sabato, Ottobre 23

Gaza: non c’è nulla di umanitario, il problema è politico Il “messaggio palestinese è chiaro: ne abbiamo abbastanza! Chiediamo libertà, uguaglianza e diritti nazionali”, Così in questa intervista Yaser Alashqar, docente del MPhil International Peace Studies presso il Trinity College di Dublino, spiega la guerra di Israele contro i palestinesi

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La guerra che si sta combattendo in Palestina sta correndo lungo le autostrade mediatiche di tutto l’Occidente come la ‘guerra Israele – Hamasdel 2021, e come cause scatenanti saranno ricordati gli sfratti di Sheikh Jarrah e l’invasione della Moschea di Al Aqsa da parte delle truppe israeliane. Nè la terminologia, né le cause scatenanti, a ben guardare, sono corrette, di certo non lo sono nell’ottica palestinese. Vista da Gazapiuttosto che dalla Cisgiordania o da Gerusalemme Est, questa è semplicemente l’ennesima grande fiammata della guerra perenne dello Stato d’Israele contro i palestinesi. «Non c’è nulla di nuovo, né nell’occupazione, nè nelle umiliazioni inflitte ai palestinesi», spiegava qualche giorno fa alle agenzie internazionali Meir Margalit, già consigliere comunale di Gerusalemme, animatore di iniziative di pace e docente all’Ono Academic College. Se c’è un tratto ‘nuovo’, almeno agli occhi dell’Occidente -e ‘nuovo’ non è, ci dicono gli stessi palestinesi- è la mobilitazione palestinese che vede insieme palestinesi d’Israele con palestinesi di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est. Il “messaggio palestinese è chiaro: ne abbiamo abbastanza della discriminazione israeliana, del razzismo, dell’occupazione, del blocco e delle pratiche di apartheid”, ci dice Yaser Alashqar, professore aggiunto nel programma MPhil International Peace Studies presso il Trinity College dell’Università di Dublino. Yaser Alashqar è un assistente professore aggiunto nel programma MPhil International Peace Studies presso il Trinity College, è nato a Gaza, ha conseguito un Master in Conflict and Peace Studies presso l’Università di Coventry, in Inghilterra e una laurea in Letteratura inglese. Membro accademico associato del Center for Palestine Studies nella School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra, il conflitto lo segue da vicino vivendolo, pur se da lontano, sulla sua pelle.

 

Quanto di quello che sta accadendo è realmente imputabile alla vicenda giudiziaria delle case di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, e quanto, invece, è stata sfruttata la vicenda sia da Hamas che da Israele?

Negli ultimi anni, Israele ha costruito un sistema complesso e oppressivo di esclusione, razzismo, occupazione, espulsione, colonialismo, blocco e apartheid contro il popolo palestinese. Di conseguenza, le comunità nazionali palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme e all’interno di Israele stanno ora implodendo. Resistono a decenni di oppressione e mancanza di diritti umani sotto il controllo di Israele.
In particolare, i palestinesi a Gerusalemme hanno dovuto affrontare una politica israeliana sistemica di sfratto, demolizioni di case ed espulsione dalla città e dalle loro case. Leader e coloni israeliani di destra stanno guidando questa politica e questa campagna. Il gruppo della società civile israeliana, chiamato Comitato israeliano contro le demolizioni di case (Israeli Committee Against House Demolitions – ICAHD), ha documentato la politica coloniale israeliana di demolizione delle case palestinesi e la pulizia etnica dei palestinesi indigeni dalle loro terre.
Gerusalemme è importante per ragioni religiose, nazionali e politiche per entra
mbe le parti. I recenti tentativi di sfrattare residenti palestinesi dall’area di Sheikh Jarrah e le tensioni esistenti sui diritti dei musulmani e cristiani palestinesi nella Città Santa, insieme all’invasione della Moschea di Al Aqsa da parte delle truppe israeliane, hanno infiammato la situazione. Hamas, d’altra parte, vuole dimostrare che Gerusalemme è ancora al centro della lotta palestinese e crede fermamente che abbiano una responsabilità speciale nel proteggere e difendere la città con tutti i mezzi disponibili. Ciò migliora il loro status nazionale e politico in Palestina e in tutto il Medio Oriente.

Quanto ha inciso l’annullamento del voto palestinese sullo scoppio della violenza?

Non credo che l’attuale escalation sia causata dalla cancellazione delle elezioni palestinesi. I leader palestinesi hanno chiesto a Israele di consentire ai palestinesi di Gerusalemme est di votare alle elezioni previste, ma i leader israeliani non sono stati d’accordo. L’UE ha chiesto alle autorità israeliane di facilitare le elezioni palestinesi in tutti i territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est. Israele non era d’accordo e questo ha aumentato i sentimenti di emarginazione tra i palestinesi a Gerusalemme. Credo che il rifiuto israeliano delle elezioni palestinesi a Gerusalemme sia legato al crescente potere della politica di destra in Israele e all’eredità di Trump. Trump ha dichiarato ufficialmente che Gerusalemme è ‘la capitale indivisa di Israele’ e ha rifiutato di riconoscere i diritti dei palestinesi e la loro esistenza nazionale in questa importante città. L’attuale escalation e le tensioni nella situazione israelo-palestinese nel maggio 2021 possono essere ricondotte alla politica di Trump nei confronti della questione israelo-palestinese e al suo pieno sostegno al movimento di destra israeliano.

Israele è senza un governo legittimato dal voto, i palestinesi si sono viste le elezioni sfuggire di mano. Quanto peserà su questo caos il vuoto politico da entrambe le parti? E la lotta all’interno della destra israeliana ha influenzato l’escalation?

È giusto dire che i palestinesi stanno affrontando due crisi interne, una è legata alla loro debole leadership e l’altra riguarda l’unità nazionale. I leader palestinesi sono divisi e deboli e non sono in grado di concordare una strategia comune. Hamas e Fatah sono stati bloccati in una lotta per il potere dal 2007. Gli Stati Uniti e Israele hanno indubbiamente svolto un ruolo importante nella creazione di divisioni interne e problemi di leadership, e questo è documentato a verbale con chiare prove, ma anche gli attori palestinesi hanno contribuito a creare problemi interni. Tuttavia, la questione di Gerusalemme sta ora riunendo i gruppi della società civile palestinese e le comunità nazionali nel loro obiettivo comune di diritti politici e nazionali. Il loro messaggio è chiaro: ne abbiamo abbastanza delle pratiche israeliane di discriminazione, razzismo, occupazione, blocco e apartheid.
D’altra parte, il leader del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, sta affrontando problemi interni, accuse di corruzione, e problemi sfidanti la leadership da parte dei leader dei coloni e del movimento di destra nelle recenti elezioni israeliane.
Vuole proteggere il suo potere politico ed è disposto a usare la forza e la guerra contro i palestinesi per aumentare la sua popolarità, specialmente tra i partiti nazionalisti e i coloni in Israele. La sua linea si basa sulla politica della paura e della sicurezza e sulla costruzione dell’occupazione permanente israeliana a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme.

Crede che il fatto che Netanyahu consideri possibile la fine a breve della sua leadership potrebbe portare a un atteggiamento più duro da parte sua in questa crisi? Insomma: è l’ultima guerra di Bibi?

Non credo che sia la fine della sua leadership e delle sue guerre. Come ho detto, Netanyahu sta ora usando la guerra contro Gaza e la rivolta palestinese nei territori occupati e Israele per estendere il suo potere e rimanere al governo. Vuole vincere la battaglia politica in Israele dimostrando ancora una volta di essere il leader forte di Israele, o il ‘Mr. Security’, come a volte viene chiamato in Israele.

L’opposizione israeliana aveva avviato colloqui per cercare di formare un governo. C’è ancora qualche possibilità?

La questione palestinese e gli attacchi israeliani a Gaza sono un’utile carta politica, come ho spiegato. Gli sfidanti di destra di Netanyahu dei partiti nazionalisti religiosi hanno ora deciso di tornare ai colloqui sulla formazione di una coalizione congiunta e di un governo di destra con il partito di Netanyahu, il Likud.

E’ una nuova Intifada? E da parte di Israele, c’è davvero l’intenzione a un conflitto armato di ‘durata indefinita’ contro Hamas e la Jihad islamica o è tattica?

Ancora una volta, la realtà è che Israele ha progettato un sistema complesso e oppressivo di esclusione, razzismo, occupazione, espulsione, sfollamento, blocco e apartheid contro il popolo palestinese nella sua terra. Di conseguenza, il popolo e i gruppi palestinesi stanno ora implodendo a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme e all’interno di Israele. Resistono a decenni di oppressione e mancanza di diritti umani sotto il controllo di Israele. Chiamatela Intifada, rivolta o risveglio nazionale, il messaggio palestinese è chiaro: ne abbiamo abbastanza della discriminazione israeliana, del razzismo, dell’occupazione, del blocco e delle pratiche di apartheid. Chiediamo libertà, uguaglianza e diritti nazionali.
È vero che alcuni gruppi politici armati, come Hamas, intraprendono azioni armate per ragioni politiche, e non sono d’accordo. Allo stesso tempo, Israele è la potenza militare occupante nei territori palestinesi ed è sostenuta dagli Stati Uniti. Anche la violenza dello Stato israeliano deve essere respinta e condannata. Decenni di occupazione e oppressione generano odio e violenza. Questo aiuta a capire l’origine del problema e le cause alla radice.

È la prima grande crisi dalla firma degli accordi di Abraham, come stanno gestendo la crisi i Paesi arabi? L’atteggiamento di questi Paesi è cambiato rispetto alle crisi precedenti?

Resta ancora da vedere l’impatto degli eventi in corso e l’escalation della situazione a Gerusalemme sui recenti accordi di normalizzazione tra alcuni Stati arabi e Israele. È ancora troppo presto per esprimere un giudizio politico. Tuttavia, ciò che ora è diverso e chiaro all’opinione pubblica in Medio Oriente e in tutto il mondo sono due fatti: (a) senza i palestinesi e i loro diritti nazionali, non ci sono pace e stabilità sostenibili in Medio Oriente, e (b) Israele vuole la normalizzazione delle relazioni con gli Stati arabi e l’Europa, ma è altrettanto riluttante a porre fine alla sua occupazione e all’oppressione sistemica del popolo palestinese.

È corretto, secondo lei, considerare gli Stati Uniti complici delle decisioni di Israele?

Gli Stati Uniti affermano di essere un mediatore nel conflitto israelo-palestinese, ma nel corso degli anni hanno facilitato l’occupazione israeliana e i crimini di guerra in Palestina. Israele è uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e serve gli interessi americani nella regione, compreso il commercio di armi, la presenza militare statunitense nella regione e l’accesso alle risorse energetiche. Gli Stati Uniti continuano a fornire a Israele protezione diplomatica a livello delle Nazioni Unite e internazionale. L’Amministrazione Biden ha impedito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di incontrarsi e discutere l’escalation della situazione a Gerusalemme e Gaza.
Gli Stati Uniti forniscono anche a Israele una quantità enorme di aiuti finanziari e armi avanzate, nonostante la continuazione dell’occupazione israeliana, la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania e le violazioni dei diritti umani. Fornendo a Israele un sostegno illimitato a livello militare, finanziario e diplomatico e rifiutando di fare pressione su Israele affinché accetti i diritti dei palestinesi, gli Stati Uniti sono complici dell’occupazione israeliana e violano il diritto internazionale.

Lei è nato a Gaza e recentemente, nel 2019, se non sbaglio, è tornato per una ricerca. Come descriverebbe Gaza e quali vie d’uscita riesce ancora a intravedere?

Ho descritto per iscritto la mia recente esperienza e il lavoro di ricerca a Gaza. È stato pubblicato in diversi articoli. Al momento sto scrivendo un libro su Gaza. La situazione è deprimente come l’ho vista durante la mia visita a Gaza. Circa due milioni di persone vivono sotto un severo assedio israeliano dal 2007. Sono stati sottoposti a brutali assalti militari dal 2008, in base alla politica israeliana di ‘falciare il prato’, che ha creato un numero enorme di vittime e causato danni enormi a infrastrutture civili a Gaza. La politica militarizzata di Israele e il blocco di Gaza continuano con il pretesto di minare il potere militare di Hamas.
Il viaggio da Gaza attraverso il valico di Rafah con l’Egitto è limitato. Il movimento di persone tra Gaza, Cisgiordania e Israele continua ad essere limitato a casi eccezionali e soggetto ai permessi israeliani. Inoltre, l’80 per cento della popolazione di Gaza dipende ora dagli aiuti internazionali e dell’ONU, e il 95 per cento della popolazione non ha accesso diretto all’acqua pulita. La fornitura di elettricità è limitata e le famiglie ricevono da cinque a otto ore di elettricità su base giornaliera. Ciò ha sconvolto la vita sociale, educativa ed economica a Gaza.
Per come l’ho visto sul campo, la maggioranza della giovane popolazione di Gaza ha il desiderio di andarsene a causa del peggioramento delle condizioni di vita. Molti laureati della classe media, con risorse ragionevoli e una buona istruzione, sono riusciti a emigrare e hanno raggiunto la Turchia o l’Europa. Stanno cercando opportunità migliori e fuggono da divisioni, conflitti, assedi e occupazioni. Altri, in numero minore, sono stati radicalizzati e hanno sviluppato visioni estremiste. Gaza ora significa prigionia fisica e disperazione umana.
Nell’età di COVID-19, la situazione di Gaza è più critica. Un numero enorme di casi di COVID-19 è stato confermato in questo territorio minuscolo e assediato. Il sistema sanitario di Gaza è in realtà esaurito da lunghi anni di blocco soffocante, continui conflitti e assalti militari. Ma Gaza non dovrebbe essere intesa come una questione umanitaria. Gaza ha bisogno di soluzioni politiche e libertà. È una componente politica della più ampia questione palestinese.

Come pensa evolverà la situazione?

Organizzazioni per i diritti umani in Israele, come B’Tselem, e organizzazioni internazionali, come Human Rights Watch, hanno recentemente affermato che la situazione palestinese sta peggiorando e che i palestinesi stanno affrontando ulteriori persecuzioni e pratiche di apartheid. Queste organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto ai governi internazionali ed europei di sfidare le pratiche illegali israeliane nei territori palestinesi occupati e di imporre sanzioni a Israele. Senza reali pressioni e azioni, la situazione non cambierà.
A breve termine, Hamas e Israele potrebbero raggiungere un accordo di cessate il fuoco e le tensioni potrebbero ridursi a Gerusalemme e in altri luoghi, ma le cause profonde del problema rimarranno. Presto potrebbe anche tornare un nuovo ciclo di escalation. Devono esserci soluzioni politiche
sostenibili e un impegno inclusivo con tutte le parti, compreso Hamas. I principi dei diritti nazionali, della giustizia e dell’autodeterminazione devono essere rispettati e affrontati in ogni efficace processo di risoluzione dei conflitti.

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