martedì, 31 Gennaio
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Generazione uteri: cicogne in affitto e donate

In questi giorni di gran parlare di stepchild adoption, uteri in affitto, famiglie arcobaleno e di diritti più o meno negati che coinvolgono una discreta parte della nostra società, la scienza fa il suo corso e pigia il piede sull’acceleratore della fecondazione medicalmente assistita. Che lo si voglia o meno, i bambini nascono comunque e comunque vengono iscritti all’anagrafe. Il nodo, semmai, sta nel dichiarare chi siano i genitori e come sia composta la famiglia. Ma per i ricercatori questi sono dettagli di relativa importanza: la loro missione è di dare concretezza a un sogno e di consegnare un bebè in braccio a una coppia felice di accoglierlo, etero oppure omossessuale che sia. Un bimbo che assuma il ruolo di un frutto prezioso ricevuto grazie a un aiuto senza il quale non si sarebbe potuto dar seguito a uno dei più potenti istinti di tutto il regno animale, uomo compreso: lasciare una traccia di sé (e del proprio patrimonio genetico) dopo la morte. Senza questa poderosa spinta, l’umanità e tutto il regno animale avrebbe rischiato l’estinzione. E allora?

Se un tempo la colpa della sterilità era tutta femminile, al punto che le mogli venivano ripudiate se non mettevano al mondo uno stuolo di eredi, si è poi scoperto che anche per gli uomini può esistere un problema di fertilità: a quel punto, è iniziata una nuova sfida ad ampio raggio per permettere a coppie eterosessuali di avere dei figli. In poche parole, di “sopperire” a una natura ostile, che non consente di procreare per i più svariati motivi, e di dare voce a uno dei desideri più naturali che esistano. Anche perché i problemi di fertilità sono sempre più frequenti e sempre più spesso legati all’età anagrafica e biologica, soprattutto della donna, ma pure alle malattie sessualmente trasmesse, a tumori, anomalie fisiche, genetiche, a liquido seminale dallo scarso o nullo potere fecondante… È la natura che cambia, ma sono anche gli stili di vita che vanno a interferire: nella nostra società, l’età biologica migliore per avere un figlio non coincide praticamente più con il momento più adatto nella vita delle persone. In genere, si è spostato tutto più in là nel tempo, cioè quando si è raggiunta una certa stabilità economica e incontrato il partner adatto. Un figlio è sempre più un lusso o un ostacolo alla propria vita professionale, è un impegno verso la coppia genitoriale e, soprattutto, verso il nuovo nato e richiede sacrifici in termini economici, di tempo e di scelte. Inoltre, non sempre si trova al primo colpo il compagno della propria vita. Si rimanda e, alla fine, magari, ci si ritrova con il proprio orologio biologico che decreta la fine dei giochi o, anche, ci si accorge di avere problemi silenti che non consentono più di avere un bebè.

Non tutto è perduto. Gli esperti di fertilità, negli anni, hanno studiato e applicato con successo varie tecniche di procreazione medicalmente assistita. Perché rinunciare alla gioia di un figlio proprio se è possibile ricorrere a soluzioni mediche? Soprattutto con il congelamento degli ovuli e dello sperma, ma anche degli embrioni, si può conservare, nel tempo, il potenziale generativo proprio o di donatori anonimi. Senza entrare nel merito di questioni etiche, che comunque meritano certamente attenzione, è interessante ricordare in modo essenziale qual è il ventaglio di possibilità che la procreazione medicalmente assistita offre. Prima di tutto, la fecondazione omologa, ossia quella che avviene attraverso ovulo e spermatozoo della coppia, con una gravidanza portata a termine dalla donna. La fecondazione eterologa, invece, utilizza una, o entrambe le cellule germinali di donatori terzi alla coppia, con una gestazione che, però, avviene all’interno della coppia. In Italia, oggi, questo tipo di fecondazione è consentito e non si deve più andare all’estero. Non è una scelta semplice perché uno dei due partner, o entrambi, non si ‘riconoscono’ in quel bimbo, frutto del potere generativo di altre persone. In passato, quando gli uomini esercitavano un potere assoluto sulle donne, il solo sospetto che il figlio in arrivo non fosse proprio, ma frutto di un tradimento, legittimava azioni sanguinarie per lavare l’onta e riacquistare l’onore e la supremazia generativa. Avviene spesso anche nel regno animale: eliminare la prole del maschio rivale per garantire alla propria stirpe un maggiore vantaggio e possibilità di sopravvivenza. Si tratta di una legge atavica.

La questione non è semplice. Senza voler approfondire e banalizzare gli aspetti psicologici ed etici che riguardano queste nascite, si deve dire o no la verità? Si deve rivelare al figlio, e alle nonne, ai nonni e a tutto il parentado, che non è del tutto appartenente al clan in cui muoverà i primi passi, oppure è meglio scegliere la via della riservatezza e lasciare che si trovino somiglianze che in realtà sono dovute alla ricerca di un donatore con le caratteristiche fisiche più vicine alla felice coppia di neo-genitori? Non solo: portare in grembo il figlio del proprio compagno, ma generato grazie all’ovulo di una sconosciuta, oppure il contrario, vedere la propria partner dare alla luce il figlio di un altro crea o no problemi alla stabilità della coppia? Si ‘sentirà’ quel bebè come proprio? Se questi sono aspetti da non sottovalutare, esiste anche un problema più pratico legato all’anonimato del donatore e all’accesso alla sua cartella clinica: può essere che, nel tempo, si manifestino dei problemi di salute legati alla sua familiarità e alla sua genetica. Il bambino dovrebbe poter accedere ai dati sensibili che lo riguardano, ne va della sua salute. Ma potrebbe anche voler conoscere e dare un volto a chi gli ha permesso di venire al mondo…

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