cui Ankara è tradizionalmente stata uno dei pilastri. Data l’attenzione che l’amministrazione Biden ha dichiarato di volere dedicare alla NATO e al rilancio delle relazioni transatlantiche, è possibile che anche queste frizioni si trasformino – nei prossimi mesi – in oggetto di contesa fra Washington e Ankara.

Non si tratta di problemi contingenti. Sebbene, negli ultimi tempi, l’estraniazione della repubblica anatolica dai suoi alleati della guerra fredda abbia subito un’accelerazione, le radici di tale processo affondano nei cambiamenti che, negli anni Novanta, hanno sperimentato gli equilibri regionali e lo stesso sistema politico turco. Qui, il venire meno delle ‘gabbie’ imposte della contrapposizione USA-URSS ha permesso il riemergere di aspetti sino allora compressi dalle più stringenti necessità della politica internazionale. È a questo che si legano i successi dell’AKP, il consolidarsi dell’erdoganismo e, in politica estera, l’emergere di quelle che sono state chiamate le ambizioni neo-ottomane’ di Ankara. Per gli Stati Uniti, gestire questi fenomeni costituisce una sfida importante, soprattutto se l’intento è quello di riaffermare – agli occhi di alleati e rivali – il loro ruolo internazionale. Su questo sfondo, una presa di posizione ufficiale sulla questione del genocidio armeno rappresenta, per Washington, un modo di fare sentire ad Ankara la sua insoddisfazione per lo stato dei rapporti fra i due Paesi. Una sorta di ‘strategia della massima pressione’ che rischia, però, di esacerbare i già cattivi rapporti fra i due ex alleati.

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