mercoledì, Ottobre 27

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Turkey's PM Erdogan addresses members of parliament from the AKP during a meeting at the Turkish parliament in Ankara

Recep Tayyip Erdogan è psicologicamente troppo coinvolto nella polarizzazione della politica interna turca, per svolgere qualsiasi ruolo di mediazione utile nella nuova crisi di Gaza. Ammesso che ci sia qualcuno disposto a dargli questo ruolo in Occidente. Sono tanti gli esperti turchi e gli osservatori stranieri convinti che al di là di sporadiche dichiarazioni, il premier turco non andrà. Anche se Gaza è nel cuore del leader del governo di Ankara. Ricambiato da migliaia di palestinesi, alcuni dei quali oggi portano il suo nome. Così mentre le cancellerie europee, ostaggio dei caveat tedeschi, si interrogano su come arrivare a un cessate-il-fuoco che funzioni  – quello egiziano è subito naufragato – e l’Onu, riunito a Vienna per il nucleare iraniano, promette “ne parleremo”, a Gaza continua la conta dei morti. Israele incassa la prima cambiale, grazie alla stupida “politica” dei razzi di Hamas: il Congresso Usa ha approvato il raddoppio dei fondi per finanziare il sistema antimissile Iron Dome. E anche volendo, il premier turco, potrebbe fare poco. Nè Al-Sisi, nè Netanyahu hanno alcuna intenzione di lasciargli spazio di manovra in questa vicenda e Recep Tayyip del resto è assai concentrato sul fronte interno.

Analizziamo la situazione turca. Il premier musulmano è ancora in trincea a combattere una battaglia che meriterebbe “nemici” assai differenti che i membri dell’Hizmet, l’organizzazione legata all’altro leader carismatico turco, Fetullah Gulen, auto-esiliatosi negli Usa. Nella guerra politica per decidere la rotta che avrebbe dovuto prendere l’Akp, al momento, in Turchia ha vinto la corrente della Muslim brotherhood. Una vittoria sancita dalle urne delle politiche di fine marzo e che potrebbe vedere un bis alle prossime presidenziali del 10 agosto, le prime elezioni dirette, cui Erdogan ha annunciato parteciperà nel tentativo di raggiungere l’obiettivo del ventennio di potere. C’è chi lo paragona a Vladimir Putin, comunque sia la svolta “decisionista” ha preso piede dopo anni di guerra intestina tra le due anime dell’Akp.

Una deriva autoritaria che  avrebbe assunto il ruolo di catalizzatore delle differenze. All’interno di un confronto politico uscito dal recinto delle stanze segrete del potere. Le bozze della riforma costituzionale nel 2012  avevano fatto cadere dal pero Gulen. Ma il problema non era emerso in maniera palese e pubblica. In precedenza c’era stato l’intervento sul codice penale con la cancellazione dell’articolo 250 che prevedeva poteri speciali per la magistratura inquirente. Poteri usati per depotenziare i custodi dell’ortodossia kemalista, i militari, e per trascinare il Paese verso un maggiore equilibrio fra i poteri dello stato. La  mossa però era subito apparsa sospetta a Gulen, rispetto al percorso di riforma del modello di democrazia islamica cominciato nel 2002 con la fondazione dell’Akp, dopo che il Rp (Refah partisi) di Necmettin Erbakan era stato messo fuori legge. Erdogan stava trattando con i militari? Stava pensando che fosse venuto il tempo di indebolire la magistratura a proprio vantaggio, dopo averla utilizzata contro la potentissima casta in divisa? Tutte domande rimaste inevase. Fino a quando il premier turco poteva sfruttare l’inerzia di un decennio di crescita economica spettacolare. Poi la crisi mondiale ha provocato un rallentamento dell’economia e il conflitto siriano ha catapultato la Turchia e il suo premier su di un palcoscenico assai insidioso e difficile, cogliendo l’ex sindaco di Istanbul del tutto impreparato. Finita la politica dello “zero problems, maximum trade” cominciava la via crucis delle crisi regionali. Con Erdogan timoroso delle trappole che un Occidente “cinico e maligno”, avrebbe potuto tendergli per farlo scivolare involontariamente nel calderone siriano. In realtà, Washington non vedeva l’ora di cedere la sedia di main broker delle crisi regionali, presa come era da quello che oggi e sotto gli occhi di tutti: il confronto  con Pechino. E la minore importanza strategica del petrolio mediorientale.

Erdogan con le sue paure – non ultima la mancanza di fiducia nella fedeltà delle proprie forze armate – ha infilato una serie di errori che hanno allarmato il mentore Gulen. Insomma, era venuto il tempo delle risposte, la coperta del successo passato del governo “made Akp” era diventata troppo corta. Sono venute alla luce le differenze di cultura politica dei nostri protagonisti. Erdogan è  figlio del Milli Gurus (Visione nazionale) di Erbakan. Una specie di nazionalismo di natura differente da quello conosciuto in Europa. Una tradizione che, partendo dal pensiero di Sayyd Qtb e Hassan al Banna, rifiuta sostanzialmente di pensare ad uno stato al di fuori del concetto universale di Umma islamica. E’ il modello della Muslim brotherhood, che il sistema politico lo vorrebbe cambiare. Gulen segue la tradizione turca sufi, stile movimento Nurcu di Said Nursi, un islam che accetta e difende il concetto di stato-nazione e rispetta la tradizione turco-ottomana, è pragmatico e sostanzialmente moderato. Ma la differenza più eclatante riguarda la politica. Il movimento Nurcu predica un ruolo politico lontano dai partiti e vicino alla società. Il contrario di quello che predicano i Fratelli musulmani. Per sommi capi sono queste le maggiori differenze. I nodi sono venuti al pettine sotto  l’apparenza di una lotta di potere cominciata con la partita scacchi per il controllo di forze di sicurezza e intelligence. La direzione del Mit (Milli Istihbarat tiskilesi) organizzazione nazionale per l’intelligence era stata presa di mira dalla magistratura, meglio il suo direttore, Hakan Fidan era finito nel mirino dei procuratori. Poi sono arrivate le urne, le accuse di alto tradimento e la “pulizia etnica” degli infedeli secondo Erdogan.

Premier terrorizzato dall’epilogo egiziano e dall’attivismo sospetto d’Israele. Erdogan ha cosi sviluppato una sindrome da accerchiamento che lo ha trasformato in uno stranissimo personaggio politico. Massacrato dalle inchieste sulla corruzione del suo governo, e snervato da proteste di piazza che, escludendo la prima di Gezi Park, sono andate via via perdendo d’incisività, è uscito vittorioso dalle urne, grazie a una campagna elettorale dai toni cupi del complotto straniero. Terremotato nel suo grande progetto politico dall’epilogo egiziano e tunisino, si ritrova oggi protetto dall’essere leader di un Paese membro della Nato e inserito negli equilibri economici occidentali (fattore che il premier tende a dimenticare). Che sia entrato nel mirino di certi interessi internazionali è ovvio e dimostrato anche dalla rozza determinazione con cui si e’ cercato di coinvolgerlo in fantasiosi complotti. Come quello del gas sarin in Siria, veicolato da un non troppo convinto (fortunatamente) Robert Fisk dalle colonne del blasonato Indipendent. Erdogan è convinto che Israele, tra gli altri, abbia giocato un ruolo nelle proteste di piazza e nel tentativo di disarcionarlo politicamente. E’ quindi immaginabile quale genere di rancore provi nei confronti del governo Netanyahu, appena celato dal formalismo diplomatico.

In tutto il Medioriente  i complotti Cia/Mossad (in genere vengono associati) sono il condimento di ogni chiacchera da bar, di ogni cena di lavoro, di ogni discussione che vada un passo oltre il “tutti bene in famiglia?”. Ma come tutti gli orologi scassati, due volte al giorno danno l’ora esatta. Per cui può darsi che che qualche ragione Erdogan ce l’abbia.

Il processo di appeasement con il governo di Gerusalemme seguito ai risarcimenti per le vittime del raid delle teste di cuoio di Flotilla 13 sulla Mavi Marmara, formalmente è avviato, ma è fragile. Si basa su un apparato che ne facilita i passaggi. L’atteggiamento del premier Benjamin Netaniahu, i suoi tentennamenti passati al tavolo negoziale, la sua dipendenza politica dai settori dell’ortodossia ebraica (Shaas e consimili) e la conseguente politica israeliana nei Territori, hanno spesso mandato Erdogan fuori dai gangheri, per usare un termine “tecnico”.

Geopoliticamente Israele e Turchia hanno interessi comuni, le forze armate di entrambi i Paesi mantengono buoni rapporti da anni. Così pure gli apparati di intelligence. La storia ci racconta come ottomani ed ebrei siano tradizionalmente amici. La scelta fatta dai sefarditi nella Spagna di Isabella di Castiglia ne è una chiara dimostrazione. Una parte determinante decisero di seguire i turchi in ritirata. Il problema, come abbiamo spiegato all’inizio, è che Erdogan costituisce un elemento di rottura rispetto a questa tradizione, pur non avendo mai mostrato sentimenti antisemiti, anzi. Ma la natura del progetto politico made in MB potrebbe alterare tali rapporti “storici”. Lungo questo ipotetico cammino  ci sono due grossi ostacoli: il primo è la natura del nazionalismo turco. Costruito dal kemalismo laico difficilmente potrà essere annacquato da un concetto di universalismo islamico. Non in tempi brevi. Poi viene il particolare rapporto tra turchi e arabi. E’ un rapporto difficile. Molti turchi “non amano” gli arabi. Ci è capitato, diverse volte, di essere testimoni di episodi d’intolleranza. Può succedere in metro o per strada: se dei turchi sentono parlare in arabo potrebbero avvicinarsi e dirti di tacere. Un atteggiamento che l’attuale premier ha cercato di mitigare, lanciando, anni fa, un canale in lingua araba della tv pubblica Trt. L’antipatia deriva, probabilmente,  dallo storico tradimento durante il Primo conflitto mondiale delle tribù arabe che si rivoltarono contro l’Impero ottomano in  disfacimento (i ribelli di Lawrence d’Arabia). Coinvolge meno le fasce piu giovani della popolazione. Ma è stato spesso un minimo comun denominatore culturale, un idem sentire tra turchi e israeliani. Entrambi non si sono mai fidati troppo degli arabi.

 

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