giovedì, Maggio 13

Gaza: un nuovo volto, un nuovo grido A Gaza migliaia di manifestanti uniti per la propria libertà. Ma il mondo avrà ascoltato il loro grido?

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Solo lo scorso venerdì Gaza ha provato a disegnare una nuova immagine di sé. Il mondo è rimasto a guardare decine di migliaia di palestinesi che, dalla Striscia si sono radunati nella più grande marcia civile proprio accanto alla barriera di confine con Israele. Molti di loro, si sono radunati attorno alle tende e agli accampamenti installati a diverse centinaia di metri dalla frontiera; il tutto in occasione della ‘Palestina Land Day’ del 30 marzo.

E’ la prima volta che il mondo ha visto la Gaza assediata per più di un decennio, con un volto diverso dal solito; non più il volto a cui tutti sono abituati, quello dei di un conflitto infinito e di guerre terribili, ma un volto ‘nuovo’, un volto di manifestanti, di donne, bambini, giovani e vecchi. Gente che ha deciso di riunirsi nel nome della non-violenza e di chiedere a gran voce il rispetto dei loro diritti, la fine di un assedio che rende loro la vita impossibile ed il diritto al ritorno per tutti i rifugiati palestinesi.

Ecco quell’immagine di Gaza diversa, una nuova pagina della lotta palestinese per la libertà ed un nuovo modello di lotta pacifica. Un’immagine riflessa nella foto del bambino palestinese, Mohammed Ayash che ha inventato la sua personalissima maschera anti-lacrimogeno mentre protestava, proprio lì al confine, insieme alla sua famiglia chiedendo come tutti la fine dell’assedio e il diritto al ritorno per i palestinesi. La foto di quel bambino è stato il modo più forte per descrivere la storia della nostra ingiustizia, del nostro sentirsi soli in un assedio infinito.

Mentre tutto questo è accaduto, il mondo ha assistito alla forte reazione israeliana per le proteste di Gaza, reazione che ha portato a 18 morti e a 1.415 feriti -758 di loro con munizioni- secondo quanto ha riportato il Ministero della Salute di Gaza. I dati hanno reso quel giorno, il giorno più sanguinoso a Gaza dall’inizio del conflitto nel 2014.

Martedì, il Ministro della difesa israeliano ha promesso una dura risposta alle proteste di Gaza vicino al confine con Gaza con Israele, avvertendo coloro che si avvicinano in prossimità del confine che stanno mettendo a repentaglio la loro vita.

Il tutto mentre il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto un’indagine indipendente sulle uccisioni, accusando Israele di stare «intenzionalmente, gravemente e sistematicamente violando il suo obbligo legale di proteggere i civili».

Inoltre, lo scorso martedì, l’organizzazione internazionale ‘Human Rights Watch’ ha accusato Avigdor Lieberman e altri funzionari israeliani di aver illegittimamente ordinato l’uso di fuoco vivo contro i manifestanti palestinesi, una minaccia imminente alla loro vita.

La assediata Gaza è vittima dell’imposizione del blocco israeliano da più di un decennio. In questa terra martoriata vivono quasi 2 milioni di palestinesi, tra cui 1.3 milioni di rifugiati. Siamo nella prigione aperta più grande del mondo. Al peggio non c’è fine e la stragrande maggioranza della popolazione non è in grado di andarsene, anche se vorrebbe, incluse le persone in Cisgiordania, a causa delle severe restrizioni israeliane ed egiziane e dai movimenti ai valichi della frontiera. Inoltre, la politica di chiusura di Israele limita fortemente il flusso di merci da e verso Gaza.

Quella marcia civile di Gaza era come un messaggio al mondo affinché si ricordi che Gaza ha gridato forte, ha deciso di rompere il silenzio, di uscire da dietro le mura di questa isolata prigione, da questo luogo dimenticato, dal dolore, dalla tristezza, dall’ingiustizia, dalla persecuzione e dalle condizioni disumane. Senza perdere mai la speranza, il desiderio di libertà. Ma il mondo avrà davvero sentito la voce oppressa di Gaza?

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