mercoledì, Luglio 28

Gaza, tregua lontana field_506ffb1d3dbe2

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Airstrikes on Gaza City

No alla tregua umanitaria proposta dall’Onu. Nella notte sui media arabi si sono rincorse le indiscrezioni di un cessate il fuoco, annunciato dal Cairo, dove è volato anche il leader di Hamas, Khaled Meshaal.
Ma la guerra è continuata, neanche attraverso l’Egitto si è arrivati a una pace provvisoria.
Secondo le fonti del quotidiano israeliano ‘Haaretz‘, stavolta è stata Tel Aviv a respingere le richieste dell’inviato dell’Onu in Medio Oriente Robert Serry. Niente stop ai raid e ai combattimenti sul campo, nonostante in due settimane le vittime, stando a fonti palestinesi abbiano superato i 600 morti e i 3.700 feriti.
Per l’Unicef 121 minori (84 bambini e 37 bambine) palestinesi risultano uccisi a Gaza dallo scoppio della crisi, l’8 luglio. Negli ultimi bombardamenti israeliani, almeno sette persone hanno perso la vita a Gaza, tra queste una famiglia con quattro donne.
Tel Aviv rivendica di aver colpito 183 «terroristi» e 1.388 obiettivi, dall’inizio dell’operazione terrestre, la sera del 18 luglio. Ma è una strage senza fine: nel nord della Striscia migliaia di abitanti dei rioni di Sheikh Zayed e di Tel Zaatar sono fuggiti in poche ore, per gli intensi bombardamenti: gli sfollati sono oltre 135 mila, oltre 100 mila dei quali nei campi dell’Onu.
Per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNWRA), «nessun posto è sicuro per i civili. Una situazione devastante».
Sul fronte opposto, Israele ha registrato due soldati uccisi in battaglia, per un totale di 28 militari morti nell’offensiva contro Hamas. Dalla Striscia sono continuati a partire razzi contro Tel Aviv e il centro d’Israele, dove sono risuonate le sirene: tutti i lanci a rischio sono stati intercettati dallo scudo Iron Dome, ma la Federal Administration Aviation americana ha sospeso per 24 ore tutti i voli dagli Usa verso Israele, dopo avere avuto notizie di un razzo caduto vicino allo scalo Ben Gurion.

«Una situazione molto, molto dura» per il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, che ha chiesto con forza a Israele una tregua immediata. «Nulla giustifica il proseguimento degli attacchi che fanno molte vittime ed esacerbano l’odio», ha dichiarato.
Le pressioni internazionali per la pace sono fortissime. La Lega araba continua a sperare in un cessate il fuoco «molto presto», dopo l’incontro con il Segretario di Stato americano John Kerry, che ha prolungato il suo soggiorno in Egitto proprio per continuare negli «sforzi di mediazione».
Dagli Usa, sono in arrivo anche 46 milioni di dollari di aiuti umanitari nella Striscia: ma il sostegno a Tel Aviv di Washington resta incrollabile, anche da parte dell’opinione pubblica statunitense: secondo un sondaggio della ‘Cnn‘, la maggior parte dei cittadini ritiene giustificate le azioni militari di Israele; per 4 su 10, viceversa Israele sta usando troppa forza.
Al Cairo, nella giornata Kerry ha avuto un colloquio con l’omologo egiziano Sameh Shoukry, con il Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e con il Segretario generale della Lega araba Nabil el Araby. Mentre a Tel Aviv il Premier israeliano Benyamin Netanyahu ha discusso con il Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, reduce a sua volta da un faccia a faccia con Kerry.

«Condanno l’uso di Hamas di siti civili come scuole, ospedali e moschee per scopi militari», ha ammonito Ki-moon, «c’è uno sforzo comune internazionale. Smettete di combattere, cominciate a parlare e andate alla radice del conflitto».
Si spera, appunto, nella disponibilità di Hamas e infine anche di Israele nell’accettare la tregua negoziata dall’Egitto. Sui media erano circolate indiscrezioni anche su modifiche dell’ultim’ora della proposta, sulla quale non c’è accordo. Ma il Governo del Cairo ha seccamente smentito questa possibilità.
In Egitto, i generali devono combattere la crescente minaccia dell’estremismo islamico. Ansar Bait al Maqdis, principale gruppo jihadista nel Paese, ha rivendicato l’attacco del week end, costato la vita a 22 militari di una postazione di frontiera occidentale.
Attivi soprattutto nel Sinai, i miliziani che riconoscono come loro leader Abu Bakr al Baghdadi, califfo dell’autoproclamato Stato islamico della Siria e del Levante (ISIS) stanno guadagnando terreno anche nel Governatorato di Wadi al Jadid, al confine con la Libia, dov’è in corso «un’operazione anti-terrorismo» dell’Esercito egiziano.
In Libia, gli scontri tra le forze dell’ordine e gli islamisti hanno fatto altri 16 morti e 81 feriti a Bengasi. Ma, secondo la denuncia dell’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS) il bilancio peggiore delle violenze, nelle ultime 24 ore sarebbe da registrare in Siria: per l’organo di propaganda dei ribelli 200 nuovi morti, 40 dei quali civili, nei combattimenti contro i jihadisti.
Sangue, infine, anche in Afghanistan: nella capitale Kabul, su ordine dei talebani un kamikaze a bordo di una moto ha ucciso una decina di persone, tra i quali almeno quattro stranieri, che si trovavano in un complesso ministeriale con una base militare

 In Europa, lungo il confine tra Ucraina e Russia, nel fronte aperto del conflitto tra est e ovest, proseguono gli accertamenti sul disastro aereo della Malaysia Airlines.
Nei 10 chilometri del luogo della tragedia, i filorussi della Repubblica popolare di Donetsk hanno proclamato il cessato il fuoco, consegnando poi due scatole nere «nelle mani degli esperti malesi», valutate poi come «intatte» dai funzionari. Accusata dagli Usa di aver dato ai separatisti i missili che hanno colpito il Boeing 777, Mosca si dice pronta a «fornire aiuto completo» agli esperti che prenderanno parte all’inchiesta internazionale.
Ma serviranno mesi a far luce sul disastro del volo MH17, anche solo per identificare le 298 vittime. Nella mattina, il treno con i corpi è arrivato a Kharkiv, in Ucraina, fuori dalla zona controllata dai separatisti e il Governo olandese, che conta il maggior numero di morti, ha dichiarato che le «operazioni potrebbero durare mesi».
Kiev, intanto, rilancia le accuse contro il Cremlino: al network americano della ‘Cnn’, il direttore dei servizi d’informazione ucraini Vitaly Nayda ha accusato un «ufficiale filorusso», «ben equipaggiato e che ha premuto il bottone deliberatamente», dell’abbattimento dell’aereo.

I Paesi baltici, ex sovietici, hanno chiesto all’Unione europea (UE) «l’embargo delle armi verso la Russia», che toccherebbe anche il contratto di fornitura delle due navi da guerra francesi Mistral con il Cremlino. Una causa sposata dalla Gran Bretagna: «Da giovedì il mondo è cambiato. Bruxelles deve mandare un segnale chiaro su altre misure», ha dichiarato il nuovo Ministro degli Esteri inglese Philip Hammond.
Ma, come in passato, alla riunione il Consiglio degli Esteri europeo è rimasto spaccato tra la l’ala dura e la linea soft (Germania, Italia e anche Francia) verso la Russia.
Alla fine i Ministri degli Esteri dei 28 Paesi UE hanno convenuto il rafforzamento delle sanzioni verso la Russia come contro la Siria (3 nuove persone e 9 società con divieto di viaggio da Damasco e congelamento dei beni), ma niente embargo con Mosca.
«Entro giovedì 24 luglio la lista delle persone sanzionate nell’ambito del disastro aereo in Ucraina  sarà allargata» ha confermato il Ministro degli esteri olandese Frans Timmermans. Il vertice ha deliberato di chiedere alla «Commissione europea misure più ampie, con anche restrizioni su materiali militari, beni e tecnologie, legate anche al settore energetico ed i servizi finanziari».
Ma niente di specifico e deciso. «Le sanzioni sono sempre un problema sia per chi le riceve che per chi le impone», ha commentato in merito il titolare italiano dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan, con un pensiero ai forti rapporti commerciali con la Russia.

 

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