giovedì, Aprile 22

GDF Suez corteggia Taiwan Il colosso energetico francese trasferirà a Taipei 800 milioni di tonnellate di LNG americano all'anno per vent'anni

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Alla fine di marzo, la società francese GDF Suez ha reso noto il raggiungimento di un accordo per il trasferimento di LNG (Liquefied Natural Gas) dagli Stati Uniti a Taiwan; un’operazione che rivela la reale portata della rivoluzione energetica americana e la dislocazione geografica delle ambizioni dei colossi internazionali. GDF Suez, rifornita da sei Paesi differenti, è il primo importatore di LNG in Europa, il quarto gruppo mondiale (terzo per capitalizzazione con 86,7 miliardi di euro) nel gas e nell’elettricità tra le utilities quotate in Borsa, nonché la seconda utility del mondo.

L’intesa, siglata con la compagnia di Stato taiwanese CPC, prevede la vendita di 800 milioni di tonnellate di LNG all’anno per vent’anni a partire dal 2018. Il gas, in parte ricavato dallo scisto, fluirà dall’impianto della Cameron LNG, in Louisiana, dove il gigante energetico francese possiede 4 milioni di tonnellate di capacità di esportazione annua. Nei mesi scorsi la ‘Reuters’ aveva riferito di accordi simili tra GDF Suez e società giapponesi, cinesi e cilene, tuttavia il Vicepresidente della compagnia, Jean-Marie Dauger, ha definito la vendita a CPC «la prima di questo genere», spiegando che «contribuirà all’export di gas naturale -shale gas incluso- dagli Stati Uniti verso il mercato globale, aiutando a diversificare e a rendere più sicuro l’approvvigionamento energetico». Senza troppi giri di parole: «[l’accordo] rivela l’ambizione di GDF Suez di incrementare il proprio ruolo nell’Asia-Pacifico ed espandere la fornitura a lungo termine in una regione dove la domanda di LNG in futuro sarà elevata. Siamo lieti di essere tra i primi a esportare shale gas dagli States, stringendo rapporti di lunga durata con CPC e contribuendo a mantenere sicuri i rifornimenti in Asia». In realtà, come fa notare a ‘L’Indro’ Matteo Verda, dottore di ricerca dell’Università di Pavia e ricercatore associato dell’ISPI, nonché co-autore del focus trimestrale sulla sicurezza energetica per l’Osservatorio di politica internazionale (Parlamento e MAE), “le quantità sono modeste: parliamo di 1 miliardo di metri cubi all’anno, ossia meno di un quinto di quanto non importi l’Italia di solo GNL e circa il 5% dei consumi annuali di Taiwan”.

Sebbene il valore dell’accordo non sia stato reso noto, secondo fonti dell’agenzia di stampa britannica, CPC nel corso del primo anno pagherà alla GDF Suez 12 dollari per milione di Btu; un prezzo scontato rispetto ai 16 dollari che normalmente si trova a sborsare in Asia, che come l’Europa, fissa i prezzi del gas naturale secondo contratti di lungo termine legati al costo del petrolio. Ora la possibilità di accedere al gas naturale intrappolato nelle formazioni rocciose, utilizzando la fratturazione idraulica o la perforazione orizzontale, hanno abbassato i prezzi di LNG americano a una frazione di quelli di altri Paesi.

Il mercato taiwanese di LNG è tra i più vasti al mondo, con importazioni che anche quest’anno dovrebbero raggiungere 12,5 milioni di tonnellate, più o meno lo stesso valore del 2013. Gli esportatori di gas puntano all’Asia per via dei prezzi salatissimi, 50% più alti che in Europa e 2-3 volte superiori a quelli reperibili sull’altra sponda del Pacifico. Con il sorpasso della domanda sull’offerta, lo scorso inverno i prezzi di LNG in Asia hanno toccato un nuovo record. Come riporta il GIIGNL (Groupe International des Importateurs de Gaz Naturel Liquéfié), nel 2013 il mercato di LNG è stato caratterizzato dall’alta domanda proveniente da Giappone e Corea del Sud e dalle difficoltà dei produttori di venire incontro all’offerta. Nonostante i volumi scambiati (324 Gmc) rispecchino sostanzialmente i livelli del 2012, i flussi si stanno chiaramente riorientando verso l’Asia (243 Gmc, +6%) e l’America Latina (30 Gmc, +43%). A livello globale gli stati importatori sono saliti a 29, dopo che Israele, Malaysia e Singapore hanno aperto il loro primo rigassificatore.

Già diversi mesi fa il Presidente taiwanese Ma Ying-jeou aveva dato voce alla speranza di riuscire a saziare l’appetito energetico dell’isola con shale gas statunitense. «Potrebbe rivelarsi uno sviluppo positivo per entrambe le parti, aiutando a ridurre il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno con Taiwan» ha spiegato Ma nel corso di un incontro con una delegazione guidata lo scorso febbraio da Edward Royce, presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Usa. Washington, tuttavia, si è mostrato riluttante a concludere l’affare, giacché i due Paesi non hanno ancora siglato un accordo di libero scambio. “Credo che gli accordi con gli USA arriveranno, perché la domanda taiwanese di GNL è in crescita e gli esportatori statunitensi hanno tutto il vantaggio di raggiungere i mercati asiatici, visti i prezzi più alti” prosegue Verda. “Tuttavia è bene ricordare che il ritmo dello sviluppo delle esportazioni statunitensi e soprattutto la loro consistenza sono ancora dubbi”.

Secondo quanto riporta Formosa Petrochemical Corp., gli Stati Uniti sono quarti al mondo per riserve di gas di scisto (18,8 trilioni di metri cubi), mentre la Cina primeggia con 31,6 trilioni di metri cubi. Tuttavia, nella Repubblica popolare, i giacimenti di gas da argille si trovano in zone montuose e a profondità doppie rispetto a quelli nordamericani, rendendo tanto le tecnologie quanto le infrastrutture odierne inadeguate allo scopo. Nel tentativo di liberarsi dalla sua dipendenza dal carbone, la Cina, nell’ambito del XII Piano quinquennale, ha fissato come obiettivo una produzione annua di gas da argille di 6,5 miliardi di metri cubi entro il 2015, per poi arrivare ad almeno 60 miliardi nel 2020. “Sono obiettivi molto ambiziosi, che si scontreranno inevitabilmente con la scarsità d’acqua delle regioni dove si trova il grosso delle riserve cinesi. Senza considerare che il gap tecnologico e organizzativo è ancora molto ampio, nel settore oil and gas” osserva Verda. “Nei prossimi due decenni (oltre non trovo sensato azzardare previsioni) il non convenzionale cinese crescerà, ma non assisteremo a un boom pari a quello statunitense: credo che la Cina continuerà a dipendere dalle importazioni di gas in misura crescente in questo decennio e stabile nel prossimo. Senza contare che le importazioni energetiche contribuiscono a riequilibrare in qualche misura i passivi di bilancia commerciale nei confronti della Cina che praticamente tutti i paesi fornitori hanno e che naturalmente indispettiscono i relativi governi. Lo shale contribuirà, ma non dimentichiamo di considerare che il carbone continuerà a essere l’elefante nella stanza e che il governo cinese ha investito molto – anche in ottica di autonomia – nel nucleare. C’è un contesto molto più grande nel quale leggere la questione del non convenzionale cinese”.

L’obiettivo di Taipei è quello di introdurre nel suo mix energetico gas di scisto in modo da diversificare le propri risorse e trovarsi preparato di fronte a uno shock dei prezzi o all’interruzione delle forniture. Fino ad oggi, per l’ex Formosa le principali fonti di approvvigionamento di gas naturale sono stati il Qatar, la Malaysia e l’Indonesia. Recentemente Malaysia LNG Sdn Bhd e Petronas LNG Limited hanno siglato due contratti sempre con CPC Corporation per la vendita di 2,6 milioni di tonnellate di LNG all’anno per sei anni, a partire rispettivamente dal 2015 e 2016.

Potendo contare su ridotte risorse energetiche domestiche, la Repubblica di Cina dipende principalmente dalle importazioni di petrolio e carbone, che nel 2010 hanno costituito quasi l’85% del consumo totale di energia primaria. Nel 2012 Taiwan ha consumato 1,1 milioni di barili di petrolio al giorno e 72 milioni di short tons di carbone (1 short ton= 907,8 chilogrammi), per la maggior parte importati. Non stupisce quindi la volontà di Taipei di incrementare le proprie scarse risorse, portando avanti esplorazioni nelle acque trafficate del Mar Cinese Meridionale, dove assieme ad altri vicini asiatici avanza le propria sovranità su alcune isole ricche di gas e petrolio.

 

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