domenica, Giugno 20

Gaza: si combatte da 45 giorni Tutti vorrebbero la tregua, ma i punti di contatto finiscono qui

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 Tel Aviv – L’attuale conflitto armato tra Israele e Hamas sta diventando il più lungo dopo la prima Intifada, negli anni Novanta.

Una settimana fa sembrava che i ‘fuochi di guerra’ si stessero per spegnere e che una specie di accordo stesse per essere firmato al Cairo. Alcuni giornali egiziani hanno pubblicato gli 11 punti dell’accordo -probabilmente filtrato grazie a qualche mediatore egiziano.

Cosa è andato storto?, dunque. Perché sono ricominciati i combattimenti?, e tanto feroci.
La responsabilità principale, secondo la maggior parte degli analisti israeliani, sarebbe di Hamas.

Questo movimento ha una leadership duplice o addirittura triplice.
La prima è quella politica, che si ritiene sia quella gerarchicamente superiore e che ha trovato rifugio nel Qatar, dopo essere stata espulsa dalla Siria. Il capo è Khaled Mash’al, il suo vice si chiama Musa abu Marzuk.
A Gaza è la leadership politica o civile a governare la situazione e tutti gli aspetti amministrativi-civili. Il capo è Isma’il Haniyeh.
Il terzo vertice di potere è l’ala armata di Hamas, le brigate di Izz al-Din al- Qassam, che sono (erano?) comandate da Muhammad Deif.

Gli interessi di questi tre centri di potere non necessariamente si sovrappongono, né coincidono. Questo è stato rivelato dalle dichiarazioni sul conflitto rilasciate da ciascuno di loro. Il leader politico, Khaled Mashal, ha dichiarato per primo di approvare l’accordo in discussione al Cairo, cambiando però rapidamente tono, secondo alcuni come conseguenza delle minacce del Qatar, e ha assunto una posizione molto più rigida, ponendo richieste che sapeva sarebbero state rifiutate da Israele.

La principale motivazione della leadership politica di Hamas era quella di dimostrare di aver ottenuto qualcosa, in questa guerra, e che tutto non è stato invano. Il Qatar, che accoglie e finanzia questa leadership, ha trovato particolarmente fastidiosa la mediazione dei nemici egiziani, e non vorrebbe che riprendesse quota e influenza, da qui lo slittamento della posizione dei leader politici di Hamas.

All’interno di Gaza la situazione è sempre più complicata,  alla leadership civile, Haniyya e altri, piacerebbe veder concludere l’attuale fase di combattimento, ma devono anche poter dimostrare di aver acquisito un maggior numero di vantaggi, rispetto a quelli contenuti nella bozza egiziana, come ad esempio l’apertura delle frontiere e i diritti di pesca e la rassicurazione che non diventeranno obiettivi degli israeliani. Il problema risiede all’interno dell’ala armata di Hamas.

Israele ha insistito perchè ogni accordo di lungo termine includa il disarmo di Gaza. Una richiesta che l’ala armata ovviamente rifiuta. Hanno anche rifiutato un accordo di breve termine nel quale l’attraversamento del confine sarebbe stato controllato dalle truppe dell’Autorità Palestinese, che temono possa diventare un passo di Abbas per riguadagnare il controllo sulla Striscia. Pertanto hanno messo ostacoli a un accordo provvisorio, figuriamoci a un accordo di lungo termine.

Gli sviluppi recenti hanno complicato le cose ulteriormente. Israele ha tratto vantaggio dall’interruzione del cessate il fuoco da parte di Hamas, per cercare di eliminare il comandante dell’ala armata Muhammad Deif, la cui sorte resta ignota, e riuscendo a eliminare tre dei principali comandanti che operavano a sud della Striscia. Hamas ha risposto con un pesante lancio di missili, che hanno prodotto morti civili e hanno indotto Israele a intensificare i raid. Così siamo rientrati nello stesso circolo vizioso che ci aveva condotti fino a qui.

Dal lato israeliano, le cose non sono più semplici. Le critiche a Netanyahu sul suo modo di condurre il conflitto stanno prendendo piede. Netanyahu è stato costretto a riprendere pubblicamente alcuni membri del Governo che l’avevano criticato sui media dicendo che non aveva una strategia chiara su come vincere questa partita. La critica proviene essenzialmente dalla destra, lo stesso partito di Netanyahu, che chiede un’azione più ferma contro Gaza che pone Netanyahu in una posizione politica difficile. Fino ad ora, ha mostrato molta resistenza e non ha dato eco alle pressioni della destra per un’escalation, ha anche concordato con quasi tutti i punti della bozza egiziana nonostante le critiche pesanti del suo stesso Governo, ma questa capacità di controllarsi non potrà durare a lungo se le cose sul terreno dovessero peggiorare.

Nonostante tutto ciò che è stato detto sopra, ci sono alcune indicazioni sulla disponibilità delle parti in conflitto di tornare al tavolo dei negoziati. Khaled Mashal ha recentemente dichiarato in tal senso e anche Netanyahu lo ha detto diverse volte.
Sembra che entrambi siano consapevoli del prezzo pesante dell’alternativa e non vogliono che gli eventi sfuggano loro di mano.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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