lunedì, Ottobre 25

Gelli e Cossiga, misteri d’Italia Sullo sfondo il corpo ancor oggi 'caldo' di Aldo Moro. E un Paese di ricatti, ricattatori e 'bisignani'

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Con l’addio di Licio Gelli, Gran Maestro Venerabile della Loggia Propaganda 2, in sintesi P2, si stende ancor più inscalfibilmente fitto il velo su alcuni ‘misteri d’Italia’. Nato a Pistoia il 21 Aprile 1919 e morto ‘serenamente’ il 15 Dicembre 2015, abbondantemente novantaseienne, nella ‘sua’ Arezzo, Gelli ne porta molti con sé. La sua piccola attività imprenditoriale gli servì per costituire un ramificato sistema di potere ed influenza. Il 17 marzo 1981 i giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone, nell’ambito di una loro inchiesta, portarono alla luce Liste e Documenti della P2. Il resto, più o meno, di conseguenza. Fra le varie condanne di Gelli anche quella per depistaggio delle indagini sulla strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980.

Gelli era un vero ‘burattinaio‘, come amava definirsi, dotato di effettive leve di azione, e ricatto, sia economiche che politiche. Ma era anche un abile millantatore. Come più o meno tutti in quel campo, in cui verità e menzogna, reale capacità di influenza e capacità di influenza indotta dal far credere di averla, strettamente si intrecciano. Sino alla fine ha continuato a ‘lanciare messaggi‘, che comunque mettevano in imbarazzo gli interlocutori diretti, ed ancor più quelli indiretti. Quanti, cioè, capivano dove veramente voleva andare a parare. E gli offrivano gli estremi, piccoli e grandi favori.
Eppure basterebbe andare a riprendere le pagine della benemerita Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, articolatasi nelle VII Legislatura del Parlamento italiano dal 10 Novembre 1981 all’11 luglio 1983, per vedere come molte cose siano state individuate. Ma, come noto, niente è più inedito di quanto già pubblicato. La tenace attività della Presidente Tina Anselmi, che vincendo resistenze ed attacchi d’ogni genere ne portò felicemente in porto i lavori, ci ha consegnato un documento che assieme agli scenari delineati dalle sentenze della magistratura tratteggia un quadro realistico, anche se incredibile, dell’Italia di allora. E, ancor di più e soprattutto, di ora, ché quel malaffare è innervato nel nostro tessuto sociopolitico, ed anzi ancor più si è diffuso.

Fa il paio con quella di Gelli la precedente scomparsa di un uomo misterioso, e dei misteri amante, come Francesco Cossiga, Capo dello Stato dal 1985 al 1992, dopo essere stato Ministro dell’Interno durante la ‘vicenda Moro’. Nato a Sassari il 26 Luglio 1928, morto a Roma il 17 Agosto 2010. Più che altro di noia, che nascondeva sotto la ricorrentemente prospettata depressione. I cinquantacinque giorni del ‘Sequestro Moro‘, dal 16 Marzo al 9 Maggio 1978, e quelli ancor più orribili che li hanno seguiti sino ad oggi, sono uno dei tanti rimossi, e quindi malefici rimorsi, del nostro Paese. Una ‘storia’ che, assieme ad altre, accomuna Cossiga e Gelli. Ora sono in corso i lavori dell’ennesimo strumento parlamentare, la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, presieduta dal Deputato Giuseppe Fioroni. Il 10 Dicembre 2015 ha tirato un bilancio dei propri lavori, che continuano con molta ‘buona volontà’ e non straordinari nuovi risultati sinora. Si spera con maggior profitto nell’anno entrante.

Una domanda, però, lega tutto. Come certe ‘cose’, certi personaggi, abbiano potuto allignare. E come, ancor oggi, sia possibile che un ‘signore’ come Luigi Bisignani, al centro di trame, controtrame e condanne, possa continuare a determinare, e non marginalmente, politica ed informazione italiana. Basta aprire certi giornali, e seguire certe catene editoriali, come ad esempio ‘QN‘, il ‘Quotidiano Nazionale‘ di Andrea Riffeser Monti, e non solo questo, per vederne le evidenti tracce. Sentenze passate in giudicato, processi in corso, indagini in itinere, ma ancor più quello che ‘comunemente’ si sa, dovrebbero isolarne peso ed influenza. Eppure il nuovo e più raffinato Gelli sembra inarrestabile. In entrambi i sensi. Come ha avuto giustamente modo di affermare non molto tempo fa Marco Tarquinio, Direttore del quotidiano cattolico ‘Avvenire‘, «non siamo bisignani». Ma per molti altri, purtroppo, è difficile da dirsi, impossibile da farsi in questo nostro strano Paese. Anche vedendo come ora che ‘finalmente’ Licio non c’è più, e viene quindi meno pure la sua eventuale residua deterrenza, crocianamente molti si trovano comunque a sostenere un nostrano «non possiamo non dirci gelliani». O bisignani.

 

 

 

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