venerdì, Settembre 24

Geert Wilders, l’aspirante primo leader populista dell’Europa

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Geert Wilders è il leader del movimento di ultradestra olandese Partito per la libertà, il PVV (Partij voor de Vrijheid), che aspira a vincere le elezioni di oggi per rivoluzionare il Paese e diventare un simbolo del successo del populismo in Europa. È entrato per la prima volta sulla scena politica nel 1990, quando si è affiliato al Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie), guidato dal Primo Ministro Mark Rutte, creato dalla fusione di due gruppi liberali e progressisti distanti dal suo attuale profilo di estremista di destra. Per otto anni il giovane Wilders ha scritto i discorsi dei leader del partito, prima di entrare in Parlamento come deputato.

Nel 2004, si è opposto alla richiesta turca di ingresso nell’Unione europea, ha abbandonato il partito Vvd ed è diventato un politico indipendente. Due anni dopo, nel 2006, ha fondato il Partito per la libertà (Pvv) e da allora ha cominciato a raccogliere sempre più consensi con messaggi contrari all’islam, all’Unione europea e all’immigrazione. È lui il principale sostenitore della Nexit, cioè dell’uscita dell’Olanda dall’Unione europea, su cui ha detto di volere un referendum sul modello di quello britannico di giugno del 2016.

Il linguaggio da lui usato nei confronti dei musulmani ha fatto sì che lo scorso 9 dicembre un tribunale olandese lo condannasse per incitamento alla discriminazione e insulto ai marocchini: il riferimento era a un comizio del 2014, quando Wilders spinse un gruppo di sostenitori a cantare «Meno! Meno! Meno!», riferendosi ai marocchini in Olanda.

La battaglia di Wilders contro l’islam include l’auspicio di divieto del Corano e di ripristino dei controlli alle frontiere, nonché le critiche alla «mancanza di uguaglianza» tra i sessi nella religione. Posizioni che hanno portato a un battibecco pubblico anche con la regina Beatrice, quando lei ha indossato un velo per entrare in una moschea dell’Oman. Il suo atteggiamento provocatorio gli ha procurato forti antipatie, e le sue dichiarazioni anti-islam gli hanno attirato minacce. A febbraio un membro della sua squadra di sorveglianza è stato arrestato, per il sospetto che avesse passato informazioni a una banda di criminali marocchino-olandesi. Così, la questione della sua scorta si è trasformata anch’essa in un argomento di campagna elettorale. Wilders si vanta di essere paragonato al presidente americano Donald Trump, per la sua retorica contraria all’islam e alle minoranze. I suoi fedelissimi lo descrivono come un leader ingegnoso con grande intuizione politica, ma gli avversari lo definiscono vulnerabile e nervoso.

Geert Wilders è nato a Venlo nel 1963 e ha origini nelle Indie orientali olandesi, l’attuale Indonesia, il Paese con la maggior popolazione musulmana al mondo. I suoi nonni, cattolici praticanti, emigrarono con la figlia piccola nei Paesi Bassi dopo la caduta della colonia olandese. I suoi professori della scuola superiore lo ricordano come un alunno solitario, con pochi amici. Descrizione che gli calza ancora, dice chi lo conosce ora, perché resta un solitario che parla solo di politica. «Non partecipa mai ad alcun evento sociale. Lo abbiamo convinto a partecipare a una festa di Natale, ma era impossibile parlare della sua vita privata», ha raccontato Hans Hoogervorst, suo collega in Parlamento.

Wilders si è sposato la prima volta a soli 20 anni, per poi divorziare pochi anni dopo. È tornato a sposarsi nel 1992 con Krisztina Marfai, diplomatica ungherese ebrea, conosciuta all’ambasciata di Budapest all’Aia. Prima di conoscerla, Wilders aveva cominciato a frequentare Israele, Paese che ammira e difende. Lo difende anche nel suo programma elettorale, in cui ha previsto il trasferimento dell’ambasciata olandese da Tel Aviv a Gerusalemme, sull’esempio dell’altro leader populista del momento, Donald Trump.

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