domenica, Ottobre 24

Gaza, ritirata israeliana Via alla tregua con Hamas di 72 ore. Forti combattimenti in Ucraina

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Ritiro totale da Gaza e tregua di 72 ore da ogni combattimento. Alle 8 ora locale (le 7 italiane), Israele e Hamas hanno accettato di deporre le armi per tre giorni. Tel Aviv ha anche annunciato il rientro in territorio israeliano, con il cessate il fuoco, di tutte le sue forze di terra.
Gli obiettivi militari dell’operazione -la distruzione dei tunnel di Hamas e l’eliminazione dei capi operativi dell’organizzazione e di altri «gruppi terroristici»- sarebbero stati raggiunti nei 29 giorni di operazioni militari nella Striscia. «Circa 900 operativi di Hamas, Jihad islamica e altre fazioni» sarebbero stati uccisi dall’Israeli defence force (IDF) e «4.800 obiettivi colpiti», secondo quanto riferito al ‘Times of Israel’ da una fonte militare riservata.
Un piccolo contingente dell’Esercito israeliano è rimasto vicino al confine, a scopo precauzionale, nel caso Hamas rompesse il cessate il fuoco. A un’ora dall’entrata in vigore della tregua, le sirene di allarme erano scattate in Cisgiordania, ad Ashkelon e in altre città vicine al confine con la Striscia, per alcuni colpi di mortaio sparati verso le colonie, ma poi la situazione si è calmata.

Dall’Ue è arrivato l’appello ad «entrambe le parti a rispettare la tregua», con lo «stop immediato» delle morti dei civili e del lancio di razzi. Come da accordi, i rappresentanti di Hamas e Jihad islamica hanno raggiunto Il Cairo, per partecipare, insieme con le altri formazioni palestinesi, ai negoziati indiretti tra le due parti, con la mediazione del Governo egiziano, che è però in attesa dell’arrivo della controparte israeliana.
Gli Usa, firmatari della legge per l’aumento di 225 milioni di dollari di finanziamento per lo scudo antimissile israeliano Iron Dome hanno plaudito al ritiro israeliano, intimando ad Hamas il «rispetto del cessate il fuoco». Ma, dopo gli oltre 1.800 morti palestinesi -molti civili, tra i quali molti bambini-, diversi Governi, o esponenti di Governo, stranieri hanno preso le distanze da Tel Aviv.
Stavolta non si è trattato solo di Cuba, dove, in un articolo sulla ‘Granma‘, il lider maximo Fidel Castro ha bollato la «vergognosa e criminale guerra israeliana, macabro genocidio contro il popolo palestinese». La Spagna conservatrice e filo-occidentale ha bloccato per in agosto le autorizzazioni per la vendita di armi a Israele, riservandosi, a settembre, di rimuovere o prolungare il provvedimento.
Nella Gran Bretagna, prima alleata di Israele e degli Usa, il Sottosegretario agli Esteri e baronessa Hussain Warsi, musulmana di origine pachistana, si è dimessa in aperta polemica con la posizione «moralmente indifendibile» del suo esecutivo su Gaza: «Non è negli interessi nazionali britannici e si ripercuoterà a lungo sulla nostra reputazione a livello internazionale e interno».

Mentre in Consiglio di Sicurezza dell’Onu è approdata la bozza di risoluzione su Gaza, da votare entro 24 ore, che «condanna tutte le violenze dirette contro i civili» chiedendo, oltre al «cessate il fuoco immediato, duraturo e pienamente rispettato, e all’immediato ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza», «un’indagine completa e trasparente sugli attacchi alle scuole UNRWA (l’agenzia Onu per i profughi palestinesi),così da richiamare gli autori alle loro responsabilità», il Ministro degli Esteri palestinese Riad al Malki volava all’Aja, per chiedere alla Corte penale internazionale (Cpi) di aprire un’indagine contro Israele per «prove chiare di crimini contro l’umanità».
In Italia, l’Ong Emergency ha invitato il Governo a sospendere da subito, come in Spagna, «l’accordo di cooperazione militare con Israele, le prossime esercitazioni dei caccia israeliani nei cieli di Sardegna e la fornitura di sistemi militari». Ma la Farnesina si è limitata a dichiarare «vicinanza e solidarietà al popolo palestinese».

In giornata, il vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli è partito in missione di tre giorni in Medio Oriente, con tappa a Tel Aviv, Gerusalemme, Baghdad ed Erbil, per distribuire 30 tonnellate di beni di prima necessità (circa 350.000 euro di aiuti) della Cooperazione italiana, attraverso l’UNRWA, a donne, bambini e anziani bisognosi.
Nella capitale irachena e in Kurdistan, Pistelli discuterà poi della crisi con i massimi vertici istituzionali e incontrerà le comunità di sfollati. Nel nord dell’Iraq, dove le minoranze religiose sono sotto attacco del Califfato dell’ISIS, l‘UNICEF ha avuto notizia di 40 bambini della comunità yazide, un culto religioso vicino allo zoroastrismo, morti dopo essere stati espulsi, con le famiglie, dalle loro case.
La situazione si sta facendo critica anche in Libano, a causa dei cruenti combattimenti nel nord est, al confine con la Siria, tra l’Esercito e i miliziani sunniti. In quattro giorni sono morti 14 soldati libanesi e altri 86 sono rimasti feriti, mentre 22 di loro risultano dispersi, forse imprigionati dagli estremisti islamici.
Per l’alto rischio di infiltrazioni dell’ISIS, il Governo libanese valuta di chiudere la frontiera con la Siria e, in sostegno a Beirut, la Francia si è detta pronta ad «accelerare le sue forniture di armi» già firmate. L’intervento militare lungo la frontiera, intanto, ha innescato dure contestazioni interne tra i gruppi sunniti: a Tripoli, nel nord del Paese, una bambina di 12 anni è ha perso la vita per un proiettile alla testa, durante delle proteste.

In Medio Oriente, forti tensioni anche in Afghanistan, per l’uccisione di un generale statunitense in un attacco nella periferia di Kabul, all’interno della base di Camp Qargha, gestita dai britannici, compiuto per mano di un uomo con l’uniforme dell’Esercito afghano.
Quattro militari dell’ISAF (il contingente internazionale) sarebbero morti nel sospetto attentato o, comunque, in un «incidente con il coinvolgimento di truppe locali afghane e ISAF», sul quale, riferiscono i vertici militari, «è stata aperta un’inchiesta».
 Anche in Europa, nell’Ucraina dell’Est, dove l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati conta ormai almeno 285 mila sfollati dall’inizio dei combattimenti, c’è spargimento di sangue e si teme una nuova escalation.
Al confine russo, la Nato ha denunciato la presenza di circa 20 mila militari spediti dal Cremlino. Nella roccaforte separatista di Lugansk, secondo i media russi, quasi la metà dei 460 mila abitanti avrebbe abbandonato le loro case. Nella periferia di Donetsk si «combatte intensamente» e solo tra i militari ucraini, dalle informative di KIev, nelle ultime 24 ore sarebbero morti altri tre soldati.

Nel mondo c’è infine grande allarme per il virus Ebola. La Banca Mondiale è pronta a stanziare d’urgenza 200 milioni di dollari per aiutare i Paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’emergenza. In Italia, la Farnesina ha risposto all’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con un contributo di 200 mila euro per la Guinea.
Calamitati dall’emergenza, i Presidenti di Liberia e Sierra Leone non hanno potuto partecipare al Summit Usa-Africa, in corso dal 4 al 6 agosto a Washington: prima iniziativa del genere di un Governo americano verso il Continente nero, per il quale il Presidente Barack Obama sarebbe pronto a far investire alle compagnie private degli Usa 14 miliardi dollari nei settori edile, dell’energia pulita, dei servizi bancari e delle tecnologie.

 

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