domenica, Ottobre 17

Gaza, pressioni da Usa e Onu sul cessate il fuoco field_506ffb1d3dbe2

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Un bilancio che continua ad aggravarsi: almeno 530 palestinesi uccisi e più di 3.000 rimasti feriti in 14 giorni di offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Sulla base degli ultimi aggiornamenti, 36 palestinesi, fra cui numerosi bambini, hanno perso la vita solo oggi negli attacchi degli aerei e dei carri armati israeliani. Cinque persone sono morte in un attacco che ha centrato l’ospedale dei Martiri di al Aqsa a Deir el Balah, nel centro dell’enclave palestinese. Altri quattro palestinesi sono rimasti uccisi in dei raid a sud di Gaza e un quinto nel nord, nei pressi di Beit Hanun. Inoltre, tre palestinesi hanno perso la vita nel quartiere di Shaiya, alla periferia orientale di Gaza City dove ieri sono morti in 70.

Gli Stati Uniti, l’Onu e la comunità internazionale premono per un cessate-il-fuoco immediato a Gaza, ma al momento Israele e Hamas non intendono fare alcun passo indietro. La richiesta della maggior parte degli americani, secondo il sondaggio condotto da Politico, vorrebbe che gli Stati Uniti restino fuori dai conflitti nel resto del mondo, compresi Medioriente e Ucraina.  Ban Ki-moon oggi è arrivato dal Kuwait al Cairo dove era già presente in visita il segretario di Stato americano, John Kerry, con il mandato esplicito del presidente Barack Obama di arrivare a una tregua. Prima di partire, Kerry  è stato “beccato” in un fuori onda -durante un’intervista all’emittente televisiva Fox – contro l’offensiva israeliana sostenendo che è tutt’altro che “mirata”.

Il Consiglio Onu per i diritti umani si riunirà mercoledì prossimo in sessione straordinaria per esaminare la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati su richiesta di diversi Paesi; sono almeno 85mila gli sfollati a Gaza che vengono assistiti dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unrwa).

La Cisgiordania è da oggi paralizzata da uno sciopero generale per protestare contro i violenti bombardamenti israeliani. L’aviazione israeliana ha intanto colpito venerdì scorso un arsenale di armi in Sudan per neutralizzare missili a lungo raggio diretti ad Hamas, nella Striscia di Gaza. Il governo sudanese non avrebbe confermato l’attacco per tenere nascosti i propri rapporti con l’organizzazione palestinese e non essere accusato da Stati Uniti e Paesi del Golfo di sponsorizzare organizzazioni terroristiche. Le forze di sicurezza sudanesi hanno attribuito l’esplosione a un incendio scoppiato venerdì mattina nel quartiere al-Jili della capitale. Il portavoce dell’esercito Khaled Saad ha escluso qualsiasi intervento di forze straniere.

«L’esercito sta avanzando secondo i nostri piani. L’operazione si estenderà gradualmente sino a quando la nostra missione sarà compiuta». Lo ha detto oggi il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu che appare non troppo scosso per il numero elevato di vittime, molte delle quali bambini.  Egli ha infatti spiegato che l’obiettivo da raggiungere è di garantire per il futuro «un lungo periodo di calma».

Un tentativo di cessate il fuco è fallito e gli scontri sono ripresi ieri con grande intensità anche in Libia, dove sono attesi per questo pomeriggio alle 16 locali i risultati definitivi delle elezioni legislative tenutesi il 25 giugno scorso. Gli scontri tra milizie rivali che si contendono il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli hanno fatto in una settimana 47 vittime. Secondo i dati ufficiali, si contano anche 120 feriti. Gli scontri vedono in campo milizie di Zintan, che detengono il controllo dell’aeroporto, e milizie islamiche in gran parte provenienti da Misurata.

Anche in Iraq la situazione non migliora. Infatti, lo scorso fine settimana centinaia di famiglie cristiane hanno dovuto lasciare la città di Mosul. I jihadisti dello Stato islamico del Sole e del Levante si sono impossessati ieri del monastero di Mar Behnam, nel nord del Paese, cacciando i monaci. Inizia così l’esodo dei cristiani dal neo califfato verso l’estero.

«Tutti i caccia ucraini erano a terra nel momento in cui si è verificato il disastro aereo di giovedì nella regione di Donetsk». Lo ha assicurato il presidente ucraino Petro Poroshenko, smentendo il ministero della Difesa di Mosca, secondo cui un aereo da guerra ucraino volò molto vicino (3-5 chilometri) al Boeing della Malaysian Airlines abbattuto con 298 persone a bordo.  Intanto sono 282 i corpi delle vittime dello schianto del volo MH17 recuperati e posti in un treno diretto provvisoriamente nell’Est dell’Ucraina ma successivamente in Olanda, dove la Procura ha già aperto un’inchiesta per chiarire le dinamiche dell’accaduto. Viene intanto confermata la notizia dell’intercettazione telefonica per cui un mediatore russo pare abbia chiesto ai ribelli di non consegnare le scatole nere.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, già impegnato a cercare una soluzione sul conflitto mediorientale, si appresta a votare anche una risoluzione di condanna dell’abbattimento dell’aereo in Ucraina. Il testo, proposto dall’Australia, chiede che i responsabili della tragedia siano chiamati a risponderne e che i gruppi armati non compromettano l’integrità del luogo dell’incidente. Al suo interno tutti gli Stati e gli attori nella regione vengono invitati a cooperare pienamente all’indagine internazionale per chiarire la dinamica.

Anche il Centrafrica si vede impegnato per un nuovo tentativo di riconciliazione nazionale per riportare la pace nel travagliato Stato. Lanciato oggi a Brazzaville in presenza di alcuni rappresentanti delle milizie in conflitto, del governo centrafricano e di Paesi vicini, il forum vorrà sancire la firma per un impegno a metter fine a tutte le violenze nell’area.

E’ attesa intanto per domani a Jakarta la proclamazione ufficiale del vincitore delle elezioni presidenziali indonesiane del 9 luglio, che con ogni probabilità confermerà la vittoria di Joko “Jokowi” Widodo, con sei punti percentuali di vantaggio, come riportato dalle iniziali proiezioni.

L’unione Europea, occupata con le candidature alla Commissione europea, accoglie oggi quella del candidato della Repubblica Ceca Vera Jourova del movimento Ano (Alleanza dei cittadini scontenti), attuale ministro dello Sviluppo regionale.

L’Ungheria invece, tra gli ultimi stati ad entrare nella famiglia europea, scuote un po’ i sentimenti di nazionalismo con l’inaugurazione del nuovo monumento in ricordo delle vittime dell’occupazione nazista del Paese nel 1944 che diede il via alle deportazioni. Infatti, le proteste che vanno avanti da prima delle ultime elezioni politiche sostengono che Orban vorrebbe far dimenticare che il governo dell’epoca fu alleato di Hitler, e che le deportazioni avvennero con la collaborazione attiva delle autorità ungheresi in conseguenza delle leggi razziali decretate dal governo molto prima.

 

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