venerdì, Maggio 7

Gemini 3: due uomini nello spazio

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Il 23 marzo 1965 fu lanciato Gemini 3, il primo volo spaziale effettuato da una capsula con un equipaggio composto da due persone nell’ambito di un programma americano che prevedeva una presenza più articolata a bordo delle navicelle extra-atmosferiche. Da questo il nome della missione, che ricordava tanto una costellazione quanto quella vita prenatale in coppia nel sacco amniotico.

Gemini è stato il secondo programma di volo umano nello spazio intrapreso dagli Stati Uniti, eleborato in preparazione del programma Apollo, progettato proprio per lo sbarco umano sulla Luna e, infatti, il suo scopo ebbe la finalità di sviluppare le tecniche per i viaggi avanzati al di fuori della Terra. Che la destinazione finale, poi, fosse Luna o Marte era un’idea dei suoi ideatori e anche del denaro che si pensava di investire. Le cose, a prescindere da quanto constatato, ebbero in seguito un risvolto assai diverso, in quanto se è vero che il 1969 fu l’anno della Luna e tutto il mondo, ma non Cina e Corea del Nord, si identificò con Neil Armstrong che affermava «un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità», dopo poche missioni l’interesse fu così appassito che la Nasa decise bene di anticipare la chiusura di Apollo e investire i suoi soldi su altre rotte del sistema solare.

Gemini, ideato nel 1963, era in origine un semplice sviluppo del programma Mercury, il primo impianto statunitense a prevedere missioni spaziali con equipaggio, avviato nel 1958 con il solo obiettivo di mettere un uomo in orbita attorno alla Terra ma alla fine la progettazione e le ricerche iniziali sancirono la nascita della Nasa perché l’America comprese che sarebbe stato necessario un salto di qualità se avesse voluto realmente mantenere gli impegni presi con il suo popolo.

In effetti le capsule Gemini, a differenza delle Mercury, potevano alterare la loro orbita ed erano anche in grado di agganciarsi ad altre navicelle, una delle quali, l’Agena Target Vehicle, che aveva un suo grosso motore a razzo usato per eseguire ampi cambi orbitali. Passaggi di grandissimo valore tecnologico che hanno rappresentato il valico continuo delle frontiere tecnologiche sperimentando nuove procedure e validando processi sempre più sicuri.
Si era ai primi passi della ricerca spaziale e la Nasa si muoveva faticosamente anche nel reclutamento degli equipaggi da inviare nello spazio: ma quando nel 1962 l’ente spaziale americano decise di assumere un gruppo di astronauti per un massimo di dieci posti da portare nei ranghi del programma Gemini, furono ben 253 le candidature presentate. Un numero che delineava ancora una volta lo spirito di intraprendenza e di avventura degli abitanti del Nuovo Continente.

Il primo lancio di prova, denominato Gemini-Titan 1 (GT-1), venne effettuato l’8 aprile 1964 e dopo sei minuti dal distacco dalla rampa entrò in funzione il secondo stadio, su cui era montata la capsula Gemini; la missione entrò in un’orbita stabile intorno alla Terra ed effettuò i tre giri completi programmati.
Occorre per questo ricordare che quando agli inizi di ottobre del 1958 gli Stati Uniti d’America decisero di mettere in atto un programma di missioni spaziali, il Langley Research Center fu chiamato a sviluppare un progetto con United States Air Force, adottando razzi del tipo Atlas e Redstone quindi una estrema sinergia tra due campi applicativi molto diversi. Sin dai primordi l’idea vincente fu quella di suddividere il missile in più elementi sovrapposti: i razzi più potenti spingono il primo stadio del missile, quindi i razzi successivi. Nel complesso è possibile che il peso di tutti i razzi di un missile multistadio sia minore di quello di un missile unico e questo facilita anche il lavoro già in fase di progettazione, perché occorre realizzare propulsori che devono garantire una vita utile di pochi minuti poi, se si guastano, non è più un problema.

Quanto al primo Gemini, non essendo comunque programmato un distacco la combinazione si spense poco a poco e come previsto, terminate le orbite rientrò sopra l’Oceano Atlantico meridionale.

Dopo questo successo, la Nasa rese noto al pubblico l’equipaggio per la prima missione in coppia: Virgil Gus Grissom e John W. Young, ma a causa di un guasto avvenuto a metà agosto 1964, un semplice fulmine infranto sulla rampa di lancio n. 19 di Cape Canaveral, vennero sospese tutte le esercitazioni programmate per la missione Gemini e il programma riprese solo all’inizio del mese di settembre. Le cose poi continuarono a soffrire di ritardi e il conto alla rovescia per il lancio della missione Gemini-Titan 2 (GT-2) venne interrotto un secondo dopo l’accensione dei motori principali, il 9 dicembre 1964 in seguito all’allarme dato da un’unità di controllo automatica che segnalò la perdita di pressione idraulica nel sistema di pilotaggio del primo stadio del razzo. La missione venne finalmente effettuata senza riscontrare problemi solo il 19 gennaio 1965. Si trattò di un semplice volo balistico con distacco della capsula Gemini che rientrò poco dopo in atmosfera.

Tutto finalmente era pronto per la missione umana. La capsula che avrebbe imbarcato per la prima volta due uomini a bordo per essere lanciata nello spazio venne trasportata a Cape Canaveral il 4 gennaio 1965. Il 23 gennaio seguì il razzo vettore del tipo Titan ed il tutto venne assemblato il 17 febbraio. Seguì comunque un ulteriore mese di prova del complesso dei sistemi ivi installati. Si trattava di un veicolo la cui massa superava di poco le tre tonnellate, che avrebbe volato per 88 minuti lungo un’orbita il cui perigeo era di 161 km. e l’apogeo di 224 km. Il lancio di Gemini 3 venne effettuato puntualmente. Oltre agli esperimenti di carattere tecnico erano previsti tre test scientifici durante la fase di volo. Questi però riuscirono solo in parte.

I comandi erano ben stretti dai due piloti prescelti. Grissom era il comandante della missione: veniva dallo Stato dell’Indiana e la sua era una carriera militare in piena regola, con oltre cento missioni di combattimento in Corea e la frequentazione della scuola per collaudatori alla base Edwards in California. La Nasa pensava a lui come il primo uomo a dover mettere piede sulla Luna.
Young invece svolse su Gemini 3 il suo volo con l’incarico di manovrare e lavorare sul primo computer che si trovava nello spazio. E qui val la pena raccontare un aneddoto che rende i piloti delle astronavi più umani di quanto non possano apparire nell’immaginario generale. Durante la missione, infatti, si scoprì che Young aveva portato a bordo un sandwich. Su Gemini 3 si sarebbero dovuti testare i prodotti di alimentazione appositamente preconfezionati per le missioni di lunga durata e non apparivano per niente appetitosi a quel che sembra. Per quanto gli osservatori dell’epoca avessero assicurato che Grissom chiedeva con insistenza un cibo meno plastificato, la pressione del pilota era soltanto uno scherzo, invece all’improvviso a bordo della capsula si finì per consumare un panino di quelli assolutamente sbriciolosi che ancora oggi circolano implacabilmente nei drugstore americani. La trasgressione non fu gradita da Houston, specie quando si mostrarono evidenti le molliche che volarono impazzite, in assenza di peso per tutta la missione. Fortunatamente non accadde nulla e ambedue i piloti, nonostante la biricanata, furono comunque reclutati per la missione Gemini 6.

Il rientro della Gemini 3 avvenne secondo procedure: dopo tre orbite terrestri vennero accesi i retrorazzi e lo splashdown fu effettuato in due distinte fasi ma questo comportò problemi assai gravi all’equipaggio. Il casco di Young si graffiò fortemente mentre la visiera di Grissom si spezzò ma senza conseguenze. Però la resistenza all’aria della capsula spaziale era stata calcolata erroneamente e Gemini 3 ammarò a circa 84 km. di distanza dal punto preventivamente indicato. L’elicottero di recupero, partito dalla portaerei USS Intrepid impiegò così circa 30 minuti per raggiungere la capsula. Un tempo assai lungo che fece innalzare la temperatura nello spazio angusto e il dondolio della capsula inflisse mal di mare agli astronauti.

Purtroppo per Grissom, non gli fu possibile la missione lunare. L’astronauta, infatti, morì con Edward White e Roger Chaffee nell’incendio dell’Apollo 1 a Cape Kennedy e adesso riposa nel Cimitero nazionale di Arlington. Nel marzo del 1971 Young ha comandato Apollo 16 e fu la nona persona che pose il piede sulla Luna. Da una decina d’anni si è definitivamente rititato dalla vita pubblica.

 

 

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